lunedì 29 ottobre 2012

Firmino, il topo colto di Sam Savage



Firmino
di Sam Savage
Einaudi, Torino 



Firmino, protagonista dell’omonimo romanzo di Sam Savage (pubblicato nel 2006 negli Stati Uniti), è un topo. Sì, il classico topo buono dei cartoni animati o delle favole cui è stata donata l’intelligenza come una normale aggiunta a baffi, coda rosa, zampe piccole e scattanti. Solo che a Firmino non basta sapere di averla, non basta capire, pensare; egli vorrebbe essere un uomo in tutto e per tutto: corpo, mente, vizi.
Guarda caso, il romanzo si apre con due citazioni. Una di queste dice:
Un giorno Chuang Tzu si addormentò, e, mentre dormiva, sognò di essere una farfalla che volava in estasi.
E quella farfalla non sapeva di essere Chuang Tzu che sognava. Poi Chuang Tzu si svegliò e, a giudicare dalle apparenze, era di nuovo se stesso, ma ora non sapeva se fosse un uomo che sognava di essere una farfalla o una farfalla che sognava di essere un uomo.
Firmino sa benissimo, invece, di essere un ratto, ma un ratto, come viene detto nel romanzo stesso, “civilizzato”, che ambisce all’umanità come l’artista o lo scienziato al Premio Nobel. Ciò che lo differenzia dai suoi simili è la grande cultura letteraria, e non solo, che si è fatta sin da quand’era un poppante, scegliendo di mangiare i libri della libreria - la Pembroke Books - in cui si era stato messo al mondo, anziché il latte al sapore di vino che i suoi fratelli continuavano a suggere inconsapevoli dalle mammelle della loro madre ubriacona...
Romanzi come Il grande Gatsby, Anime morte, Alice nel Paese delle meraviglie, Peter Pan, Il rosso e il nero, rossicchiati e ingoiati, fanno sì che la sua esperienza del mondo, quello concreto e reale, si completi, più di quanto non accada con la vita da topo che i suoi simili cercano di fargli sperimentare. Quel cibo che inizialmente aveva rappresentato il nutrimento, la sopravvivenza, diviene poi il simbolo di una verità assoluta, l’unica in cui credere. Firmino impara a pensare come un uomo, a parlare, mentalmente, certo, poiché dalla sua bocca, nonostante i mille sforzi, non escono altro che deboli squittii; impara a riconoscere i libri dal sapore della carta, e una volta tenta anche di utilizzare invano una macchina da scrivere. Perché ciò che vuole è diventare uno scrittore, e sorprendere gli uomini che tanto disprezzano lui e tutto il mondo animale. Primo fra tutti, Norman, il proprietario della libreria in cui vive. Solo che i tanti sforzi fatti per imparare a dire: “arrivederci zip”, e mostrarsi cautamente gentile con Norman, gli valgono qualche pallina di veleno, due giorni di spasimi e una delusione lacerante. Firmino sente di non essere amato (la madre e i fratelli sono andati via), di non poter gestire la propria vita; disprezza la sua immagine allo specchio, il suo muso lungo e cadente. Nel desiderio di distrarsi, visita di frequente il cinema; vi s’intrufola nel cuore della notte, quindi ne approfitta per rubare poc-corn e dare un’occhiata alle gambe delle donne che sfilano sullo schermo. Ma nulla è sufficiente a placare il suo desiderio di umanità; resosi conto che l’odio di Norman nei suoi confronti aumenta soltanto, lascia la libreria, in cerca di fortuna, e un giorno incontra Jerry. Questi, vedendolo ferito ed affamato, lo porta a casa sua; così per il nostro ratto inizia qualcosa di molto simile alla vera vita. Solo che la solitudine e il senso di incomprensione gli restano dentro, continuano a tormentarlo. Jerry gli è affezionato, ma non lo considera suo pari; mangia con lui, eppure se deve pensare a qualcosa, riflettere su un progetto, non gli chiede mai consiglio.
Sarà finita qui la sua speranza di gridare al mondo: ci sono anche io?
I desideri di Firmino non sono lamenti fini a sé stessi. Raro il patetismo; egli vuole convincere gli altri di essere normale, e vuole farlo suscitando il sorriso, l’allegria. “Non sono un prodigio del surreale o uno scherzo della natura”, sembra ripetere. Gli basterebbe semplicemente essere chiamato amico dagli uomini, o ricevere sguardi e attenzioni da donne belle come quelle viste al cinema e a teatro.
Gradevolissimo anche nello stile, Firmino non stanca, non avvilisce, cerca di appassionare e far divertire, attraverso avventure e aneddoti in cui la banalità viene controllata e annullata. Si può dire, senza alcun dubbio, qualunque conclusione abbia il libro, che in una cosa questo piccolo ratto è riuscito: raccontare la propria vita proprio come un bel romanzo da mangiare per non deperire, giorno dopo giorno, nella normalità.