Partiamo da una confessione: non conoscevo il Modernismo brasiliano, movimento culturale nato nel 1922 come desiderio di emanciparsi dalla visione occidentale e coloniale. Come non conoscevo il manifesto di Oswald de Andrade e l'antropofagia. Ecco, dunque, che la lettura e la riflessione critica su Opisanie świata, della scrittrice brasiliana Veronica Stigger era in principio segnata da questa mancanza, un percorso accidentato su una strada sconosciuta. Come critici abbiamo il nostro campo di studio specifico, similmente ai lettori che per quanto onnivori si muovono spesso dentro spazi noti e amati. Eppure penso sia molto importante talvolta uscire dai recinti che ci siamo imposti, convinti di dover ragionare solo su ciò che abbiamo studiato e che conosciamo; è un discorso di rigore intellettuale, ma anche forse di pigrizia, di comodità. Il mondo però è molto più vasto del nostro specifico campo di ricerca e interesse e prima o poi dobbiamo uscire là fuori. Perché, dopotutto, sono storie, tutte quante, tutti questi testi letterari che leggiamo e indaghiamo, con gli strumenti critici acquisiti, con la nostra passione di lettori. E forse non riconosceremo tutte le stratificazioni, i rimandi, la tradizione letteraria su cui si fondano – e sì, il Modernismo brasiliano – ma vale assolutamente lo sforzo. Se poi, come nel mio caso, si ha la possibilità di confrontarsi con colleghi esperti che possono illuminare ciò che da sola non vedevo, è un privilegio a cui non rinunciare, l’occasione per apprendere qualcosa di più sulla letteratura brasiliana in questo caso, ma anche e soprattutto per tornare a quello che in fondo dovrebbe sempre essere la critica letteraria, uno scambio, un discorso più ampio.
Ecco, dunque, che leggere e ragionare sul testo di Stigger mi ha dato modo di dialogare con Nicola Biasio, professore di Letteratura portoghese e brasiliana all'Università di Siena e traduttore letterario che per Edicola edizioni ha curato la traduzione italiana di Opisanie świata e addentrarmi insieme a lui nel testo e nell’universo letterario di Stigger. Un testo breve ma densissimo, che svicola da ogni etichetta letteraria per abbracciare forme e generi diversi, un pastiche forse, o come più efficacemente lo definisce Biasio «un collage». Al centro della narrazione c’è Opalka, sessantenne polacco che dopo aver ricevuto una lettera in cui scopre di avere un figlio mai conosciuto e adesso gravemente malato, parte alla volta dell’Amazzonia, dove il giovane risiede e che spera di conoscere il padre prima della fine. Siamo alle soglie della Seconda Guerra Mondiale, di lì a poco la Polonia sarà invasa, proprio mentre Opalka è in viaggio. Ma ancora a Varsavia, alla partenza, Opalka fa la conoscenza con un personaggio buffo e fondamentale, Bopp, un giramondo brasiliano che apprese le circostanze del suo viaggio decide di accompagnarlo. Dopo un viaggio in treno – già piuttosto bizzarro – salpano insieme alla volta del Brasile e per tutta la durata della navigazione si susseguiranno incontri e situazioni stravaganti, mentre il legame tra i due si consolida. Riuscirà Opalka a incontrare il figlio sconosciuto? E che Brasile ritroverà dopo quel primo viaggio, decenni prima, quando era ancora un ragazzo?
Al lettore, naturalmente, il piacere di seguire l’avventura di Opalka, singolare e travolgente, come lo è per sua natura il testo stesso di Stigger che si muove tra registri, generi e forme differenti: tra surreale e grottesco, l’autrice intreccia una narrazione che va dal romanzo al racconto, tra fiction e spunti metaletterari, intervallata da immagini d’epoca, inserzioni pubblicitarie, consigli di viaggio. Mi rivolgo a Biasio, allora, per tentare di afferrare questo testo, etichettarlo.
Tutta l’opera di Veronica Stigger è generata proprio da un lavoro costante alla scompaginazione dei generi letterari. In quasi tutte le sue opere unisce teatro, microfiction, romanzo, novella, racconti. Opisanie śwoata è un romanzo, ma allo stesso tempo non è un libro così strettamente classificabile. Di certo è un testo che si rifà molto al cinema: c'è un taglio cinematografico molto importante che caratterizza il pastiche e forse è più vicino proprio a un pastiche. C'è poi al suo interno un'opera citazionale che muove tutto il libro e per questo forse l’etichetta più appropriata è il collage: mi sembra la figura più interessante per descrivere l'opera che parte con delle fotografie, poi ci sono le lettere e poi c'è il frontespizio, come una sorta di pausa cinematografica con il titolo del libro/film che stiamo leggendo/vedendo. È quindi come una sorta di collage filmico e letterario proprio perché è quasi un lavoro di furto quello che fa Veronica Stigger: lei stessa lo dice, c'è un lavoro di furto, di riappropriazione, di riscrittura proprio tipico della pratica modernista.
