sabato 11 agosto 2012

CriticaLibera: Sul lessico del "Pataffio" di Luigi Malerba

Lingua e lessico nel Pataffio di Luigi Malerba 




«Direi che la mia grande scommessa è quella di dare un senso alla realtà. Una scommessa persa in partenza, ma è proprio su questa scommessa disperata che si misura il talento di uno scrittore» (P. Gaglianone, Elogio della finzione, in Pedullà2006, p. 46).
Così Luigi Bonardi, in arte Malerba, in risposta a chi gli chiedeva i motivi che lo spingevano a scrivere romanzi, libri per bambini, spot pubblicitari e quant'altro. Il caos che ci circonda è per lo scrittore bercetano una realtà con cui misurarsi e scontrarsi, consapevoli però dell'impossibilità di annullarlo definitivamente. Non è qui opportuno approfondire le modalità in cui esso si realizza, né le forme in cui si declina la 'reazione' malerbiana che altro non è che un titanico tentativo di ordinare l'inordinabile compiacendosi poi della sua stessa riluttanza a farsi, appunto, decifrare e razionalizzare.
In ogni pagina dello scrittore alberga, più precisamente, un caos per così dire esistenziale, connaturato all'intima natura del mondo e dell'uomo*, ma è anche – in parte – un caos frutto della nuova «era elettrodomestica» (PAV, p. 39) che precipita la nostra vita nelle vertigini prodotte da spot pubblicitari e slogan commerciali. La pubblicità comporta un livellamento espressivo, la serializzazione dei prodotti implica una serializzazione delle parole che, dotate di un senso da ricercare soltanto entro una logica di tipo mercantile, si presentano piatte, incolori, poco espressive per ambire a un uso letterario. Possono essere senz'altro strumenti comunicativi, ma uno scrittore degno di questo nome non può accontentarsi di parole così sterili. (PAV 42)*. La lingua diventa, insomma, un blaterare che si estende su una superficie sempre più vasta senza intaccarne minimamente la crosta.
Quanto detto finora è una premessa necessaria per un approccio consapevole alla lingua che l'autore utilizza nei suoi romanzi, alle parole spesso dotate di un potere 'eversivo', di una forza contraria alle tendenze omologanti della società dei consumi e alla vana illusione di arginare il flusso contraddittorio e incoerente dell'esistente.


