La brutalità di ogni splendore: “Carissimo dottor Jung” di Sandra Petrignani a Wunderkammer 2026


 

Il secondo giorno di Wunderkammer inizia con Sandra Petrignani in dialogo con Vittorino Andreoli in merito al suo Carissimo dottor Jung. “Petrignani è stata la prima a entrare nelle case degli scrittori”, introduce Francesca Lang, editor di narrativa italiana di Neri Pozza, “I suoi libri offrono ritratti di persone celebri, ma sono anche un modo per conoscerne le anime che si nascondono dietro le opere, e di cui ci vengono mostrate non solo le luci, ma anche le ombre. Lo stesso capita in questo volume con Carl-Gustav Jung”.

Il tema delle case è anche il punto di partenza dell’incontro. Petrignani racconta infatti di aver scoperto che Jung ne aveva due, quella famigliare, nei pressi di Zurigo, e la “casa dell’anima”, sulle sponde del lago; questo è stato stimolante per lei, che ha voluto ricostruire la personalità complessa del personaggio senza seguire un ordine cronologico e documentaristico, ma creando una cornice alla narrazione, e ricostruendogli poi intorno un tessuto relazionale in grado di farne emergere il profilo. 

Carissimo dottor Jung
di Sandra Petrignani
Neri Pozza, ottobre 2025

pp. 240
€ 19 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

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Al momento di prendere la parola, Vittorino Andreoli confessa subito di non essere per sua natura un lettore di romanzi contemporanei, e che il solo fatto di essere qui dimostra il suo apprezzamento per l’opera di Petrignani. Il romanzo, spiega, parla di uno Jung ormai vecchio, già ottantaseienne (nel 1961, fa notare, non così lontano da noi). Andreoli ci tiene a sottolineare che il suo approccio rimane quello di un clinico, ovvero colui che di fronte al paziente si interroga sulle cause del suo malessere, ne indaga i sintomi, per poter fare una diagnosi e trovare una cura. Si è però trovato più volte nella sua carriera a confrontarsi con gli psicanalisti, che ha portato, proprio a Verona, all’interno dell’ospedale psichiatrico. Lo ha fatto perché lo interessava l’attenzione al simbolo di Jung, ma soprattutto perché la psicoanalisi poteva essere una delle cure possibili per i suoi pazienti. Non ha, confessa, una predilezione specifica per Freud o Jung, di cui indaga le specificità e il rapporto spesso conflittuale. 

Mentre Freud si occupava dell’inconscio individuale, Jung ha riflettuto su un inconscio collettivo, ha ampliato il campo dell’indagine… io invece mi sono sempre occupato del cervello, un organo che pesa un chilo e mezzo. I due si sono scontrati anche violentemente, come si vede anche nel romanzo. 

Come lettore, nell’affrontare il testo di Petrignani, non è stato colpito tanto da Jung, che pure nel romanzo emerge come “persona viva”, ma dalla figura di una donna-scrittrice, Egle, in cui lui riconosce la stessa Petrignani, attratta dallo psicanalista - come molte delle donne che lo hanno incontrato, del resto. È ironico, Andreoli, nel commentare questo vecchio, che pure viene descritto come bello (“di me non l’ha mai detto nessuno”) e che ribadisce a più riprese di aver salvato la vita alle sue pazienti (“modesto, insomma”’). “Se lo incontrassi penso gli direi: ‘lei è un po’ maniacale… però ha fatto anche delle grandi cose’”, osserva. Prosegue poi commentando il personaggio di Egle: “Ipotizzando che Egle sia Sandra, si può dire che non ami molto la vecchiaia e ignori la morte” (Petrignani sorride dei suoi 74 anni, ma Andreoli chiede “un applauso più forte, perché io ne ho 86”). “Egle ha fede in Jung”, prosegue, “non nel padreterno, e questa dimensione di fiducia è fondamentale, anche nella clinica. Però la paura della morte non è per lei del tutto superata”. 


