mercoledì 3 ottobre 2012

CriticaLibera: Gli intellettuali dimezzati: la querelle Carofiglio-Ostuni



Nel battage sensazionalistico dall’alto livello di interesse (lo dico senza ironia: questi scontri sono molto più rivelatori dei dibattiti, e senza di essi che noia ci sarebbe nel mondo editoriale) scaturito dal bisticcio Gianrico Carofiglio-Vincenzo Ostuni, ciò che colpisce è il carattere apocalittico della controreplica di un gruppo di intellettuali che è andato a protestare presso il commissariato gaddiano.
Ma riassumiamo, per i pochissimi che possano non conoscere la questione: subito dopo il premio Strega (assegnato a Piperno), l’editor dello sconfitto Trevi, Vincenzo Ostuni di Ponte Alle Grazie, si è lasciato andare a uno sfogo su Facebook (poco importa che il suo profilo sia pubblico o privato):
«Finito lo pseudo fair play della gara, dirò la mia sul merito dei libri. Ha vinto un libro [Inseparabili, di Alessandro Piperno, ndr] profondamente mediocre, una copia di copia, un esempio prototipico di midcult residuale. Ha rischiato di far troppo bene anche un libro letterariamente inesistente [Il silenzio dell’onda di Gianrico Carofigliondr], scritto con i piedi da uno scribacchino mestierante, senza un’idea, senza un’ombra di responsabilità dello stile, per dirla con Barthes.»
Evidenzio, dunque, che per lui Il silenzio dell’onda, libro di Carofiglio, è:
«Un libro letterariamente inesistente, scritto con i piedi da uno scribacchino mestierante, senza un’idea, senza un’ombra di “responsabilità dello stile”, per dirla con Roland Barthes.»
Si può notare come, a differenza del parere su Piperno, per quanto riguarda Carofiglio la critica di Ostuni si sposti anche alla persona.
Carofiglio, come il bambino che invece di tirare un cazzotto al bullo chiama la mamma, querela Ostuni chiedendo cinquantamila (50000!) euro di risarcimento. È difficile capire quali danni possa aver subito Carofiglio, ma lasciamo stare. Tutti, quasi unanimemente, consideriamo spropositata la reazione del magistrato (che ne denuncia la mentalità da Stato Etico --> Stato-mamma): ma la controreazione cosa ci svela?
La controreazione di solidarietà così si è svolta: alcuni intellettuali, tra cui Fulvio Abbate, Maria Pia Ammirati, Nanni Balestrini, Marco Belpoliti, Franco Cordelli, Andrea Cortellessa, Gabriele Pedullà, Christian Raimo, Giorgio Vasta etc. etc., sono andati, solidali con Ostuni, a autodenunciarsi (leggendo a alta voce le parole dell’editor) al commissariato per il seguente motivo:
«[…] non è necessario condividere il parere di Ostuni per rendersi conto che la decisione di Carofiglio costituisce in questo senso un precedente potenzialmente pericoloso. Se dovesse passare il principio in base al quale si può essere condannati per un’opinione – per quanto severa – sulla produzione intellettuale di un romanziere, di un artista o di un regista, non soltanto verrebbe meno la libertà di espressione garantita dalla Costituzione, ma si ucciderebbe all’istante la possibilità stessa di un dibattito culturale degno di questo nome. La decisione di Carofiglio è grave perché, anche a prescindere dalle possibilità di successo della causa, la sua azione legale palesa un intento intimidatorio verso tutti coloro che si occupano di letteratura nel nostro paese. Ed è tanto più grave che essa giunga da un magistrato e parlamentare della Repubblica.»