Il Pataffio segna forse il punto di massima interferenza tra parole e loro referenti reali. Non vi è, va da sé, un rapporto idilliaco tra i due elementi né, del resto, potrebbe essere altrimenti. Esiste, però, una condizione privilegiata, uno stato di grazia in cui il parlante può pronunciare parole 'piene' in grado di farsi portatrici di un significato univoco e di aderire ai loro referenti. Si tratta, naturalmente, della dimensione dialettale. Il lessico vernacolare e l'elementare saggezza contadina sullo sfondo rivitalizzano e rendono più espressivo e soprattutto concreto il linguaggio. Il contadino Migone può permettersi di esclamare: «Frato Capuccio, si parlate come magnate ci intendemo […]» (IPT, p. 52.). La connessione tra parola e cosa qui è talvolta possibile, non si ha un rincorrersi senza sosta, un inseguimento destinato inevitabilmente a fallire. È un mondo appartato, escluso dai rivolgimenti sociali e dagli ammiccamenti della pubblicità.
Agricoltori e “soldatagli” non sono in grado di abbracciare, col loro intelletto infiacchito, la complessità dell'esistente; ma proprio perché incapaci di perdersi nei suoi abissi e nelle sue contraddizioni, ed esenti da tendenze paranoiche che caratterizzano i protagonisti dei precedenti romanzi, possono situarsi al di fuori del magma in cui tutto si annulla e in cui domina la menzogna.
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La lingua del Pataffio è suddivisibile in almeno tre categorie che si intrecciano, e a volte si fondono, lungo tutto l'arco della narrazione. Si ha un latino “più che maccheronico”, per dirla con le parole di Walter Pedullà che a lungo si è occupato di Luigi Malerba, che è una lingua intesa come instrumentum regni appannaggio della gerarchia ecclesiastica, qui rappresentata dalla figura di Frato Capuccio. Una lingua fantasiosa e inventata (che del latino, per la verità, ha poco più che qualche calco fonico) che viene scagliata sulla popolazione incolta minacciando pene di ogni tipo e promettendo l'Inferno a chi non intenda fare il gioco dei “chiericozzi” di turno. In una realtà sociale in cui alligna un'ignoranza crassa – unita però a qualità umane radicate e millenarie di cui non beneficiano certo i personaggi, viscidi e opportunisti, di Santa Romana Chiesa – l'aura sacrale del sermo latino e la presunta autorevolezza di un ministro di culto mirano a turbare gli ascoltatori e a indurli a offrire tributi, esosi oltre ogni dire, ai sedicenti rappresentati di Dio in terra.
Maria Corti – autrice del bel saggio Una scommessa con il reale – dopo aver giustamente osservato che qui «tutto è caricato e deformato in senso farsesco» (Pedullà2006, p. 178) non manca di stigmatizzare la lingua parlata dal frate, a suo dire distante da quello che potrebbe dirsi un buon latino maccheronico. Difficile però scorgere in questo una forma di 'fallimento' dello scrittore. Anzi, un latino scorretto anche rispetto al maccheronico che è, per sua stessa definizione, estraneo a norme grammaticali e lontano dalla bella scrittura, si addice perfettamente a chi affettando una superiorità culturale e quindi linguistica ricade goffamente in deformazioni e ingenuità che neppure il Baldo di folenghiana memoria sarebbe stato capace di commettere.
«[…] Anche il mostro, per essere tale, deve rispondere a particolari requisiti. Il mostro si produce per reciproca compenetrazione di due nature diverse» (Paoli1959, p. 40), sentenzia Paoli nel suo studio sul latino maccheronico: bene, nel Pataffio abbiamo un mostro che non è tale. Ma solo perché è qualcosa di ancora più mostruoso.
Riportiamo di seguito parte di una gustosissima predica di Capuccio:
«Omnia peccatum est! Tutto è peccato e ogni peccato genera altri peccati! Siete tutti in stato de peccato, omnes peccatores secundum dicit Scriptura Sacra, razza de quadrupedi, de serpenti, de vermini!».

E ancora:
«Tribolazione et angoscia recascant sicut fulmina fulminantes super illos qui non faciunt penitenzia. Scomunica, anatema, pestilenzia et omnia damnazione super vos peccatores! Omnia peccatum est, sicut dicit sancto Paulo apostolo. Tutto è peccato! Peccatum est magnare quandum homo affamatus est. Peccatus est dormire quandum insomnolitus est. Peccatum est bevere quandum assetatus est. Peccatum est se grattare, lavare au pettinare capillos. Peccatum est ruttare. Peccatum est scoreggiare. Peccatum est guardare et tocare le femmine, que sunt creature de Satanas et maleficum strumentum peccati! Peccatum est fottere cum piacere. Omnia godimenta peccatum est!» (IPT, pp. 33-34).

Siamo ben oltre gli stravolgimenti a livello morfologico, lessicale e semantico che – sapientemente usati da chi conosce bene il latino classico – valorizzano opere come quelle di Tifi Odasi o del Folengo. Già l'inserzione di un periodo in lingua italiana («Tutto è peccato e ogni peccato genera altri peccati!») in un contesto maccheronico è in qualche modo, e le virgolette sono obbligatorie, una “violazione” del latino che “facit tremare pilastros”. Per non dire, poi, della mescolanza tra lingua nazionale dialetto romanesco e latino, a costituire un trilinguismo che da solo basta a far ritenere del tutto originale il materiale linguistico messo in bocca al frate. In alcuni casi si hanno addirittura influssi dialettali padani che, se risultano ovunque nel romanzo stranianti e fortemente espressivi proprio per la loro presenza “imprevista”, nelle prediche di Capuccio acquisiscono una forza non rintracciabile altrove. Si vedano queste righe, rese ancor più divertenti dalla ricorrenza della desinenza -are:
«Tutto è peccato! Omnia peccatum est! Peccatum est biastumare, acoltellare, sputare, ingiuriare, stupare, adulterare, incullare, furare, umbriacare, abboffare, derobbare, balestrare, receptare, iocare, usurare, adiurare et sopra omnia mancare de respecto ed obedienza a frato Capuccio qua presente minister Sacratissime Romane Ecclesie. […] Laborare et producere est remedium peccatorum, sicut dicere merda al dimonio, sicut metterlo in culo a Satanas!» (IPT, p. 34).