Petrignani parte da questi spunti per raccontare la genesi dell’opera. Dopo aver compiuto settant’anni, si è infatti trovata in crisi e ha ricevuto dallo psicanalista il consiglio di leggere Seneca. Non ha però trovato nella saggezza che questi raccomandava una risposta valida per uscire dalla depressione. Da qui le è derivata l’idea di trattare uno Jung anziano, ponendogli accanto una psicanalista americana per avere una controparte femminile. E visto che voleva toccare il tema della vecchiaia, ha associato a quella di Jung anche quella della scrittrice Egle e della sua amica Lori, più anziana, ma con una visione del mondo più leggera. Per Petrignani la stesura del libro è stata una ulteriore forma di analisi. La vecchiaia si può anche vivere bene, ha scoperto. 

Il romanzo, del resto, si propone di trattare tematiche anche molto diverse. A Petrignani le trame non interessano, confessa, quello che conta è lo stile. Lo scrittore deve essere riconoscibile dal modo in cui scrive. Per questo è grata ad Andreoli, che ha colto il fatto che l’opera non sia una semplice biografia di Jung. Parlare del rapporto dello psicanalista con le donne, per esempio, vuol dire toccare temi moderni. “Petrignani è certamente una che difende la dignità delle donne, mentre nell’uomo non ha tanta fiducia, e io sono anche d’accordo…”, interviene Andreoli. “Verso i ventitré anni”, racconta, “Jung conosce una ragazza molto più giovane, gli piace e se la prende, come farebbe con una bicicletta. Lei era molto ricca, mentre lui era un poveretto, però se era bello da vecchio da giovane doveva essere Alain Delon - volevo trovare un esempio veronese, ma non so se ce ne sono…”. Questa ragazza, Emma Rauschenbach, era una pioniera del femminismo e quindi un personaggio molto interessante. Non che questo abbia impedito a Jung di tradirla ripetutamente. Andreoli non è d’accordo con chi sostiene che andare “dal lettino al letto” con le pazienti servisse a Jung per diventare un bravo psicanalista (“e al clinico, allora, cosa serve?” chiede, tra le risate generali). Petrignani ammette di aver avuto qualche difficoltà col personaggio di Jung, perché “era un maschio alfa, ma era anche uno dei pochi uomini che all’epoca riconosceva la grandezza della mente femminile, e ho fatto pace con lui anziano, anche perché a quel punto si era dato una calmata”. “Seguendo la mia linea femminista” prosegue, “Emma avrebbe dovuto essere un personaggio da compatire, invece a un certo punto ho capito che era una grande donna, perché ha preso il marito per ciò che era, ed è stata sempre coerente con se stessa”. 

La presentazione di Carissimo dottor Jung prosegue, disordinata, ma vivacissima, con alcuni imprevedibili colpi di scena creati da un Andreoli che gioca ormai apertamente col pubblico - facendo probabilmente sudare freddo le editor di Neri Pozza. Il suo entusiasmo per il romanzo di Petrignani è però sincero e apertamente ribadito.  Nel parlare del suo rapporto con la narrativa contemporanea, Andreoli professa la sua devozione ai romanzi dell’Ottocento, in particolare a Dostoevskij, e ai tragici greci, a cui deve molto del suo essere psichiatra (“forse senza Jung potrei farlo, invece”, scherza). “Devo ammettere però che questo è un libro bellissimo. Io ho imparato attraverso questo libro e adesso voglio bene alla dottoressa Petrignani per questo”. Il libro è diviso in una quarantina di capitoli, spiega, che sono proprio dei quadri e che possono essere letti anche singolarmente. Lui lo ha associato a “Quadri di un’esposizione” di Musorgskij, che trasforma in musica ogni quadro. “L’arte è proprio questo: trasformare in musica qualsiasi cosa, ma in un modo meraviglioso”. Uno scrittore può scrivere di qualsiasi argomento, e l’importante è che arrivi al punto. Qui Petrignani lo fa in quarantasei quadri, in alcuni dei quali c’è anche Jung. E alla protagonista, che fa tre analisi junghiane, consiglierebbe di non farne una quarta, ma di scegliere magari un clinico… così poi Petrignani scriverebbe anche di lui!

Carolina Pernigo 


Foto a cura della redazione