La terza edizione di Wunderkammer, il Festival Letterario di Neri Pozza, si trasferisce quest’anno al teatro Camploy che, con i suoi sedili blu notte e il soffitto dipinto con ampi banchi di cielo e nuvole, già ci introduce al tema dell’anno: Costellazioni. Dopo il palazzo della Gran Guardia e il Teatro Nuovo, in pieno centro storico, la nuova location è forse la migliore delle tre sperimentate: raccolta e verticale, la gradinata cinge il pubblico numeroso in un abbraccio, e si prepara ad accogliere le prime stelle del firmamento Neri Pozza. “Le parole belle non sono necessariamente carezzevoli” ci viene detto subito, “possono essere anche dure, ma rimangono luci, astri che guidano”.

Il piano metaforico della tematica scelta come fil rouge per l’evento si complica e stratifica fin dai primi interventi introduttivi, nelle parole del presidente di Neri Pozza Luciano Vescovi, della referente dell’Università di Verona Federica Formiga e del sindaco della città Damiano Tommasi. Carla Maria Russo, vincitrice del primo Premio Benetti-Montblanc per la sua capacità di ridare voci alle donne che hanno contribuito a plasmare la nostra storia, come per il rigore documentario, l’empatia verso i personaggi e la generosità verso i lettori, ricorda come al cuore della cultura di un paese devono essere al contempo la passione e una mente pensante, generativa. All’insegna del campo semantico della luce e della creazione (o della creatività) si apre quindi la rassegna, con una lectio magistralis che punta già in alto – un viaggio, letteralmente, tra le costellazioni. Sabine Schultz introduce l’ospite, Jonas Enander, con il suo Affrontare l’infinito: i buchi neri e il nostro posto sulla Terra. Il morire della luce di Dylan Thomas, da lei citato, sembra una perfetta metafora dei buchi neri, di cui presto sentiremo parlare. L’intervento, tenuto in inglese dal relatore, è tradotto in simultanea dalla bravissima Sarah Cuminetti, che si destreggia con disinvoltura con un argomento complesso e un ritmo tutt’altro che blando.
Enander fa immediatamente notare come il tema del festival gli calzi a pennello. Costellazioni sono infatti i lettori, ma anche gli scrittori, e i libri che scrivono. Però costellazioni sono, soprattutto, quelle che affollano i nostri cieli, che a loro volta hanno dato vita a molte storie, che riguardano miti, dei, animali… adesso, però, “grazie alle ultime scoperte ci siamo resi conto che ci sono molte cose nuove nell’universo, e per questo anche le nostre storie devono essere aggiornate”. Le domande che pone, e ci pone, sono ambiziose: cosa sono i buchi neri? Come possiamo vederli, e come dovremmo immaginarli? È stato un giovane Albert Einstein, fallito e respinto dall’Accademia, assunto all’ufficio brevetti di Berna, a riflettere sul rapporto tra tempo, spazio e gravità, ci racconta.
Se i temi sono complessi, quasi inaffrontabili (ed è certo coraggioso da parte di Neri Pozza portarli nell’evento di apertura del Festival), Enander riesce a renderli accessibili, parlando a braccio con il solo supporto di uno schermo, di un globo, e di Dante Alighieri. “Comprimi la Terra alla dimensione di una pallina di golf”, ipotizza, “la forza gravitazionale sarà così forte che nulla potrà sfuggirne, non Dante, e neppure la luce. Così nascerebbe un buco nero”.
Partendo da questo e da altri esempi paradossali, Enander ci porta al cuore dell’universo. “È difficile creare un buco nero”, osserva. Il limite tra la scienza e la filosofia si fa molto sottile, soprattutto quando si implica la dimensione del tempo. Si esce dal dominio dell’assoluto per entrare in quello della relatività. Così Jack e Rose invecchiano a velocità diverse, se si trovano più o meno vicini al buco nero… a cui, comunque, Enander sconsiglia di avvicinarsi, data la morta certa (certo, postilla, lo stesso succederebbe avvicinandosi al Sole, e sarebbe forse più doloroso).
I buchi neri non si vedono attraverso la presenza di luce, ma attraverso la sua assenza. Enander ha intervistato Jean-Pierre Luminet, il primo a provare a rappresentare un buco nero, nel 1979. L’astrofisico gli ha confessato di non aver mai creduto che si sarebbe riusciti a vederne uno davvero; i buchi neri sono infatti lontanissimi, spiega, oltre il Sistema Solare, nello spazio interstellare, a circa 54 milioni di anni luce di distanza. Quanta folle, ardita, speranza, quindi, commenta Enander, per desiderare di fotografare qualcosa del genere, con un telescopio che avrebbe dovuto avere le dimensioni della Terra intera. Questo è stato possibile la prima volta creando una rete di telescopi - l’immagine che ne abbiamo tratto corrisponde a un buco nero che ha la massa di 6 miliardi di Soli. Fare la foto ai buchi neri è come guardare una pittura rupestre: ciò che guardiamo è l’assenza della luce, o del colore. Il buco nero lascia un’ombra nell’universo.

All’interno del suo libro, Affrontare l’infinito, Enander si chiede anche come si può riscattare l’immagine dei buchi neri, “riqualificare il brand”. “I buchi neri non sono come appaiono nei Simpson, non sono degli aspirapolveri cosmici”, commenta, fanno, anzi, il contrario, creano un vortice intorno a sé, in grado di plasmare le galassie. C’è un’interazione molto complessa tra luce e oscurità, nei buchi neri. Non si devono pensare solo come un forza distruttiva, ma anche come un elemento creatore nell’universo. Dovremmo smettere quindi di “demonizzare i buchi neri”, che sono dei “giganti meravigliosi”: “se manteniamo la giusta distanza non dovrebbe succederci nulla”. Ma poi, continua, noi come possiamo usare i buchi neri? Se possiamo utilizzare Google Maps, spiega, è anche un po’ per merito loro. Noi da sempre usiamo le stelle per navigare, ma oggi non ci basta più… abbiamo scoperto infatti che le stelle si muovono. Ci serve quindi un punto fisso, il più lontano possibile, e che sembri il più possibile immobile. I buchi neri riescono a creare alcune delle luci più potenti dell’universo, grazie alla materia che si muove intorno a loro - i quasar, che sono “quasi stelle”, pur senza esserlo esattamente. Proprio questi ultimi vengono ora utilizzati per creare dei punti di riferimento fissi, che ci aiutano a capire come si muovono i continenti, come cambia la Terra. Per studiare il nostro pianeta ormai abbiamo molti strumenti, ma anche i buchi neri, che ci aiutano a calibrarli.
“Io all'inizio non sapevo nulla di tutto ciò”, osserva Enander nel parlare delle sue ricerche:
per me la parola che più descrive i buchi neri è dualità, presa alla lettera: contengono luce e oscurità in un pacchetto unico, distruzione e creazione; sono tra gli oggetti più grossi dell’universo, ma sono per lo più vuoti; sono lontani, ma il loro utilizzo ce li rende vicini.
Certamente ci è riuscito anche il suo intervento, con cui Jonas Enander è riuscito, in questa prima serata di Festival, a rendere pop i buchi neri, senza sminuire neanche per un secondo la serietà o scientificità dell’argomento.
Carolina Pernigo
Foto a cura della redazione