Come vediamo, coesistono qui almeno quattro diversi registri. Oltre al solito«tutto è peccato», ascrivibile pienamente all'italiano standard, incontriamo furare che è voce latina frutto della tendenza dei verbi deponenti – tipica del passaggio che porta dal latino alle lingue romanze – a “slittare” verso la prima coniugazione (in origine fūror, fūrāris, furatus sum, fūrāri). Umbriacare palesa invece la sua appartenenza all'area dialettale laziale, così come biastümare è espressione tipica della zona emiliana (la vocale turbata è sufficiente da sola a localizzare il lemma in area galloitalica).
Quanto alla lingua utilizzata dal “marconte” Berlocchio, essa è tronfia e imbalsamata come sempre succede quando un semicolto vuole dare l'impressione di esser capace di redarre seriosi documenti governativi in grado, al solito, di ammutolire coloro i quali vengono puntualmente umiliati e sfruttati dalle disposizioni che stanno nascoste sotto strati più o meno spessi di formalismi burocratici.



Così risponde Malerba a Renato Minore che gli chiede che razza di lingua parlino certi personaggi del libro:
«Sono i gerghi di chi ha interesse a mascherare, nascondere, confondere, imbrogliare la realtà terrestre, magari richiamandosi al cielo. E poi il linguaggio del popolo oppresso fa parlare il proprio corpo. Tzara ha detto che il pensiero si forma in bocca, ma io dico: anche in altri posti, quando occorre. Del resto, la vera narrativa italiana nasce e muore con la novellistica dal Trecento al Seicento: buffonesca, scurrile, antipsicologica. Poi sono arrivati, insieme alla borghesia, i piccoli sentimenti, le piccole psicologie, i ricordi d'infanzia, le crisi coniugali» (PAV, p. 234).

Coglie nel segno Antonio Porta quando, dopo aver ottimamente definito l'improbabile carica di marconte come «sberleffo unificante e nullificante di due gradi: marchese e conte» (Porta1978), definisce questo linguaggio come il più «tronfio, vacuo, più insultante per il senso comune, contro la logica quotidiana e la logica in ogni senso». Ma mettiamo da parte i paralogismi e le ricorrenti inversioni logiche e torniamo a fissare l'attenzione sulla lingua.
Il nostro capobanda si serve di un impasto linguistico che può forse ricordare quella che Pietro Trifone, nel suo studio sul romanesco (In Dialetti italiani. Storia-struttura-uso, M. Cortellazzo, C. Marcato, N. De Blasi e G. P. Clivio, Torino, Utet, 2002), definisce “varietà alta”. Varietà che viene utilizzata nel XVI secolo in statuti, bandi e documenti e in cui l'adeguamento al toscano dovrebbe essere pressoché totale. Su questo punto torneremo più avanti. Le similitudini rispetto al modello indicato dallo studioso emergono ponendo a confronto, ad esempio, alcune righe di Stefano Caffari, alto prelato e ricco mercante, uomo di curia e d'affari che vive in una «complessa vicenda di trilinguismo latino-romanesco-toscano» (esempio, per Trifone, di “varietà alta”), e le espressioni d Berlocchio.
Caffari, nei Diari, scrive: «Per chiarecia de ciò ho fatta questa presente scripta de mia propria mano e sigillata de la mia consueta sigilla in presentia de li spectabili homeni Francescho Alberino et Francescho Porcaro».
Se le affinità non mancano, ben più evidenti sono i caratteri di innovazione, tutti nel segno dell'abbassamento ludico e operanti sul romanesco, sull'italiano e sul “latino” inventato più o meno di sana pianta.


