mercoledì 20 aprile 2005

La poesia dell'anima

Memorie di una Geisha
di Arthur Golden
Editore TEA DUE
1997

1^ edizione originale: 1997 (Memoirs of a Geisha)
pagg. 563

"Il rimpianto è un tipo di dolore molto particolare; di fronte ad esso siamo impotenti. È come una finestra che si apra di sua iniziativa: la stanza diventa gelida e noi non possiamo fare altro che rabbrividire. Ma ogni volta si apre sempre un po' meno, finché non arriva il giorno in cui ci chiediamo che fine abbia fatto" (pag. 336)

Prima opera di Arthur Golden, Memorie di una geisha riporta a un tempo che sembra tanto lontano da intimorire, mentre in realtà non siamo che agli inizi del Novecento. Un Novecento diverso da quello che siamo abituati a comprendere e ricordare, con una concezione di vita tanto astrusa da sembrare inconciliabile con la nostra tradizione. Invece, grazie alle parole che Golden fa pronunciare direttamente alla protagonista, Chiyo-Sayuri, quel mondo inizia a prendere forma fin dalle prime pagine, senza mai destare problemi di lettura o inutili inciampi. Merito, infatti, è questo stile semplice (ma non semplicistico, attenzione) che scorre di riga in riga. Sembra non avere una meta precisa, mentre in realtà non passa capitolo invano: tutto si inserisce nello scopo principale di riuscire a descrivere la vita di una giovane geisha, senza alcuna pretesa di racchiudere un intero mondo passato. Tuttavia, è proprio questo il risultato di Golden: contrariamente a quanto si fosse forse prefissato, l'esperienza di Sayuri, al di là della bella trama romanzesca alla base, racchiude quanto di più esemplare si possa chiedere: dalla pratica dell'iniziazione, fino all'apprendistato, per poi arrivare alla vera e propria carriera di geisha, interrotta bruscamente per via della Seconda Guerra Mondiale. 
Al filone più prettamente orientalistico, s'intreccia a filo doppio la vicenda personale, con uno scavo psicologico saggio e posato - tipico della cultura nipponica -, ma anche una grande passione per la vita, l'amore e le gioie che Sayuri non può fare a meno di rincorrere, nonostante la sua esistenza già segnata. 
Personalmente, la lettura dell'opera, che qua e là tradisce il lungo lavoro di ricerca dell'autore, ha fatto morire tanti pregiudizi che è inevitabile avere, fintanto che non si conosce una civiltà. Pagina dopo pagina, nonostante la mentalità profondamente diversa, l'attenzione è sempre più catturata dalla vicenda personale, arrivando quasi a dimenticare lo stile povero di Golden e la dilatazione temporale che non sempre è appropriata.
Nell'insieme, una lettura da affrontare a viso aperto, senza paura di scontrarsi con una realtà incomprensibile.
"Il pomeriggio in cui il Presidente e io bevemmo insieme il saké [...], accadde qualcosa di strano. Non so perché, ma, quando bevvi un sorso dalla più piccola delle nostre tre tazze, lasciai che il liquore mi ristagnasse sulla lingua e una goccia mi sfuggì dall'angolo della bocca. Indossavo un kimono nero a cinque strati, con un drago ricamato in oro e rosso che correva lungo tutto l'orlo e mi arrivava quasi all'altezza delle cosce. Mi ricordo che guardai la goccia passarmi sotto il braccio e rotolare sulla seta nera che copriva la coscia fino a fermarsi contro i grossi fili argentei che costituivano i denti del drago. Sono sicura che alla maggior parte delle Geishe quella goccia di saké rovesciata sarebbe apparsa come un cattivo presagio, ma a me quella perla umida sgorgata dal mio corpo e tanto simile a una lacrima sembrò quasi simboleggiare la storia della mia vita- era precipitata nello spazio vuoto, senza alcun tipo di controllo sul proprio destino; aveva seguito un sentiero di seta; si era arrestata contro i denti del drago." (Pagg. 551-552)

Gloria M. Ghioni