mercoledì 27 agosto 2008

L'espressione della libertà

"(Fanculopensiero)"
di Maksìm Cristan
Feltrinelli, Milano 2007
pp.200 € 13
Lo straniero

“A chi vuoi più bene, enigmatico uomo, di? A tuo

padre, a tua madre, a tua sorella o a tuo fratello?”
“Non ho né padre, né madre, né sorella, né
fratello.”
“Ai tuoi amici?”
“Adoperate una parola di cui fino a oggi ho
ignorato il senso.”
“Alla tua patria?”
“Non so sotto quale latitudine si trovi.”
“Alla bellezza?”
“L’amerei volentieri, ma dea e immortale.”
“All’oro?”
“Lo odio come voi odiate Dio.”
“Ma allora che cosa ami, straordinario uomo?”
“Amo le nuvole…le nuvole che vanno…laggiù,
laggiù…le meravigliose nuvole!”
C. BAUDELAIRE, Poemetti in prosa, 1869


Inizio da questa poesia di Baudelaire perché l'ho ritrovata ai miei esami di stato e non ho potuto non fare riferimento al libro che oggi vi voglio proporre. Ecco l'espressione infatti del desiderio di libertà realizzato, l'aspirazione che si è materializzata. In un certo senso potrebbe essere l'antitesi dell'insostenibile leggerezza dell'essere di Kundera (di cui tratteremo io e Laura a breve), un uomo che da manager di successo pieno di soldi va a vivere per strada a quarantadue anni suonati. E non gli è successo niente. Nessun fallimento bancario, investimento sbagliato, problema familiare... Niente di niente. Solo che ad un certo punto ha sentito il cinturino del suo orologio diventare una catena troppo stretta ed ecco che la libertà che noi guardiamo dal basso verso l'alto, Maksìm Cristàn ce l'ha faccia a faccia. E scopre magari che non è così bella come nelle foto, nei sogni e nelle apparizioni da lontano. Ma ormai la sua scelta l'ha fatta. Il sottobosco urbano di Milano è la sua nuova casa con pericoli, disavventure e una passione bohemienne ormai sciapita, quasi scolorita all'ombra del nuovo millennio. E' qui che nasce per alcuni la schizofrenìa per altri il genio, questo suo "(Fanculopensiero)". Tento di dare una spiegazione approssimativa del titolo: l'improperio non è tanto contro il pensiero in sé per sé ma contro la ratio, il pensiero preordinato e conformista, l'impulso apollineo, il super-io. E le parentesi non sono altro che un tentativo di voler eludere quest'altro residuo di lucidità: che senso ha attaccare la ratio con un attacco razionale? E a questo punto non aspettatevi nemmeno un romanzo da leggere troppo facilmente o che voglia dire qualcosa, sta a voi cogliere. Il protagonista e il narratore coincidono in ogni tratto, non c'è nessuna crescita morale, non è un bildungsroman. Ricalca più che altro il genere della valvola di sfogo, l'autore non scrive per vendere (ad eccezione di rari casi) ma si accorge di saper scrivere e poi vende i suoi libricini. E' un libro che non può essere scisso dal personaggio che l'ha scritto né dal contesto in cui è stato partorito. Non c'è nessuna razionalità poco e niente in termini di labor limae, Maksìm fa quello che vuole: "Cos'è che in questo momento vorrei fare più di ogni altra cosa?". Il chiaro romanticismo di fondo è macchiato qua e là dalla tipica ingenuità di uno straniero, di chi vive per la prima volta un qualcosa di nuovo. Attenzione, è diversa dall'ingenuità infantile che non ha punti di riferimento, non è quel Giovanni Pascoli vestito a 50 anni ancora con i calzoncini; la distanza dai suoi punti di riferimento non fa dello straniero un negletto, un incapace, anzi intensifica i tratti discordanti di una curiosa pantomima su uno scenario sbagliato. L'amore per le nuvole, per la leggerezza (per ritornare a Baudelaire) è il risultato di un processo di estraniamento dal circostante. Ma gli esiti sono tutt'altro che estranianti, leggero come l'aria entra nei polmoni di tutti e riesce a penetrare più a fondo quel segreto della vita su cui molti fantasticano. Per concludere con un bella metafora si potrebbe dire che non è altro che jazz, libera improvvisazione seguita su altri canoni, altri punti di vista. Vi immaginate John Coltrane o Oscar Peterson a parlare con Bach e Beethoven? Bene l'effetto di questo libro è esattamente lo stesso.