Infine, la lingua parlata dai contadini si avvicina molto, al netto di numerosi neologismi e di una dirompente creatività linguistica che emerge qua e là a rendere più difficili le definizioni precise, al dialetto romanesco. Gli uomini guidati da Migone fanno ricorso, per essere precisi, quasi esclusivamente al “romanesco di seconda fase” (coerentemente con l'ambientazione tardo-medievale del romanzo).
Nel XV secolo, com'è noto, il dialetto di Roma conobbe una decisa toscanizzazione in seguito alla discesa di molti fiorentini durante il pontificato di Leone X e Clemente VII e alla massiccia fuga di parte degli abitanti, saccheggiati dai Lanzichenecchi durante il Sacco di Roma del 1527. Quasi esclusivamente, dicevamo, perché se di molti tratti tipici del romanesco di prima fase non vi è traccia (assenza di anafonesi, conservazione delle e atone, dimostrativo quesso), si ha non di rado la conservazione di ar protonica e intertonica (“toccarebbe”), fenomeno ascrivibile al romanesco non ancora toscanizzato.


Tutto, nel Pataffio, è riconducibile al cibo, alla fame, al sesso. Per dirla con Almansi, critico acuto che ha firmato alcune delle pagine più penetranti sul corpus malerbiano, «l'elemento cerebrale, è costantemente sfruttato da Malerba in una direzione assurdista, così come l'elemento carnale è sfruttato in una direzione “famista” ed erotica» (Pedullà2006, p.132).
L'atteggiamento proprio dello scrittore è quello demistificante e dissacrante. C'è in ogni pagina la volontà di sottolineare l'aspetto basso e carnale che sta alla base di ogni sovrastruttura – perché tale è, nell'ottica di questo testo – ideale o spirituale. È irriso il mondo della cavalleria, magnificato da secoli di letteratura che non ha mai perso l'occasione di sottolinearne i valori di lealtà, coraggio e onestà. I soldati diventano 'soldatagli', le armi utilizzate non sono lance e alabarde ma sassi e, spesso, escrementi. È irrisa la sacralità dei riti religiosi (Frato Capuccio in più occasioni conserva la forma della preghiera cristiana ribaltandone il contenuto:«venenum et mestizia et pestilenzia et fame possant eos occidere. Cancherum cancherorum amen», IPT, p. 20) e il sentimentalismo amoroso è considerato soltanto come maschera dell'istinto sessuale che, inoltre, si realizza in forme che vanno al di là della più turpe perversione (Berlocchio consumerà il matrimonio con l'asina Bianchetta). «Parole d'amore come culo e fica e altre parole d'amore» (IPT, p. 116), afferma il Marconte, rendendo bene l'idea dell'aria che si respira in questo libro.