Vincenzo Ostuni
Come dicevo, colpisce il carattere apocalittico di tale motivazione, anch’esso a mio parere sproporzionato: il contesto in cui è nato l’attacco di Ostuni, va ricordato, non è quello di un dibattito culturale, ma quello molto più circoscritto (privatistico, o personalistico direi) di un litigio seguito alla reazione scomposta di uno sconfitto a una competizione. Ostuni non ha espresso il suo parere su Carofiglio in occasioni generiche, ma esclusivamente come reazione stizzita (dunque come parte in causa) a una sconfitta: giusta o ingiusta che sia (sappiamo tutti come funziona lo Strega), non è altro che la reazione poco sportiva di chi perde e poi insulta uno degli avversari-nemici (arrivato tra l'altro dietro) come uno dei tanto vituperati tifosi di calcio. Pare Andrea Agnelli che strepita contro la Giustizia Sportiva: sarà juventino Ostuni?
Comunque, Carofiglio non ha querelato chi lo ha recensito su un quotidiano o sito, ma chi lo ha insultato su Facebook (che è come dire in piazza, con l’aggravante dello scripta manent): ripeto, la reazione è esagerata. Ma altrettanto esagerato è dare a Ostuni il ruolo di vittima di “reato d’opinione”: è semplicemente l’autore di un insulto (“scritto con i piedi da uno scribacchino mestierante”), e ci sta, ma chi insulta deve mettere in conto una eventuale permalosità della controparte.

Risulta inoltre curioso leggere, nella motivazione degli intellettuali, che si parli di “precedente potenzialmente pericoloso”: di precedenti ce ne sono già stati, ma senza adunate di fronte ai commissariati. Mi riferisco prima di tutto alla querela (circa dieci anni fa) di Walter Pedullà (padre di Gabriele Pedullà, uno dei promotori dell’adunata) contro la critica Carla Benedetti per il caso Martone, senza entrare nel merito di chi avesse ragione e chi torto (il Tribunale comunque respinse la richiesta di Pedullà), ma soprattutto a quella più recente (maggio 2012) e grave e multimilionaria di Roberto Saviano contro Marta Herling e «Il Corriere della Sera», per via di una disputa storica (e non un insulto) sulla presunta veridicità di un episodio della vita di Benedetto Croce (di cui la Herling è nipote) su cui Saviano basa una sua tesi.

Post scriptum: cosa diamine vuol dire “esempio prototipico di midcult residuale”? Va bene essere tra i primi firmatari del Gruppo dei TQ, ma lo stilismo anacronistico meglio lasciarlo nei Documenti del Movimento!

16 commenti:

Patrizia Poli

Ah, Piero, è un sollievo leggere la tua frase finale. Pensavo di essere l'unica a non sapere cos'è il "mid cult residuale" e mi preoccupavo.

Patrizia

Stefano Crivelli

Ciao Piero, hai fatto benissimo a mettere la questione sul blog, in effetti il problema non è di poco conto.
Il commento postato su FB da Ostuni è acidulo e petulante (spero di non essere querelato...) ma la reazione di Carofiglio è sicuramente fuori luogo. Probabilmente finirà tutto in nulla, nel senso che la Magistratura credo abbia ben altri problemi, ma non trovo così sbagliata questa presa di posizione da parte degli altri scrittori, naturalmente fatta la tara di tutti gli aspetti melodrammatici e da avanspettacolo.
Grazie.
Stefano

Alessio Piras

Ne ho scritto sul mio blog.
Hanno sbagliato entrambi. Tra l'altro Carofiglio approfitta della sua posizione di magistrato affidando a un collega l'ardua sentenza. Ostuni non argomenta la sua critica, è in palese conflitto d'interessi, esprime un giudizio sulla persona e quello sul testo è di gusto personale (e noi che ci sforziamo di argomentare ogni critica per farla apparire obiettiva!). Tuttavia, credo che Carofiglio abbia perso l'occasione per farle notare queste cose, magari con una lettera al "Corriere" o a "Repubblica". Alla maniera di Sciascia, che le parole sapeva usarle.