martedì 19 agosto 2008

L'Incendio visivo e sentimentale di Mario Soldati



"L'incendio"
di Mario Soldati
Milano, Mondadori, 2007

pagg. 227
€ 8,80
Introduzione di Raffaele Manica

In seguito al giudizio piuttosto inclemente di molti critici, questo romanzo è stato relegato nella sezione dell'ultima produzione di Soldati, dal momento che ripresenta molti dei temi a lui cari. Innanzitutto, l'amore è visto come una relazione irrisolta tra individui che restano sempre distinti, mai realmente devoti l'uno all'altra, ma spesso legati da rapporti egoistici e sottilmente sadomasochistici. In più, la stessa realtà descritta è tratta dalla classe borghese, tanto vicina all'ambiente frequentato dall'autore stesso; se si aggiunge la scrittura in prima persona, è molto facile credere a un banale e riduttivo autobiografismo.

In realtà, come sottolinea giustamente Raffaele Manica nella sua introduzione, l'opera va anzitutto considerata in sè, ovvero in un primo tempo occorre analizzarla e leggerla avulsa dal resto della produzione, e solo in seguito calarla nel panorama di Soldati. Dunque se si affronta questo interessante viaggio, si scopre che l'opera non è nata di colpo nella mente dello scrittore, ma vi è rimasta per anni, fino ad arrivare alla nota prima edizione del 1981.
A parte questo travagliato e controverso inizio, ricordiamo che la trama non è affatto semplice, né scontata. In breve: l'ingegnere Vitaliano Zorzi, accompagnato dall'amico e critico d'arte dott. Marinoni, viene a scoprire l'intensa pittura di Mucci, un pittore molto abile ma poco conosciuto. Attratto dal suo Incendio, incontra e stringe amicizia con il pittore, nonché accetta di acquistare la sua produzione artistica. Ma la vicenda viene complicata dall'improvvisa sparizione di Mucci e dall'entrata in scena di personaggi minori, ma particolarmente ben tratteggiati, tra cui ricordiamo la matronale ma affascinante Fernanda, modella e amante di Mucci, accompagnata dal figlio, violento ma anche ambiguo.
Niente è limpido, sembra suggerire Soldati dalle pagine del romanzo, e soprattutto c'è qui l'occasione per una riflessione sull'arte: l'artista è preda delle passioni, vittima di un sadomasochismo feroce, squattrinato e scialacquatore suo malgrado. Dunque, l'arte non passa indenne sulle personalità votate alla creatività. Ed è così che denaro, masochismo e amicizia (temi già enucleati da Calvino in una lettera introduttiva alla prima edizione) si fondono in un'esplosione narrativa che movimenta la prosa di Soldati.

Ancora una volta, siamo in presenza di uno stile asciutto e scorrevole a cui ci ha abituati. Non manca, come viene confermato da R. Manica, qualche forma di autocompiacimento, qualche citazione letteraria e non, qualche prova stilistica. Si aggiunga poi la ricerca di mimetismo linguistico, per cui al pittore Mucci viene sempre accostata la sua parlata dialettale: scelta azzardata o un più provocatorio contrasto tra sensibilità pittorica e idioma popolare?

Per provare a rispondere a questa domanda e per appagare un po' di sana curiosità, vi consiglio di immergervi in questo mondo di intrighi e dialoghi scattanti per scoprire, ancora una volta, l'ammaliante narrazione di Mario Soldati.

Anathea

domenica 17 agosto 2008

Una mistress senza corpo


La donna che picchiava duro - Diario di una domina
di Ida Denans
Coniglio Editore
2007, pp. 124 € 12,00

"Non si diventa puttane per desiderio, per vizio e meno che mai per vocazione. Si tratta di una lenta e dolorosa espropriazione del corpo. Nel mio caso essa era iniziata sin dalla più tenera età, quando il mio patrigno, e dopo di lui mio zio, mi avevano violentata. Ero una ragazzina. Anni dopo mi fu proposto di scopare in cambio di soldi. Io accettai. Accettai per via del fatto che non avevo più un corpo".