In chiosa, un breve riassunto dell'opera, opera la cui lettura integrale è comunque imprescindibile per cogliere l'esatta portata di un gioco linguistico che costituisce forse un unicum nella letteratura italiana contemporanea.
Il romanzo si apre con il marconte Berlocchio de Cagalanza e i suoi uomini – improbabili soldati privi di armi e di ogni forma di valore militare – che tentano di prender possesso del feudo di Tripalle, offerto in dote dal Re di Montecacchione per il matrimonio della figlia Bernarda. Dopo aver vagato a lungo in mezzo a campi brulli popolati soltanto da mosche e moscerini e dopo aver dato l'assalto al castello sbagliato, i nostri uomini arrivano a destinazione. La spensierata anarchia degli abitanti di Tripalle è presa di mira dalla grottesca armata che, ovviamente, non ha altre intenzioni oltre a quella di depredare la popolazione. Il feudo così tanto bramato si rivela in realtà un “feudo de merda” (definizione ricorrente) in grado di accogliere solo fame e miseria, e scarso successo avranno le requisizioni forzate di Berlocchio contro i tripallesi, tanto ignoranti quanto saggi e pronti a fiutare ogni trappola orchestrata ai loro danni. Il capopolo Migone, del resto, richiama da vicino il Marcolfo del Dialogo con Salomone, popolare nell'XII secolo e ripreso dal Croce con il famoso Bertoldo. Seguono innumerevoli assurde peripezie – prediche surreali del frate che assicura dannazione eterna a chi si oppone agli ordini folli della combrincola, compravendita di Cesira, donna dallo sconfinato appetito sessuale e indicibili avventure erotiche – che toccano il culmine con l'uccisione di Bernarda da parte del Marconte, non in grado di soddisfarla e non disposto ad accettare le sue lamentele (la donna, peraltro, era solita concedersi con grande piacere a Frato Capuccio). I resti di Bernarda, poi, saranno mangiati dai soldati stremati dalla fame. Intanto, la rabbia della popolazione, esasperata sempre più dai soprusi subiti, si sposa alla geniale furbizia di Migone e dà vita alla scena più esilarante, forse, dell'intero romanzo: l'evirazione del marconte tramite un cane sapientemente addestrato per la bisogna. La narrazione si chiude con la disfatta della scalcagnata compagnia – i più finiscono “appiccati”, altri frustati – e con Frato Capuccio che, al solito, benedice il “nuovo ordine” con l'enorme dose di opportunismo che contraddistingue il frate e l'istituto ecclesiastico.


*  Malerba si muove in piena sintonia con ciò che negli ultimi decenni ha preso il nome di “teoria della complessità”. Se la definizione si riferisce perlopiù all'ambito scientifico (termodinamica di non equilibrio, teoria dei sistemi...), la complessità abbraccia molteplici aspetti del pensiero occidentale. Anzi, stando a uno dei suoi massimi teorizzatori (Edgar Morin, autore peraltro di una pubblicazione fortemente raccomandata per approfondire: La sfida della complessità), è proprio nel nome della complessità che è necessario riformulare un metodo conoscitivo che non si fondi su alcuni pilastri che sono stati ritenuti a lungo saldi e intoccabili ma che ora mostrano crepe in quantità. Morin dichiara il fallimento della vocazione alla semplificazione, dacché – e già qui è palese l'affinità con il lavoro del nostro autore – «il calcolabile e il misurabile non sono più che una provincia nell'incalcolabile e nello smisurato» (Morin 2011, p. 69).
Ma come si è formata questa tendenza, in cosa si sostanzia concretamente? Quattro, spiega il filosofo, sono i princìpi alla base della forma mentis che pretende di padroneggiare e definire tutti i livelli della realtà, la cui origine risale almeno a tre secoli fa. Quattro sono, cioè, i “pilastri di certezza” che hanno portato alla concezione di un universo in cui tutto appare inseribile in una struttura definibile e comprensibile a patto, appunto, di semplificare e scomporre ogni realtà che si presenterebbe quindi solo momentaneamente e apparentemente complessa. È giunto il momento di elencarli: essi sono i principi d'ordine, di separazione, di riduzione e la logica deduttivo-induttivo-identitaria della non contraddizione. Un mondo guidato da questi assiomi (di fatto si sono imposti guadagnandosi una statuto di evidenza tale da rendere impensabile non dico rovesciarli ma anche soltanto farli oggetto di un minimo dubbio), si configura ovviamente come un infallibile meccanismo:
«Fino a Newton è la perfezione divina che garantisce la perfezione delle Leggi di Natura; in seguito, essendo Dio stato ridotto alla disoccupazione tecnologica della scienza del XIX secolo, l'Ordine si fonda su se stesso, o piuttosto è il mondo concepito come macchina perfetta che acquista l'assolutezza strappata a Dio» (Morin 2011, p. 32).Invito il lettore a notare come Malerba si opponga, punto per punto, a quanto fin qui descritto.

Di seguito, a titolo di curiosità e nell'impossibilità di trascrivere qui lo spoglio sistematico, un'analisi linguistica di alcuni termini del Pataffio afferenti al lessico culinario, a quello sessuale e a quello delle ingiurie.

