martedì 3 aprile 2012

Romano Bilenchi, "La siccità" degli anni impossibili



Gli anni impossibili 
di Romano Bilenchi


BUR, 2001


La siccità, racconto lungo pubblicato nel 1940 e poi confluito, dopo più di quarant'anni, nella trilogia Gli anni impossibili (1984, insieme a La miseria e al più tardo Il gelo) si inserisce a tutti gli effetti nella lista dei Bildungsromans “eterodossi” del Novecento italiano. Può essere infatti accostato, per analogie ricorrenti, almeno a Tozzi (Con gli occhi chiusi, 1919, ma soprattutto Il podere, 1918),  Moravia (Gli indifferenti, 1929), Morante (L’isola di Arturo, 1957). La formazione di un io, spesso narrante, diventa fertile paradigma del mondo perché capace di tradurre in immagine dissoluzioni e conflitti.  Il narratore del racconto coglie se stesso in uno dei passi fondamentali della crescita: la presa di coscienza delle relazioni famigliari e dell’umanità dei loro
 componenti. Umanità, nel contesto della formazione, equivale a fallibilità: la svolta consiste in un vero e proprio Götterdämmerung, un crepuscolo degli dei. Lo spiccato taglio autobiografico non esclude, anzi favorisce, uno slancio epicizzante.
L’Olimpo famigliare di Bilenchi ricorda anche un altro capolavoro della letteratura italiana, in cui il Bildungsroman è vettore di un affresco corale: I Malavoglia (1881). Come nell’opera verghiana, il perno fondamentale della famiglia non è il padre, ma il patriarca: il nonno dell’io narrante. Occorre evitare una tentazione, sopra sfiorata: affermare, cioè, che l’io narrante di Bilenchi rintracci nel nonno una divinità suprema. Dio è presente: è un Dio cristiano ma rurale. E non coincide perfettamente con l’immagine del nonno: egli è, nell’immaginario di Bilenchi, assimilabile all’Eroe deificato. Non Ζεύς Πατέρ (Zeus Padre) dunque, ma Prometeo: Prometeo demiurgo, creatore della fortuna famigliare tramite anni di fatica; Prometeo incatenato, «leone ammalato e nostalgico di vita attiva in immense selvagge foreste». Il narratore è alla continua ricerca di un rapporto esclusivo con questo Eroe in catene, catene che, significativamente, egli identifica con l’incomprensione dei parenti (madre, padre, nonna), i quali covano «alcuni dei più orribili sentimenti che andavano a racchiudersi nel cuore degli uomini e delle donne: indifferenza, disamore, odio, crudeltà», e sono capaci di ammorbare perfino il nido domestico.
Non a caso, il narratore ci tiene, per ben due volte, a sottolineare che il sentimento nato, sebbene nato in un fertile campo di devozione, tra lui e il nonno è amicizia, non vassallaggio («egli mi era sempre piaciuto […] perché si intratteneva volentieri, da pari a pari, coi ragazzi»). Specchio di questo legame esclusivo è l’eden che i due riescono a costruire intorno al podere acquistato dal nonno: una parentesi di armonia naturale. Tuttavia, l’illusione arcadica è ben presto scossa da minacce che incombono su di essa: furti, devastazioni, piene; infine, la siccità. La sola presenza nominale di queste minacce fa vacillare quell’intero mondo; il sole, «terribile mostro», lo distrugge del tutto. Il sole distrugge anche le sostanze familiari e, infine, materializza la propria simbolicità distruttiva in un incendio. Assente il nonno, il padre diventa l’interlocutore finale del discorso amicale («Mi parlò da pari a pari, calmo e affettuoso […] come un fratello maggiore»). L’Eroe era sicurezza, ma anche specchio dell’inquietudine: il fuoco purifica l’inquietudine serbando la speranza; l’ansia titanica ed esclusivista lascia il posto a una pacificazione nella solidarietà. Si tratta del primo capitolo di una Bildung, una formazione tutta definire.


L. Ingallinella

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