venerdì 6 aprile 2012

Il Salotto: intervista a Maddalena Bergamin


Comunque la pioggia
di Maddalena Bergamin

Giulio Perrone, 2007



Che cosa cerchi quando scrivi una poesia? Qual è il tuo scopo?
Mi sono accorta che scrivere mi aiuta a capire quello che penso e che sento davvero. In poesia si deve togliere il più possibile, e alla fine rimangono poche parole dentro le quali il senso deve essere perfettamente racchiuso. La poesia mi costringe ad essere onesta e a togliere gli orpelli di cui mi circondo nella vita. Se questo non accade non ne escono buone poesie. La poesia è poi sempre una celebrazione, sia della gioia sia del dolore e di tutti gli spazi intermedi. Infine, la poesia mi porta sempre al limite, di fronte a quello che è impossibile a dirsi e questa è un’amarezza che, evidentemente, mi piace provare.

Uno dei protagonisti delle tue poesie è il tempo, inteso sia in senso cronologico che meteorologico. Gli anni che verranno, l'inverno, l'estate, l'eternità; il sole spento, il cielo pesante, la pioggia, tanta pioggia. Come mai?
Il tempo è connaturato alla poesia: è la causa che determina l’impazienza, la nostalgia, il rimpianto, la speranza. Si scrive sempre della propria lotta contro il tempo cronologico, si vive sempre insieme al proprio passato e al proprio futuro. Il tempo meteorologico, invece, ha a che fare per me con il presente e con l’attimo vissuto. La pioggia, in particolare, rappresenta lo spazio in cui si può gridare accompagnati dal rumore del mondo, quello dove forse è possibile trovare la parola giusta nel momento giusto.

Sia Matteo Lefèvre nella prefazione al tuo libro Comunque, la pioggia, che Roberto Ranieri in una recensione riscontrano nei tuoi versi una linea Leopardi-Montale (quest'ultimo appare, per esempio, nel verso: ma io sono il punto morto del mondo, che rimanda direttamente a I limoni). Ti ci ritrovi, in quella linea? E se sì, che cos'è che ti attrae di questi due autori?
Leopardi e Montale sono stati gli autori che mi hanno fatta avvicinare alla poesia e che hanno accompagnato la mia adolescenza. In loro ho intravisto la potenza della poesia, la sua attitudine a scavare nei posti più cruciali dell’esperienza umana. Leopardi rappresenta per me la forza dell’onestà intellettuale, il dovere di non cedere a compromessi, di guardare le cose per quelle che sono e, seppur soffrendo, di accettarle con passione. Da Montale, invece, ho imparato che la poesia non ha bisogno di inutili abbellimenti, che la parola è più forte della banalità delle cose in sé, che non è il che cosa si scrive, ma il come ad avere importanza.                                                          
 
D: Inevitabilmente una delle cose che balzano gli occhi, leggendoti, è il contrasto tra la giovane età (anchilosata, fatale, nefasta espressione) e la maturità dei temi che tratti (la vita e la morte, la contingenza della vita terrena e l'eternità). In che modo ritieni che questa tua situazione (la giovane età, intendo) influenzi queste tue scelte tematiche?
Non credo che si tratti, in realtà, di un contrasto. La poesia parla per definizione di temi come la vita e la morte, l’età del poeta non cambia in tal senso le cose. È su questo campo che ogni poeta gioca la propria partita. Certamente, scrivere quando si è giovani è un fatto che comporta delle peculiarità. Innanzitutto la morte è, presumibilmente, lontana e quindi si è liberi di parlarne al di fuori della spinta pressante della paura o dell’angoscia cronologica. Tuttavia, la morte ha molte forme e non è soltanto quella comunemente intesa. La giovinezza comporta poi una forte dose di ingenuità e di entusiasmo, che deve essere in qualche modo controllata, per non scivolare nella banalità. Ma bisogna allo stesso tempo farla fruttare, affinché non vada dispersa e non ci si ritrovi a scrivere poesie già vecchie e, per così dire, accademiche. Ciò che si deve saper gestire è, in fondo, la lotta tra la propria passione di scrivere e la propria cultura.

In Love Song chiedi al destinatario dei tuoi versi se abbia sentito Prufrock. Le donne vanno e vengono parlando, secondo te, di cosa?
Per quel che mi riguarda, le donne vanno e vengono parlando di qualcosa che è al tempo stesso fondamentale ed effimero. Il loro vociare è impenetrabile e leggero, allegro e spaventoso, manierato e spontaneo. Ti sputano in faccia la vitalità, a dispetto della tua disperazione. C’è un fondo di crudeltà in questo, ma anche un certo fascino.

Ci leggi una tua poesia?
Guarda quanto più a lungo resisto
e dove mi fermo per ridermi addosso
è stato il caso, sappiamo che sempre
si consuma così l'idea e la sua smentita
tu porti nelle mani sottili il ritmo dei giorni
incagliati nei sassi, le vene che sempre
io spingo per uscire e raggiungere te
non altri rapiti momenti e parole
che oggi si sciolgano al sole

intervista a cura di A.M. Petrosino

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