Bicciolone: DIZIONARIO ETIMOLOGICO DEI DIALETTI ITALIANI: Biciulàn, sostantivo maschile e aggettivo (lombardo: Milano; ticinese), uomo lungo e magro; becelòn (ligure: Genova), baggeo. Evoluzione semantica del dialettale lombardo biciolòn, ciambella, sorta di pasta dolce; ticinese biciolòn, biscotto, pane di forma allungata (dal latino bucella, bocconcino, piccolo pane).
GRADIT: Bicciolano, sostantivo maschile, RE sett. [1861, G. Torelli “Paesaggi e profili”; derivato di bucca, bocca e boccone, con -ano] specialmente al plurale, biscottino di pastafrolla speziato con cannella, dalla forma allungata, originario del vercellese.
GDLI: Bicciolano, sostantivo maschile. Al plurale biccioloni: biscotti di pasta frolla (del Vercellese). Voce settentrionale derivata dal latino buccella.


Sonza: DIZIONARIO PARMIGIANO-ITALIANO: Sostantivo maschile, sugna.
(Sugna: GRADIT: sostantivo femminile, TS industriale [av. 1320; dal latino axŭngĭa(m), composto di ăxis “asse” e ungĕre]. Grasso del maiale da cui si ricavano lo strutto da cucina e altri grassi per la preparazione di saponi pomate eccetera. Per estensione può significare sporco untuoso e persistente. La seconda accezione del termine si riferisce al grasso per ungere le ruote di carri e carrozze.

Fanfarone: GRADIT: sostantivo maschile CO [1669; dal francese fanfaron, 1609, dallo spagnolo fanfarròn, secolo XVI, di origine onomatopeica].
DELI: VIII secolo, vanesio; voce d'origine napoletana, spagnolo fanfarron dall'arabo farfār chiacchierone, passato alla fine del Cinquecento anche in Francia (fanfaron, fine XVI secolo, -onnade, a. 1598).

Cazzo: DELI: etimologia incerta. Prati lo fa derivare dal'italiano antico cazza, mestola, che indicò anche una un arnese per alchimisti e uno per gli artiglieri, ed è voce viva in diversi dialetti. In risposta al Vidossi che contestava tale etimologia risponde che “i riscontri con nomi di oggetti (e d'altro) passati ad indicare il “membro” sono tanti […], basti ricordare […] l'italiano antico “pannocchia” e la moderna e antica “verga”. Più persuasivo Crevatin, secondo cui la voce deriva “dal ben diffuso dialettalmente oco 'maschio dell'oca' + suffisso -azzo, dunque un *ocazzo con discrezione dell'iniziale”. Ipotesi suffragata dal fatto che in alcuni dialetti oco e oca significano “membro virile” e da altri interessanti riscontri anche di età romana. La parola, sebbene bandita dalla conversazione civile, è sempre stata vitalissima, anche in usi particolari riscontrabili in altre lingue (un cazzo per 'niente' o come riempitivo).


Riporto infine alcuni dei tratti principali dei dialetti romanesco e romagnolo.


Dialetto romanesco:

- Fenomeni di assimilazione consonantica. MB > mm, ND > nn, LD > ll (gamma per gamba, monno per mondo, caldo per caldo).
- E protonica in tutti i clitici (me vede).
- λλ si riduce a J (fijo per fiλo).
- Il nesso RJ in posizione intervocalica dà come esito r e non, come in toscano, j (suffisso -aro in luogo del suffisso -ajo).
- Caduta dell'ultima sillaba degli infiniti (apocope).
- Nella prima persona plurale dell'indicativo presente ritroviamo l'uscita dell'originaria forma latina (parlamo < parabolamus).
- Scempiamento del nesso RR e geminazioni inverse.
- Mantenimento del vocalismo atono in fine di parola.
- l seguita da consonante si modifica in r o i (sarsiccia).
- La consonante b in posizione intervocalica è rafforzata (robba).
- La proposizione da non produce dopo di sé la geminazione.
- b spesso si presenta spesso geminata in principio di sillaba (o di parola) se preceduta da vocale.
- Alterazione di s in z nei gruppi ns, ls, rs.
- Anafonesi. Le vocali é e o in posizione tonica si chiudono in i e u quando sono seguite da determinati nessi consonantici; lingua per lengua (tratto assente nel romanesco di prima fase).
- Dittongamento della vocale anteriore semi-aperta che si trova in posizione tonica e in sillaba aperta (piede) (tratto assente nel romanesco di prima fase).



