sabato 30 marzo 2013

CriticaLibera: “Stanchi di vita quotidiana”


La Paz
Sudamerica e viaggio: quanti suggerimenti abbiamo rimescolato grazie a Chatwin, ai diari della motocicletta, al realismo magico. Ossimoro dispettoso ma efficace.
Anni fa ascoltavo la trasmissione radiofonica Jack Folla c’è e dai copioni di Diego Cugia e dalla voce bellissima di Roberto Pedicini veniva spesso un suggerimento: La Paz, La Paz, La Paz… Jaime Saenz, grande scrittore boliviano scomparso, vi ha ambientato il suo romanzo Felipe Delgado tanto per farci capire che nella metropoli del pianeta più lontana dal mare non bisogna sorprendersi se girano stregoni e luce significa solo cono d’ombra. Così partii, convinto che un’amaca dove stendermi non me l’avrebbero negata. L’ispirazione segue strade tortuose.


Prima di La Paz, due o tre coincidenze sbilenche mi dirottarono al salar de Uyuni. Un posto incredibile che mi aveva consigliato un amico: «le nuvole non chiedono permesso», ebbe a dirmi. Scrisse un libro e gli diede questo titolo. Io, più prosaicamente, del Salar ricordo il freddo siderale e cactus alti come lampioni. È un luogo del pianeta dov’è facile confondere di quale pianeta si tratta. Per un dollaro al giorno, gli scavatori a 40 anni hanno i polmoni frantumati a forza di estrarre potassio e magnesio. Sognavano uno di loro alla presidenza della repubblica ed è arrivato l’indio Morales. Nella pausa tra la badilata di mezzogiorno e quella di mezzogiorno e mezzo mangiano qualcosa in fretta, prendono due cactus e ci fanno una porta. E giù, a rinverdire l’epica degli scrittori più invaghiti del fútbol: Osvaldo Soriano, Eduardo Galeano e il connazionale Luis Antezana che in Un uccellino chiamato Mané ha raccontato del grande Garrincha, l’ala destra del Brasile che faceva ombra perfino a Pelè.

Dopo Uyuni risalii a La Paz ma ancora in vena di vagabondaggi feci una piccola deviazione a Tiahuanaco. Vi trovai una frase che voglio trasmettervi perché letteraria come un fiume carsico. Qualcuno dice che il nome venga da tierras guanaco: a 4.000 metri, questa è l’altitudine, neanche le aquile osano osare. Semmai i guanachi. Ma sai tu l’origine di Tiahuanaco, dove entri da un monolite di qualche tonnellata a forma di porta, raffigurante un calendario venusiano, e statue tipo isola di Pasqua sono in grado di rapirti come una pagina di Borges. Immancabile poi un tempio i cui accessi erano regolati sugli equinozi e i solstizi.

Già galvanizzato dalle suggestioni e preparato da litri di mate e foglie di coca, che tanto per passare le giornate masticavo in continuazione con la scusa del soroche, il mal d’altura, trovai la citazione, in una baracca adibita a sottospecie di museo dai volenterosi andini. La predisposizione psico-fisica me la fece apprezzare e ancora oggi ritengo che l’ignoto autore – potrebbe essere Marquez o un semplice campesino – abbia ragione da vendere nel metterci in guardia da corse velleitarie. Dista oramai cent’anni di… nostalgia ed è in spagnolo ma se l’ho capita io:

Mientre la cultura occidental se desarrolla a la velocidad del galope del caballo, el mundo andino estructura su pensiamento al paso de la llama, animal que fue domesticado para caminar al paso del hombre

1 commenti:

Alessio Piras

Bello. Hai racchiuso un continente in post. Chapeau.