lina maria ugolini

Il "caso Carofiglio & Co."
L'autore dietro la sua opera... o faccenda per più triste: l'uomo. Meglio dire la star letteraria celebrata dalla politica clientelare dei premi italiani.(N.B. da soli non si va da nessuna parte). La scrittura per produrre Letteratura deve sentire libertà. Ma non di dire o fare ciò che si vuole. Libera è l'interiorità che suggerisce alla penna di parlare, saia dentro la quale far scorrere i pensieri dell'invenzione. Molti libri di oggi, specie quelli con l'orpello della fascetta, sono costruiti ad arte da coloro che vi si specchiano per vanità. Stare sui giornali, fare notizia, cortile telematico. "Apparire" scrittori. "Essere" è un'altra cosa, ben più profonda e complessa. Non giovano certo gli insulti, le scuse, le cause o i risarcimenti. Semmai la dignità onerosa (quanto gioiosa) di un mestiere che gli antichi trovavano per Vocazione.

Andrea Cortellessa

Mi pare giusto replicare a una critica, delle forme e della sostanza della nostra protesta, portata per una volta senza toni da "intellettuali? sfodero subito la pistola" (vedi Battista sul Corriere) o – per certi versi persino peggio – da "intellettuali? dov'erano quando la libertà d'opinione veniva davvero messa a rischio?" (vedi Truzzi sul Fatto quotidiano); per non parlare di quelli fascistoidi di Pennacchi ("intellettuali? a Carofì, vaje a menà!") sulla Repubblica o di Parente ("intellettuali? poveracci, plebei, calzano scarpe impresentabili") sul Giornale.
Punto primo: le forme. Gli "aspetti da avanspettacolo" rimproverati al piccolo happening al Collegio Romano, almeno nelle nostre intenzioni, intendevano appunto correggere e contrappesare la serietà del documento che abbiamo redatto e firmato e fatto firmare. Vedo che ci si accusa di essere al contempo troppo seriosi e troppo frivoli, mettetevi d'accordo.
Punto secondo: la sostanza. È vero che ci sono dei precedenti (il caso Saviano-Herling è molto complesso e non saprei dare un giudizio in merito; su alfabeta2 uscì in tempi non sospetti un pezzo molto dettagliato di Dario Borso che mostrava come il nodo del contendere fosse ben più aggrovigliato di come ci viene mediaticamente rappresentato), ma chi ci accusa di non esserci mossi in altri casi ignora tutto di noi e dell'impegno, pubblico e personale, che possiamo aver preso, per esempio, nei confronti delle iniziative berlusconiane di intimidazione giudiziaria. Per quanto riguarda il precedente di Walter Pedullà con Carla Benedetti (per la quale non è affatto vero che non si registrò, a suo tempo, alcuna mobilitazione di intellettuali), si dicono e si ripetono due cose palesemente false. La prima è che il caso in questione sarebbe simile a quello Carofiglio-Ostuni. La seconda è che Benedetti avrebbe vinto la causa. La versione di Benedetti è stata rigettata, in appello, e il fatto che la versione dei fatti della doxa web registri con ostinazione solo l'esito del primo grado la dice lunga sul grado di attenzione e di avvedutezza dell'informazione appunto telematica. Se la versione di Benedetti è stata rigettata è perché appunto si trattava di una fattispecie molto diversa. Nel «Tradimento dei critici» (Bollati Boringhieri 2002) CB accusava WP di aver falsificato i bilanci del Teatro di Roma, che allora presiedeva, al fine di cacciarne l'allora direttore Mario Martone. E lo faceva – ben lungi dall'addurre materiali da giornalista d'inchiesta – con una documentazione risibile, basata sulle versioni dei fatti riportate dal Messaggero e altri quotidiani. Ricordo agli eventuali smemorati che allora il falso in bilancio, prima che lo depenalizzasse Berlusconi, era un reato penale (e secondo una certa interpretazione giuridica, non reagire di fronte a un'accusa del genere equivale ad ammettere la colpa). Fatto sta che nessuno ha mai nemmeno tentato di portare in tribunale WP per falso in bilancio, e dunque quella di CB nei suoi confronti era una calunnia bella e buona. Ora, la calunnia ha uno statuto ben diverso - non solo in termini giuridici - dall'ingiuria. La prima è falsificabile, la seconda no. Dalla prima può essere certe volte indispensabile difendersi, dalla seconda farlo è non meno che ridicolo (e attira nei nostri confronti, semmai, solo il boomerang di quello che è stato definito "effetto Streisand"). So che Walter Pedullà ha tentato di pubblicare rettifiche sui vari giornali che hanno riportato (con grado di attendibilità ancora più catastrofico) la versione webbica dei fatti d'allora, e credo che oggi o nei prossimi giorni qualcosa uscirà. In ogni caso, a suo tempo io gli sconsigliai qualsiasi tipo di azione legale, ma lui legittimamente decise altrimenti.
(segue)