Dialetto emiliano:

- Presenza di “vocali turbate” (ü e ö in luogo di u e o, quando nella parola sono accentate e nelle corrispondenti parole latine erano rispettivamente ū e ŏ).
- Il nesso consonantico -CT- dà come esito t, attraverso il passaggio tt > t.
- Caduta di vocali atone in fine di parola quando sono diverse da a ed e; il fenomeno colpisce frequentemente anche vocali in corpo di parola.
- La ĕ non dittonga.
- Indebolimento delle vocali anteriori alla sillaba accentata (b'rgnocloni).
- Tendenza alla metafonesi.
- Sonorizzazione consonanti intervocaliche.
- Semplificazione delle doppie.
- Fricative palatali diventano sibilanti.
- Plurali femminili in i.
- Interrogazioni con pronome enclitico.

 

Riferimenti bibliografici:

  • Paoli 1959: Paoli Ugo Enrico, Il latino maccheronico, Firenze, Le Monnier, 1959.
  • Pedullà 2006: Pedullà Walter e Muzzioli Federico (a cura di) , La narrativa di Luigi Malerba, numero monografico dell'«Illuminista», a. VI, n. 17-18, 2006.
  • Morin 2011: Morin Edgar, La sfida della complessità, Firenze, Le Lettere, 2011.
  • Porta 1978: Porta Antonio, Il nostro medioevo quotidiano. Il pataffio, «Corriere della sera», 20 giugno 1978.
  • Grande dizionario italiano dell'uso (GRADIT), ideato e diretto da T. De Mauro, Torino, Utet, 1999 (e Nuove parole italiano dell'uso, Torino, Utet, 2003).
  • Grande dizionario della lingua italiana (GDLI), fondato da S. Battaglia e diretto da G. Bàrberi Squarotti, Torino, Utet, 1961-2002 (e Supplemento 2004, diretto a E. Sanguineti, Torino, Utet, 2004).
  • Lessico etimologico italiano (LEI), Max Pfister e Wolfgang Schweickard, Wiesbaden, Dr. Ludwig Reichert Verlag, ancora in corso di pubblicazione.
  • Dizionario etimologico della lingua italiana (DELI), M. Cortelazzo e P. Zolli, Bologna, Zanichelli, 1999.
  • Dizionario etimologico italiano (DEI), C. Battisti e G. Alessio, Firenze, G. Barbèra, 1950-1957.
  • L’etimologico: vocabolario della lingua italiana, A. Nocentini con la collaborazione di A. Parenti, Firenze, Le Monnier, 2010.
  • Dizionario etimologico dei dialetti italiani, M. Cortelazzo e C. Marcato, Torino, Utet, 2005.
  • Dialetti italiani. Storia-struttura-uso, M. Cortellazzo, C. Marcato, N. De Blasi e G. P. Clivio, Torino, Utet, 2002.
  • Dizionario parmigiano-italiano, I. Peschieri, Parma, Stamperia di Giacomo Blanchon, 1827.
  • Vocabolario romanesco, F. Chiappini, Roma, Leonardo da Vinci, 1933.
  • Vocabolario romanesco belliano e italiano-romanesco, Romana libri alfabeto, Roma, 1969.
  • Brutti fessi e cattivi: lessico della maldicenza italiana, G. Casalegno e G. Goffi, Torino, Utet, 2005.
                        Opere di Luigi Malerba citate in forma abbreviata:
                        • PAV: Malerba Luigi, Parole al vento (a cura di Giovanna Bonardi), San Cesario di Lecce, Manni Editore, 2008.
                        • IPT: Malerba Luigi, Il pataffio, Parma, Monte Università Parma Editore, 2003 (I ed. Bompiani, 1978).

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