Questo, a mio avviso, uno dei più energici e tra i più bei passi del romanzo di Ida Denans "La donna che picchiava duro".

Ma non fatevi ingannare dal titolo. Non è uno di quei soliti romanzetti dove si elencano pratiche più o meno brutali e più o meno veritiere solo per il gusto di mettere a nudo le proprie perversioni. Qui il sottotitolo, ancora più del titolo, parla chiaro: "Diario di una domina".

Ida emerge in questo romanzo con racconti crudi, espliciti e trasparenti delle avventure avute come mistress, e con malinconiche, inquiete e pressanti rievocazioni del passato. La Ida ragazzina ritorna prepotente anche laddove la dominatrice sembra, all'inizio e solo per una fuggevole ingenuità del lettore, prendere il sopravvento. Qui la dimensione del reale si fonde con ciò che è più nascosto nella mente dell'autrice.

"La donna che picchiava duro" è il canto liberatorio di una donna che cerca di ritrovare se stessa dopo lunghe umiliazioni e sofferenze. Non di una scrittrice, ma di una donna: Ida.

Ida ha conosciuto un'infanzia segnata da maltrattamenti e violenze. A sedici anni lascia la sua famiglia e si ritrova, pochi anni più tardi, nel giro della prostituzione. E oggi Ida sceglie di raccontarsi in questa sorta di dichiarazione, di confessione pubblica.

Come il suo primo romanzo, "Maitresse Ida", anche questo tratta di pratiche feticiste e sadomasochiste. Un diario personale che ha aiutato Ida, attraverso una ricostruzione delle "sedute" e degli incontri avuti nel corso degli anni, a riappropriarsi - come lei stessa dice - del suo corpo e di un'identità ingiustamente sottratta da anni di violenze, aggressività e umiliazioni.

mercoledì 13 agosto 2008

"Il piacere" di leggere d'Annunzio

Si tratta, naturalmente, di un invito alla lettura, perché è impossibile trattare la multiforme personalità di d'Annunzio - e i suoi riflessi in questo romanzo - in poche righe. Per cominciare, alcune, indispensabili annotazioni cronologiche. Il Piacere, è il primo romanzo di Gabriele d'Annunzio: il futuro Vate lo scrive di getto tra il 26 luglio 1888 al 10 gennaio 1889. Sembra incredibile che una tale, raffinatissima opera di ingegneria artistica sia stata prodotta in soli sei mesi. Il Piacere corrisponde però a un progetto che d'Annunzio ha ben chiaro in mente sin dal 1887, anno in cui scrive all'amico Enrico Nencioni di voler costruire il "disegno romanzesco di un dramma di alta passione, con tre protagonisti, due donne e un uomo, tutti elevati nella mente e nello spirito". Il romanzo è dato alle stampe nello stesso 1889, anno in cui è pubblicato anche il verghiano Mastro-don Gesualdo. Il Piacere, dunque, vede la luce in un momento in cui positivismo e naturalismo dominano il panorama letterario italiano. Come sottolineò Benedetto Croce, con d'Annunzio "risuonò nella letteratura italiana una nota fino ad allora estranea, sensualistica, ferina, decadente".

giovedì 7 agosto 2008

Un giorno dopo l'altro


Carlo Lucarelli
"Un giorno dopo l' altro"
Torino, Einaudi, 264 pp.