Andrea Cortellessa

Ma il precedente Benedetti serve anche a rispondere all'altra domanda, che aleggia più o meno esplicita in tanti commenti che ho letto in questi giorni. Perché proprio il caso Ostuni ha sollevato tanta attenzione? Lo stesso si poteva chiedere ai promotori delle tante iniziative di solidarietà nei confronti di CB, a suo tempo; e, a monte, lo stesso si poteva chiedere a CB nei confronti di Martone. Il fatto è che il mondo in cui viviamo non è un mondo fatto di parametri lineari e rigidi, astrattamente validi per tutti; ma, al contrario, un mondo fatto di frequentazioni e solidarietà concrete e fattive, che è troppo comodo bollare come "mafie", "consorterie", "caste" eccetera. Con Vincenzo Ostuni, negli ultimi anni, i promotori della protesta in oggetto hanno condiviso una quantità di battaglie di diritto (per esempio sulle condizioni di lavoro all'interno dell'industria culturale), di cultura (per esempio sulla qualità letteraria da proteggere all'interno della medesima - e chi non sa cosa voglia dire "midcult", se si occupa di editoria e cultura, secondo me non dovrebbe menarne tanto vanto), di responsabilità nei confronti delle amministrazioni pubbliche (tre o quattro anni fa, per esempio, io e lui ci siamo scontrati aspramente, e in pubblico, su questo punto specifico) eccetera. Molte di queste lotte sono state veicolate da una serie di incontri e di discussioni che hanno ricevuto l'etichetta generazionale di «TQ» (etichetta probabilmente più fuorviante che altro), attirandosi le solite critiche di lobbismo ecc., senza mai andare a vedere cosa si proponeva concretamente nei nostri documenti o nelle nostre azioni di protesta (per es., lo scorso ottobre, contro i tagli alla Biblioteca Nazionale di Roma: manifestazione dispersa dalla Polizia). Si dirà che sono queste battaglie settoriali, corporativistiche. Non ci vedo nulla di male. Da che mondo è mondo, i lavoratori si difendono dai soprusi di cui sono fatti oggetto nel concreto delle loro condizioni di lavoro e rivendicando i loro diritti specifici. Una battaglia vinta da una categoria di lavoratori, però, in condizioni politiche adatte può trasformarsi in diritti acquisiti da tutti (la storia dello Statuto dei Lavoratori, che oggi non a caso è obiettivo polemico privilegiato dei neoliberisti militanti, è in questo senso eloquente).
Se difendo Vincenzo Ostuni, pur dicendo che ha sbagliato i toni e l'occasione del suo intervento, è perché conosco Vincenzo Ostuni: conosco e condivido i presupposti estetici e politici del suo agire, i suoi moventi persino dal punto di vista emotivo, nonché - se questo ha un senso, e per me evidentemente ha molto senso - il merito di quanto ha detto.
Per concludere, e scusandomi dello spazio che vi rubo: mi piacerebbe molto che chi pensa che non ci sia nulla di "potenzialmente pericoloso", nell'iniziativa di Carofiglio, riflettesse sulla propria concreta libertà di esprimere giudizi, non solo in materia artistica evidentemente, in sedi pubbliche o semipubbliche come blog e social network. Pensate non in astratto ma in concreto, agli aggettivi che ora potete usare riguardo a coloro di cui finora vi siete sentiti liberi di scrivere. Poi ne riparliamo.

