martedì 16 ottobre 2012

Infanzia in Irlanda. "Le ceneri di Angela" di Frank McCourt

Le ceneri di Angela
di Frank McCourt
Adelphi (I ed. 1997)




Autobiografia in tarda età (66 anni) di Frank McCourt, di origini irlandesi ma nato negli USA e tornato in Irlanda in tenera età ed entusiasticamente fuggito ancora verso gli States in adolescenza per diventare poi docente di inglese. Figlio dell’Angela del titolo e di Malachy McCourt – lei di Limerick (costa ovest dell’Irlanda, zona centro-sud) e di famiglia cattolica e lui del nord, presbiteriano – Frank (Francis) è il primo di una serie di figli che Angela “sforna” come una coniglia (così dicono i suoi parenti trapiantati negli Usa e non meglio la vedono quelli di Limerick) con un marito come il suo che di lavoro non ne trova e di soldi non ne guadagna se non quelli utili per scolarsi una infinità di bicchieri di troppo e lasciare la famigli a pancia vuota. Angela, Francis, Malachy (il secondogenito si chiama come il padre), i gemelli Oliver e Eugene e la sorellina Margaret. E poi i nati in Irlanda, mentre il vecchio Frank continuava con le solite passeggiate e le lunghe stazioni al pub South a bere “la scura” (Guinness e simili): Alphie e Michael, quando però ormai Margaret era morta a New York e i gemellini se ne erano andati a poca distanza l’uno dall’altro per via di quel maledetto fiume Shannon e tutta l’umidità che mandava.

L’Irlanda è più dura dell’America e molte sono le porte che vengono chiuse in faccia a quel padre venuto dal Nord, con il modo di fare strano e la faccia da presbiteriano, che non ha un lavoro e quei pochi soldi del sussidio se li beve tutti parlando dell’Irlanda e di quei maledetti inglesi che hanno commesso truci delitti per ottocento anni. E che torna a casa sbronzo e sveglia i suoi piccoli che hanno appena preso sonno tra i morsi della fame, sporchi e magari malati, li fa marciare e gli fa promettere che moriranno per l’Irlanda. D’altronde non potrebbe essere diversamente, e forse proprio a causa di quell’Irlanda. Ma quel piccolo Frank invece si da da fare, vuole capire, conoscere, farsi uomo e comportarsi da uomo. Mettere da parte i soldi per tornare in America. Ma anche qui porte chiuse in faccia. Quelle dei gesuiti che non lo vogliono far studiare nonostante sia il suo stesso maestro a dire che il ragazzo dovrebbe. Ma per quel ragazzino così sporco e malandato, cresciuto nei vicoli di Limerick è stato negato pure di fare il chierichetto. E in mezzo a così tanto ostentato quanto scialbo cattolicesimo, Angela si ne rende conto che «è proprio difficile mantenere la fede con tutta la spocchia che c’è in giro».

Intanto scoppia la seconda guerra mondiale e molti irlandesi poveri che hanno un briciolo di dignità, se non per sé ma almeno da dare alla propria prole, decidono di andare dai maledetti inglesi a chiedere del lavoro in fabbrica. Le famiglie restano a casa ad aspettare i vaglia più o meno ricchi che dovrebbero arrivare. Ma si sa che gli uomini lontano da casa, e magari con un gruzzoletto, diventano di manica larga tra le ragazze di Piccadilly e i pub. Il vecchio Malachy, come prevedibile, non era uno di quelli da spedire soldi di là dal mare e dall’altra parte dell’Irlanda. Il giovane Frank lo sa che per onor di sangue avrebbe dovuto morire per l’Irlanda (in teoria e solo di notte con premio uno scellino offerto dal vecchio Malachy barcollante e biascicante) ma sa anche che Angela avrebbe potuto trovare lavoro in una fabbrica inglese (nel caso fosse emigrata anche lei e la famiglia) «che fa bombe o roba del genere e Dio solo sa se con i soldi che ci pioveranno addosso non cambieremo vita. A mamma non fa piacere l’idea che veniamo su con l’accento inglese ma meglio quello che lo stomaco vuoto».

Il giovane Frank le prova tutte: ruba, elemosina, chiede in prestito, impara, legge, s’ammala scopre Shakespeare, scrive lettere minatorie per conto di una vecchia usuraia, consegna carbone, telegrammi, prega, si confessa, si pente, consegna giornali e scopre che è un uomo e come sono fatte le donne. E a modo suo dà un nome a tutto questo mondo cercando di capirlo. Fa domande e come al solito gli adulti non rispondono e allora chiede ai santi, a San Francesco soprattutto (il suo preferito), e questi in un modo o nell’altro rispondono parlandogli attraverso le sue esperienze, i suoi desideri e le sue conquiste: un silenzio più sincero e vivo di tutte quelle “pappagallate” che si imparano a scuola sul catechismo che nemmeno i maestri hanno mai capito.

Il libro diverte e appassiona sinceramente, ma solo perché, c’è da immaginarsi l’autore stesso divertito e appassionato durante il racconto. Comprensibile leggendo almeno le prime righe tanto vivaci e amare (che i redattori di Adelphi hanno bene messo in quarta di copertina): «Ripensando alla mia infanzia, mi chiedo come sono riuscito a sopravvivere. Naturalmente è stata un’infanzia infelice, sennò non ci sarebbe gusto […]» e via dicendo. Se l’Irlanda ha dato il sangue, l’America i natali e la carriera e il successo (letterario negli anni Novanta) ma anche un autorevole modello narrativo al quale McCourt non può non far riferimento: Huckleberry Finn. Le avventure dei due protagonisti – in diverso contesto, certo, e in diversa epoca –  sono raccontate in prima persona dagli stessi ma non in forma di diario, e quindi con l’illusione romanzesca del fatto narrato in presa più o meno diretta con un tempo limitato per la riflessione, ma come racconto tardo, per quanto quella di McCourt sia una autobiografia, mentre Mark Twain si ispira alla sua vita e al mondo nel quale è cresciuto per raccontare di qualcun altro. Il romanzo di McCourt infatti, è ricco di passaggi (soprattutto in quelle ingenue quanto sarcastiche riflessioni del piccolo Francis dopo un fatto o un discorso “adulto” che a lui risulta incomprensibile)  nei quali non è troppo difficile scorgere come la voce narrate sia quella di una persona adulta che abbia già maturato un proprio bagaglio critico e che lo attribuisca a un bimbo traducendolo nel linguaggio più opportuno. Ciò non toglie che il giovane McCourt avesse quelle stesse perplessità: chi si ritrova quella penna doveva avere una buona lingua!

Il romanzo ha vinto il premio Pulitzer e il National Critics Award. La storia continua in Che paese, l’America (Adelphi 2000), e dello stesso autore è stato pubblicato anche Ehi, prof! (2006) e Angela e Gesù Bambino (2007). Del 1996 è l’omonimo film ispirato al romanzo, per la regia di Alan Parker.

4 commenti:

Piero Fadda

Che bel libro

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