Non è psicopatico, non uccide per urlare al mondo la propria personalità repressa negli anni, non c’ è alcuna turba sessuale alla base dei suoi omicidi, non uccide in maniera irrazionale. Molto peggio. La sua follia è lucida. Le sue azioni sono architettate con maniacale precisione, e non lascia tracce. Per questo è imprendibile. Non è un serial killer, ma è un killer professionista. Non è un uomo, ma una macchina pensata per uccidere. È il “Pitbull”, un sicario che semina morti nelle città italiane. C’ è Grazia, una giovane poliziotta, mora, dai lineamenti mediterranei, minuta, ma molto forte e tenace. La caccia è aperta. Due menti per le quali la precisione è ricerca dell’ assoluto, o forse mania ed ossessione, si inseguono, l’ una caccia l’ altra, e l’ altra fugge per poi ritornare. C’ è la madre del killer: una massaia un po’ frustrata, di certo molto pressante ed assillante, premurosa fino al parossismo con il figlio per il quale cucina bistecche e pastasciutte, e lo crede un bambino, e mai se lo potrebbe figurare come uno spietato omicida. È il suo bambino, quello della foto in cui sta in un prato verde che sembra un mare, ed ha dieci anni. Ma in quella foto, in quel bambino, c’ è qualcosa che non va. Lo sguardo nasconde qualcosa, o meglio, non nasconde nulla: è vuoto. Grazia si chiede il perché un sicario abbia bisogno di “firmare i propri delitti” come “pitbull”. Di solito lo fanno i serial killer, non i killer di professione, non chi lo fa per lavoro. C’ è Alex, è un ragazzo, uno studente di Bologna. Quanto tempo si può restare fermi ad ascoltare la stessa canzone ed a pensare alla propria ragazza che ti ha appena lasciato? Alex lo sa bene e potrebbe rispondere a questa domanda. La sua ragazza è, o meglio, era, Kristine, una studentessa danese, che, terminato il periodo Erasmus, se ne torna nelle sue terre nordiche. Ma a Bologna c’ è qualcuno che è innamorato di lei. E la canzone che Alex ascolta all’ infinito è “Un giorno dopo l’ altro”, di LuigiTenco. Le aveva comprato un cane, voleva regalarglielo. Ora quel cane gironzola per casa, mangia e dorme. È così amato che Alex lo chiama direttamente “Il Cane” e il Morbido, il coinquilino di Alex, lo chiama senza mezzi termini “Il Problema”. Alex lavora in un piccolo provider a Bologna, per mantenersi gli studi, e controlla che il traffico virtuale delle chat si svolga regolarmente e senza intoppi o sovraffollamenti. Tutti i personaggi hanno una vita sospesa, vivono “un giorno dopo l’ altro”, in una vita sfibrante che domanda una svolta. E infine c’ è la ragazza del killer, una donna semplice, impiegata alla biblioteca di Ferrara, che non può davvero credere che l’ uomo che incontra furtivamente tutte le settimane possa davvero uccidere della persone. È possibile avere una doppia vita, avere un lavoro normale ed essere un killer? È possibile vivere un giorno dopo l’ altro, ha senso una vita siffatta? Tra le pagine che scorrono veloci e si aprono a colpi di scena imprevisti e ben congeniati, che tengono incollati il lettore fino all’ ultima pagina, nel libro possiamo trovare pagine di vera bellezza e quasi poesia in prosa. C’ è qualcosa che distingue Carlo Lucarelli dagli altri autori di noir italiani, e soprattutto da Giorgio Faletti, che per me è uno tra i più bravi scrittori di letteratura noir e gialla in genere, del nostro Paese. Nei suoi racconti l’ autore estrapola una certa essenza della nostra società, il succo sociale del nostro tempo, o del tempo che vuole rappresentare nel racconto. In questo senso in Lucarelli c’ è quasi una resistenza all’ omogeneizzazione degli argomenti, una resistenza a globalizzare le tematiche, a renderle tutte in qualche modo americane. Questa internazionalizzazione che possiamo constatare nella letteratura non solo di genere per me non è da criticare, ma certamente da rilevare, perché non è copia di altro, ma spesso osmosi e scambio culturale. Ma di certo in Lucarelli c’ è una diversità rispetto alle modalità di scrittura dominanti: se Faletti è “americano”, e le sue storie sono sempre ambientate all’ estero, Lucarelli parte sempre dalla società in cui vive, dalla sintesi, dal succo di questa società. Carlo Lucarelli, assieme a Giorgio Faletti, è uno dei nuovi maestri del thriller italiano e non ha nulla da invidiare ai ben più acclamati e celebri colleghi d’ oltreoceano.