Un saluto da Andrea Cortellessa

Piero Fadda

@Patrizia:
ti assicuro che non sei la sola!

@Cortellessa
La ringrazio ovviamente le chiarificazioni, da parte in causa. Tengo anche io a precisare alcuni punti:

Primo: mi pare riduttivo analizzare le critiche che vi sono state rivolte (ora parlo della manifestazione, non della querelle Carofiglio-Ostuni) nell’ottica di un presunto anti-intellettualismo del mondo giornalistico. Come dicevo prima, ciò che lascia perplessi è il carattere di “apocalitticità” del vostro comunicato: in soldoni: io sono tra quelli che nella querela (esagerata a fuori luogo, lo ripeto anche io allo sfinimento) di Carofiglio non ci vede un “precedente potenzialmente pericoloso” che mette a rischio il diritto di critica letteraria (qui la critica letteraria non c’entra), o addirittura la libertà di espressione, per diversi motivi:
-- il contesto da cui è nata (di cui ho già detto): Carofiglio non ha querelato chi l’ha recensito due mesi fa su un sito o quotidiano, ma una persona che in un contesto di competizione l’ha insultato (o almeno, io penso sia un insulto), a torto o ragione; se Carofiglio o chicchessia avesse querelato uno che lo recensiva, allora sarei venuto anche io a manifestare. Mi sorprende che non si metta in evidenza, nel comunicato, come ci sia questa grossa differenza oggettiva: parafrasandovi, “è tanto più grave che [questa omissione] giunga da un [gruppo di intellettuali]”;
-- per cui si tratta di una semplice querela di una persona particolarmente permalosa: A insulta B, e B lo querela. Può succedere anche al mercato: personalmente trovo sempre esagerato andare dal giudice per questioni “verbali”, ma la legge lo consente e dunque A deve metterlo in conto. Poi sarà appunto il giudice a dire a B se ne valeva la pena;
-- nessuno vi contesta il diritto di solidarietà a un collega, amico, o quel che sia: semplicemente mi pare esagerato ammantarlo da battaglia per la libertà, mentre pare più una questione privata;
-- e relativamente alla questione privata, dico che non sono infatti d’accordo con lei quando dice: «mi piacerebbe molto che chi pensa che non ci sia nulla di “potenzialmente pericoloso”, nell’iniziativa di Carofiglio, riflettesse sulla propria concreta libertà di esprimere giudizi»: non lo sono perché non si sta parlando di un “giudizio”, da parte di Ostuni. Il discorso filerebbe se, ripeto, si fosse trattato di giudizio, ma così non è.

Piero Fadda

Secondo: gli esempio di Pedullà/Benedetti, su cui non sono appunto entrato nel merito, e di Saviano/Herling servono per far capire quanto sia labile il confine tra interessi soggettivi e oggettivi nel campo delle querele per i cosiddetti “reati d’opinione”: lei stesso dice che tentò di dissuadere Pedullà: perché allora Carofiglio non dovrebbe avere lo stesso diritto di querela senza che venga però - nel suo caso - tirata in ballo la libertà d’espressione o addirittura si dica che “si ucciderebbe all’istante la possibilità stessa di un dibattito culturale degno di questo nome”? Questo è quello che mi pare eccessivo: ma forse sono solo due differenti modi di intendere le cose. A me pare che sia una semplice querela come ce ne sono state e ce ne saranno sempre, e non è in ballo nessuna intimidazione verso “verso tutti coloro che si occupano di letteratura nel nostro paese”. Nel vostro comunicato si dà una versione distorta e di parte della questione: la fonte delle critiche che avete ricevuto suppongo sia qua: ossia che da un gruppo di intellettuali (e nessuno può negare che lo siate, essendo anche molti di voi personaggi pubblici del mondo culturale) molti si aspettano meno faziosità. Poi, ovvio, ognuno, pur nel vostro ruolo, è anche libero di essere fazioso, ma poi non può sorprendersi se suscita dibattito o reazioni diverse.

