martedì 13 marzo 2012

Ubi spiritus ibi libertas


L'Umanesimo italiano. Filosofia e vita civile nel Rinascimento 
di Eugenio Garin
Laterza, Roma-Bari 1994

pp. XVIII-275
€ 10.00
  
 L'Umanesimo. Questa è stata la parola che mi ha affascinato e mi ha permesso di accostarmi ad un classico della critica di un grande autore come Eugenio Garin1.
Approfondire l'Umanesimo è significato compiere uno sforzo di studio interdisciplianare perché non se ne può parlare se non riprendendo in mano i libri di letteratura, di filosofia e di storia. Questo impegno però elargisce dei frutti abbondanti perché mette dinnanzi alla bellezza di un periodo storico fervente e ricco di idee apportatrici di consolazione nel contesto come il nostro che sembra essersi appiattito sull'orizzontale, sul banale.
La prima vera “scoperta” è stata l'affermazione secondo cui l'Umanesimo parte dalla rinascita carolingia, con Alcuino e le riforme di Carlo. Il ritorno alle lettere, allo studio degli autori e della lingua e tutto l'impegno che ha caratterizato il regno di Carlo Magno sono il paradigma di ciò che è avvenuto nel XV secolo in Italia. Il Medioevo, giustamente, viene descritto come è ovvero un tempo esteso in cui il genio dell'uomo ha raggiunto delle vette ineguagliate. Il Medioevo è quindi liberato dal mito dei secoli “bui” e del dominio del “barbaro” invasore ed incivile (anche se guardando ai Normanni si nota come questo sia soltanto un illusorio tentativo di caratterizzare un'epoca lontana secondo paradigmi stantii e falsi).
Una riflessione attira l'attenzione: il Medioevo leggeva i classici, li amava e li ha trasmessi alla modernità. Il Medioevo si “cibava dell'antichità e la fece propria”(p. 22). Allora nella cultura medioevale si percepisce la continuazione di quella antica.
Qual'è però la differenza tra il Mediovo e l'Umanesimo rinascimentale?
I barbari non erano tali perché ignoravano i classici ma perché non comprendevano la forza del contesto storico in cui gli antichi avevano parlato!
“Gli umanisti scoprono i classici perché li staccano da sé tentando di definirli senza confondere con il proprio il loro latino” (p. 24).
Garin espone anche un metodo, una chiave di lettura del periodo rinascimentale reindirizzando le menti alla novità:
“l'Umanesimo ha veramente scoperto gli antichi, siano essi Virgilio o Aristotile, pur notissimi nel Medioevo, perché ha restituito Virgilio al suo tempo ed al suo mondo e ha cercato di spiegare Aristotele nell'ambito dei problemi e delle conoscenze dell'Atene del quarto secolo avanti Cristo” (p. 24).
Dalle litterae l'attenzione si sposta sulla filosofia: il pensiero umanista subisce un radicale nuovo orientamento verso Platone. Aristotele, che aveva dominato la sfera scientifica, letteraria e filosofica fino al XV secolo, continua ad essere studiato, glossato ed approfondito soprattutto grazie all'accesso diretto alle fonti originali, al greco. Ma Aristotele gradualmente non è più “il Filosofo” che va accettato per puro dogmatismo, insindacabile. Al suo posto viene studiato e diviene fonte di ispirazione Platone:
“La filosofia di Platone fu al centro di una cultura perché rifiutava le antiche sicurezze, che spingeva un mondo chiuso, ordinato, fisso; che si trovava in una crisi storica ove le venerande unità andavano in frantumi il mondo ed i rapporti umani cambiavano” (p. 20).
La civiltà cambia, il mondo comincia ad essere affrontato in modo del tutto differente dal passato e qui si crea una rivoluzione di idee che non è sovversione ma è materia in fermento tanto da far lievitare un'intera societa, quella italiana dei secoli XV e XVI.
Garin continua la sua analisi affermando:
“Così ad un certo momento dire Paltone significò soprattutto spazzare l'oppressivo mondo aristotelico, chiuso, gerarchico, finito, e conquistare contro tutte le sistemazioni uno spirito nuovo di ricerca, spregiudicato e veramente libero, mentre il tema ubi spiritus, ibi libertas, si incontrava con il nuovo programma iuvat vivere” (pp. 20-21).
La “rivoluzione” dell'Umanesimo si estende non solo al campo degli studiosi e dei letterati, che cominciano ad acquisire una nuova fisionomia ma si riverbera con forza anche sulla vita civile.
Si inizia a riflettere sul valore dell'impegno civile e si giunge a riconoscere che chi è letterato non può rimanere chiuso nel suo mondo, seppur eccelso. L'uomo che si dedica alle sue lettere non spende la sua vita chiuso tra mura di libri e di fantastiche visioni. La sua solitudine è un mezzo per far nascere una fervente vita sociale, una vita attiva volta al bene comune, dal tavolo di studio all'impegno politico, sociale, militare in difesa della patria e delle proprie preogative. Lo studio delle litterae non esula dall'impegno nella società degli uomini, non si concretizza in una vita sciolta dal legame matrimoniale ed impegna in una vita che la patria e la società richiedono.
Il rinnovato platonismo si oppone allo stoicismo, generalmente rifiutato e disprezzato. In questo periodo viene attacca fortemente la scelta religiosa del monastero: l'ascetismo stoico e la solitudine della cella eremitica o monastica sono considerati atteggiamenti che vanno contro l'uomo e la sua natura, sociale ed impegnata perché la contemplazione delle realtà superne non appartiene pienamente a questo mondo. Si muovo in questo senso sia il Niccoli secondo cui le litterae hanno giovato ad vitam et mores, e Gianmichele Bruto che nel De laudibus historiae afferma:
Ci educa non il filosofo che langue inattivo ma Scipione armato e non nelle scuole di Atene ma negli accampamenti di Spagna, e ci educa non con i discorsi ma con gli atti e con gli esempi” (p. 75).
Alla concezione della vita civile come massima espressione delle lettere si oppone un'altra opposta interpretazione del Platonismo: l'impegno ascetico, contemplativo rimane eccellente rispetto a quello attivo e ciò che le litterae riescono a modulare e formulare, sono pensieri che durano per generazioni così che oggi noi possiamo leggere Virgilio, Cicerone, Platone e tutti i grandi della flosofia, della letteratura e della scienza perché essi hanno parlato e scritto per i contemporanei ed il loro pensiero ha superato i secoli. Le azioni degli uomini valorosi, per quanto meritorie, sono azioni che sopravvivono per breve tempo perché il loro ricordo non è stato fissato sulla carta o legato a parole immortali.
In questo senso si assiste ad un Platonismo che prende le sembianze di un pendolo le cui oscillazioni vanno dall'elogio della vita attiva fino alla sua massima estensione opposta nella dichiarata supremazia della contemplazione e dell'ascetismo. Platone, che viene riscoperto e ristudiato a partire dalle fonti, tra Umanesimo e Rinascimento viene letto ed interpretato secondo le esigenze dei lettori e dei commentatori creando le basi della moderna società e del moderno pensiero dalla critica textus al metodo scientifico dei nostri giorni.

Francesco Bonomo

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1  L'indicazione delle pagine nelle citazioni si riferisce ad un'edizione speciale del testo per i tipi de “Il Sole 24 Ore”.

1 commenti:

Massimo Caccia

Interessante segnalazione. Recensione chiara ed immediata. Grazie.