domenica 3 agosto 2008

Sospesi per oltre cinquecento pagine di curiosità con Sara Bellodi



Sospeso nel vuoto. Rabbia trasgressione amore
di Sara Bellodi
Firenze, Maremmi Editori, 2008

pagg. 511
€ 21,90

E' difficile nel 2008 che qualcuno scriva ancora un romanzo di oltre cinquecento pagine, e soprattutto che queste cinquecento pagine siano coese e ben architettate. E' ancor più difficile credere che l'autrice di Sospeso nel vuoto sia una ragazza poco più che ventenne che da ben cinque anni lavorava all'opera, amandola, facendola crescere giorno per giorno, accompagnando la propria adolescenza con personaggi problematici e non certo semplici, e con un'opportuna ricerca sul Giappone per rendere credibile l'ambientazione del libro.

Infatti, l'azione si svolge in uno dei quartieri più malfamati di Tokjo, dove droga, alcol e fumo sono uno sfondo obbligatorio per la violenza - spesso gratuita, sempre disumana - delle gang giovanili. In quest'atmosfera da inferno contemporaneo avviene l'incontro e l'innamoramento tra i due protagonisti, Aleksander (Sasha) e Yuki. Benché solo diciannove e sedicenne, i due portano i segni di un'infanzia problematica, dovuta a rapporti familiari degenerati e scoppiati in accessi d'ira e pestaggi. Non è dunque semplice per loro superare quella difesa naturale che sono stati costretti ad erigere, per riuscire a sopravvivere. Ad aiutarli o ad ostacolarli, molti personaggi minori ben ritratti: donne amate da Aleksander, grande amatore nonché capo della banda più importante di Tokjo; un fratellastro violento, un patrigno stupratore e omicida; amici sinceri o gelosi; possibili nuovi amori.
Come è facile immaginare, l'intreccio è molto articolato, e tutto mira a rompere la tanto meritata tranquillità dei protagonisti. E' Aleksander stesso a raccontare la vicenda e, infatti, alcuni brevi capitoli sono dedicati ai suoi interventi commentanti, e agli ammiccamenti ai lettori. E', quindi, Aleksander a scegliere l'ordine degli eventi da narrare, nonché a decidere cosa tacere, cosa rimandare.

A ben guardare, il sottotitolo riassume doverosamente i temi-cardine del romanzo, ma vorrei precisare che la trasgressione è più che altro conseguenza diretta degli altri due elementi, ovvero conseguenza della rabbia, quasi accecante, e dell'amore, spesso pieno di gelosia. Non bisogna per questo credere che le pagine siano piene di perversioni o di emozioni solo negative: al contrario, le frequenti dichiarazioni d'amore, un po' canoniche, tra Sasha e Yuki diventano unica via di fuga dal livore della città.

Immagino che alcuni passi sembrino assolutamente inverosimili, perché alcune pagine sono occupate da scene violente, a stento pensabili. In realtà, come mi ha prontamente spiegato Sara Bellodi, sono modellate su fatti di cronaca che la scrittrice ha letto e riletto. E non ci resta quindi che accettare l'alterità di Tokjo, come lo sguardo vigile di chi si aggira per i vicoli, o il luccichio fulmineo di lame di coltelli senza scrupoli. Se ci fidiamo e ci lasciamo trasportare dai dialoghi frequenti e incalzanti, dalla sintassi rapida (e su cinquecento pagine bisogna concedere qualche mancanza di labor limae), dalla trama varia e dagli ammalianti protagonisti, assicuro che ci troveremo in un romanzo con tratti noir, romantici e suspense, degni di un buon film d'azione che non lascia indifferenti.