Terzo: ovviamente si capisce benissimo cosa intenda Ostuni con “esempio prototipico di midcult residuale”: la mia era un’osservazione ironica su una formula che pare un perfetto esempio di stilismo: anche questo è diritto di critica.

Maria Teresa Rovitto

Prima di tutto grazie a Piero per aver scritto sull'argomento e aver aperto la discussione. Grazie.
Poi:
Il Paese muore nella reazione di Carofiglio. Plebei, ma senza sportula, gli ridanno una dignità. Non è l’ Ostuni - sconfitto che parla, troppo comodo porre in questi termini la questione. Questo significa mancare di rispetto alla vita e all’instancabile dedizione di un uomo. Non è il Carofiglio- permaloso che reagisce. Questo significa ridurre la portata delle sue intenzioni, che vanno di gran lunga oltre una semplice inflessione caratteriale. Un cambiamento al quale dovremmo aspirare è quello di toglierci l’abitudine, tutta italiana, di soffocare le nostre idee con un MA (ha ragione MA … Ha sbagliato MA …) e il “precedente” creato dal caso in questione, paragonato ad altri, (giusto secondo me ricordare che non è l’unico, poiché ciò conferma che si tratta di un costume) di certo non ci spinge in tale direzione, semmai a continuare a mantenere bassi, moderati, cauti, i toni.

Rodolfo Monacelli
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Rodolfo Monacelli

Ringrazio Piero per l'articolo perché accende un dibattito fondamentale per la cultura di questo Paese.
Un articolo che però non condivido.
Mi spiego: l'attacco di Carofiglio alla libertà di espressione (o questa vale solo per Sallusti?) è chiara. Non entro nel merito dei modi e dei metodi. In questo caso non mi interessa. Mi interessa il precedente. E il precedente non sarà l'offesa su facebook seguita ad una denuncia, ma una critica seguita da una denuncia. Siamo così sicuri che questo non sia un precedente pericoloso? Che la libertà di critica anche dura e pesante (andiamoci a rileggere le critiche, che so, di un De Benedetti e poi le parole di Ostuni ci faranno soltanto sorridere) non vada zittita? Che la libertà della Rete - con le sue negatività, ma anche positività - non sia pericolosa e da zittire? Chi scrive di letteratura sulla Rete, nella maggior parte dei casi, non appartiene a conventicole, chiesette, lobby, non fa parte dei salottini (solitamente romani) composti da amici degli amici, non vi sono amici di quelli che sono amici di quegli altri, non ha interessi da difendere e da contrattare. Come si fa, dunque, a zittire la rete? Con una bella denuncia. Semplice, lineare e "molto italiano".

Se critiche devo fare agli "Intellettuali" non è certo in questo caso (in cui si sono comportati come si dovrebbero comportare sempre) sono altre. La mancanza di coraggio direi. La scelta di "sopravvivere" e, in molti casi, tacere. Perché, caro Cortellessa, andare contro i provvedimenti del governo Berlusconi è facile, molto facile, molto più difficile sarebbe stato andare contro gli amici. Poche eccezioni (ovviamente tacitate) come Alessandro Del Lago, autore di "Eroi di carta".
Non si deve, insomma, accusare gli intellettuali italiani di eccesso oggi, li si deve accusare di cordardia e conformismo per tutto quello che non hanno fatto. Un esempio? Che sembra politico ma non lo è, direi più esistenziale e quasi antropologico, è quando Marco Revelli esulta per la caduta di Berlusconi e l'avvento di Monti. Che è il sintomo e l'effetto della creazione di un vero e proprio circo intellettuale politicamente corretto che ci ha deliziato per anni con l’antiberlusconismo e con i vizi atavici degli italiani senza mettere in discussione, veramente, il sistema di potere presente nella cultura italiana (e non solo nella cultura): una vera e propria "decandenza degli intellettuali", per citare Baumann, passati da legislatori ad interpreti, o meglio ad esperti tecnici di settori limitati, in quanto la totalità è completamente nelle mani della riproduzione anonima capitalistica, che diventa una sorta di fatalità sovrapposta al mondo.

Patrizia Poli

Rodolfo quando dici

"Chi scrive di letteratura sulla Rete, nella maggior parte dei casi, non appartiene a conventicole, chiesette, lobby, non fa parte dei salottini (solitamente romani) composti da amici degli amici, non vi sono amici di quelli che sono amici di quegli altri, non ha interessi da difendere e da contrattare"

ne sei proprio sicuro, pensi davvero che la Rete sia ancora questo nocciolo duro e puro di libertà, di espressione scevra da qualsiasi condizionamento?
A me, certe polemiche, più che difese della libertà, sembrano pettegolezzi d'alto bordo.

Piero Fadda


Ringrazio tutti per i diversi contributi, anche animati!

@Rodolfo: resto dell'idea che è il contesto, che fa la differenza. Che, come in tutti i campi, gli eventi vadano contestualizzati per una maggiore comprensione dei fatti, perché le sfumature e i dettagli rivelano molto di più dei macro-eventi.
Hai parlato delle critiche di De Benedetti: ma appunto sono critiche. Qua non è la stessa cosa: si parla di un insulto (o "giudizio sulla persona", come dice Alessio) conseguente a una competizione. Se tutto questo casotto fosse nato per una "critica" o recensione, saremmo stati tutti d'accordo; ma così non è: pare una differenza da poco, ma per me è fondante.
Anche perché, per esempio, Carofiglio non mi risulta che da quando è scrittore abbia mai querelato qualcuno per recensioni negative (qualcuna l'avrà ricevuta pure, visto che non è Dostoevskij).
Ora però non vorrei passare come un suo "difensore": semplicemente cerco un equilibrio e mi lasciano perplesso manicheismi e logiche di appartenenza.

Davide Castiglione

Il dispiacere, dopo l'iniziale interesse, per questa querelle, è che davvero sembra si tratti di un affare privato che poi non si è trasformato in un dibattito sul merito, cioè non è che poi ci si è confrontati sul valore estetico dei testi: invece bisognerebbe andare ad analizzare i due testi in contemporanea, e chiedere a Ostuni e Carofiglio di difendere/attaccare Carofiglio stesso e Trevi.

Se io dovessi ricevere la critica di "scribacchino" e "mestierante", chiederei allo sfinimento un'argomentazione: insomma, spererei che il fatto privato e umano si trasformi in occasione di dibattito estetico e culturale sulle opere, lasciando assolutamente da parte tutta la "sociologia" della letteratura.

Sociologia che spesso sembra interessare gli stessi critici più dei testi di per sé, il che è preoccupante. Personalmente, da critico, il migliore servizio che potrei fare in difesa di Carofiglio o contro di lui, è dimostrare con le mie armi intellettuali che il testo vale/non vale: con citazioni e argomenti. Temo però che questo, in tutto questo parlare, non verrà fatto, e avremo perso un'altra occasione di confronto "alto".

Patrizia Poli

Davide, hai messo il dito nella piaga. Sono completamente d'accordo con te.

lina maria ugolini

Davide Castiglione ha perfettamente ragione come Alessio Piras a invitare le parti a presentare una tenzone aperta sui giornali, un duello di penne, intelligenza e talento.
Se chi offende paga, la somma cancella l'offesa. Restano i libri. Non so perché ma adesso suonano di falso come campane crepate.