Gloria M. Ghioni
[Anathea]


Al termine delle vacanze, avrete anche l'intervista all'autrice Sara Bellodi, che si siederà nel nostro Salotto virtuale... Intanto vi consiglio di leggere il romanzo, che si presta anche a un'agile lettura estiva

venerdì 1 agosto 2008

Quell'ironica disperata tenerezza di Vivian Lamarque


Poesie (1972-2002)
di Vivian Lamarque
Milano, Oscar Mondadori, 2002

Introduzione di Rossana Dedola
pagg. 246
€ 8.40

Contiene le raccolte:
Teresino (1981)
Il signore d'oro (1986 e 1997)
Il signore degli spaventati (1992)
Poesie dando del Lei (1989)
Una quieta polvere (1996)
Inediti



Tre gli elementi presenti nel titolo di questa recensione: ironia, disperazione e tenerezza. E' stato difficile cercare di incasellare la poesia di Vivian Lamarque in un tricolon che non fosse troppo riduttivo, perché tutta la semplicità dei componimenti non è che apparenza. Infatti, dietro la facilità stilistico-lessicale della poetessa (che privilegia un lessico quotidiano e una poesia lontana dalle forme metriche tradizionali, più libera, senza le briglie di schemi rimici o misure versali precostituite) si cela una complessità di significato da non trascurare. Inoltre, non bisogna trascurare l'importanza del paratesto, ovvero degli elementi accessori che accompagnano le poesie, come le dediche iniziali, citazioni d'autore che aprono le sezioni delle raccolte o anche le singole poesie.
Ma torniamo ora a vedere la sfaccettata sfera semantica, caratterizzata da quella che Vittorio Sereni definì "l'intelligenza del cuore", ovvero "i repentini rovesciamenti di fronte per cui a volte due versi in chiusura di una cantilena quanto mai puerile arrivano imprevisti come una coltellata". Esatto: Vivian Lamarque sconvolge, e nell'accezione migliore del termine. Vediamo, ad esempio, la notissima Poesia illegittima:

Quella sera che ho fatto l'amore
mentale con te
non sono stata prudente
dopo un pò mi si è gonfiata la mente
sappi che due notti fa
con dolorose doglie
mi è nata una poesia illegittimamente
porterà solo il mio nome
ma ha la tua aria straniera ti somiglia
mentre non sospetti niente di niente
sappi che ti è nata una figlia.


Giocata sul doppio registro di significato letterale e di simbolo, non manca una sfumatura d'ironia disillusa, quasi disperata se consideriamo il contesto. Ma anche di gioco, come abbiamo detto, perché non viene meno quella nota divertita da poetessa che padroneggia gli strumenti a sua disposizione.

La tematica dell'amore è inesausta richiesta di attenzione, di protezione, come troviamo nelle frequenti regressioni dell'autrice che torna bambina, come in Prendimi a cuore:

Prendimi a cuore.
Dimmi di mangiare.
Potrei dimenticarmene
o cadere dalla seggiola
al primo segno di disinteresse.


E il compagno spesso è assente, o non risponde, pare non partecipare del sentimento, come nella notissima poesia-poemetto che occupa la sezione intitolata L'amore mio è buonissimo, o nella posteriore Lingua straniera che qui ripropongo:

Di due persone
che mi interessano fino a un certo punto
una volta hai detto che si erano
innamorate reciprocamente.
Hai pronunciato le due parole come fosse niente
e infatti non era quasi niente
per me
la notizia
e però la forza di quel verbo e di quell'avverbio
usati vicini
mi ha fatto pensa girare la testa
e così da allora mi succede sempre
ogniqualvolta cocciuta che sono
voglio riuscire anch'io a pronunciarli
verbo e avverbio uno dopo l'altro
come fosse niente:
mi gira la testa pensa
resto lì incapace
stordita come un bambino da una lingua straniera.


Vediamo qui alcuni caratteri fondamentali: la poesia è innanzitutto confessione, e per questo si avvale di una punteggiatura libera, vivace, a volte assente; la sintassi si fa quasi prosastica, a tratti da monologo interiore, fluida.
Non mancano altrove citazioni più o meno scoperte, omaggi poetici colti, oltre a passaggi favolistici (si ricordi che la Lamarque ha scritto anche opere per l'infanzia).

Ci sembra giusto terminare la breve rassegna (più un invito alla lettura) con il giudizio che scrisse Giovanni Raboni, vero scopritore della poetessa trentina: "C'è da restare a bocca aperta davanti alla misteriosa semplicità, all'eleganza impalpabile e tuttavia quasi feroce di queste poesie". E così è.

Anathea


* le citazioni sono riprese dalla valida ed efficace introduzione di Rossana Dedola nella nostra edizione di riferimento.