E dopotutto il Modernismo stesso rifiutava la rigida divisione dei generi. Mi sembra decisamente adatta la definizione di collage, che da l’idea delle varie contaminazioni, echi, registri, generi e forme che attraversano il testo, le sue linee narrative: le lettere del figlio Natanael, le pubblicità e le immagini d’epoca, le informative sul viaggio e il Brasile, il racconto in terza persona che qui e là si sposta ai pensieri e commenti di Opalka, gli appunti di Bopp sul suo taccuino. Un’ibridazione di generi, ironia e libertà creativa che è l’essenza stessa del Modernismo brasiliano. Chiedo ancora a Biasio, dunque, di guidarci dentro questo movimento estetico che, ci ricorda, «nasceva proprio dalla volontà di rendere brasiliana, emancipata, la letteratura, l'arte, la cultura negli anni ‘20 del Novecento». Un movimento che Stigger, soprattutto come curatrice d’arte, conosceva benissimo e che fa proprio, rifacendosi all’antropofagia di Oswald de Andrade che sottolineava la necessità di «svicolare la letteratura brasiliana dai canoni occidentali» per mezzo di un «atto di divorazione cannibale» attento a integrare le qualità positive e di valore all’interno del proprio organismo-letteratura.
«Una metafora che i modernisti utilizzavano per fagocitare la cultura occidentale e digerirla attraverso uno stomaco tutto brasiliano, per partorire qualcosa di totalmente diverso che era la letteratura brasiliana moderna modernista. Quindi Veronica Stigger si rifà a tutto questo immaginario e lo reinterpreta e a sua volta dunque crea questo pastiche, fa questo lavoro antropofagico di digestione di tanti altri testi che hanno caratterizzato il modernismo e dà vita a una storia particolare».
Una storia che per sua natura risuona di altre storie, altri nomi, artisti, in una rete di connessioni ed echi. Partendo per esempio da Roman Opalka, «un artista polacco che ha fatto una serie di dipinti che si chiamano proprio Opisanie Świata», poi la scultrice brasiliana Maria Martins e la sua serie Amazonia. È nata qui per Stigger l’idea di «partire da questi due artisti completamente diversi» e immaginare «un romanzo che inizia in Polonia e finisce in Amazzonia e da questo stimolo ha iniziato scrivere la storia facendo appunto un’operazione di digestione quasi antropofagica dei testi da lei letti e poi riscritti, reinterpretati, per dare vita una storia, una storia unica».
È una stratificazione anche tematica, che sfiora numerosi spunti e suggestioni, a partire dal tema del viaggio da cui si irradiano molteplici considerazioni e metafore. Il viaggio di Opalka è scoperta, ma anche apertura all’inatteso e condivisione. Un viaggio che dalla Polonia lo porterà fino nel cuore dell’Amazzonia, un ritorno a una terra conosciuta tanto tempo prima e che ritroverà profondamente cambiata, mentre si avverte l’eco della guerra in Europa, la rovina, la perdita. Non so se sia per il difficile momento storico che stiamo attraversando, ma quest’eco mi pare particolarmente forte tra le pagine di Stigger, l’idea della rovina, della brutalità, la fine delle cose. Ne parlo con Biasio, che ci conduce al cuore della poetica di Stigger:
Veronica Stigger lavora molto sul tema della fine del mondo, il tema della fine delle cose, e su che cosa può rimanere. Secondo me è molto interessante il discorso che Jean-Pierre [la persona in Amazzonia che deve condurre Opalka dal figlio] fa a Opalka, nel ricordare quello che era la città in cui si trovano, un tempo splendida e spettacolare; ma tutto questo finirà, finirà la foresta, finirà la bellezza di questo posto perché le cose sono così. Il romanzo apre però alla tenerezza: nonostante la brutalità le cose non finiscono e c'è una tenerezza radicale di sottofondo. Insomma di sicuro c'è un riferimento interessante alla guerra come dicevi tu, che però sottende a una radicale tenerezza e anche un po' di comicità per gli affetti che sopravvivono alla brutalità.
Forse è così, forse nella storia di Stigger l’orrore – della guerra, della perdita, della rovina – è un’eco lontana e come dice Biasio gli affetti «sopravvivono alla brutalità». È ancora a lui, esperto di questioni post coloniali, che mi rivolgo per ragionare su alcune implicazioni del Modernismo brasiliano e sulla rielaborazione contemporanea in autori come Stigger. Un movimento che, sottolinea Biasio, non è stato esente dalle critiche per via di un processo di appropriazione culturale che ha riguardato le popolazioni indigene e le comunità nere da cui i modernisti hanno tratto linguaggi e codici non propri. In questa fase di decolonizzazione, dunque, molte comunità indigene stanno cercando di decolonizzare il Modernismo stesso da una propria prospettiva. Stigger è particolarmente attenta a questa dinamica e il suo è «un lavoro attento di de-esotizzazione anche della storia tanto che, per esempio, tutti questi stralci che vengono presi dalla guida turistica e che appaiono nel romanzo sono effettivamente quasi una parodia della visione esotica che hanno i turisti sul Brasile».
Tra le numerose stratificazioni e implicazioni del testo si fa spazio anche lo spunto metaletterario, a partire dalla riflessione stessa sulla scrittura nelle parole di Bopp quando consegna all’amico Opalka il proprio taccuino nero, in un passaggio di testimone particolarmente significativo:
Scriviamo per non dimenticare. O per fingere di non aver dimenticato […]. O per inventare quello che abbiamo dimenticato. Forse scriviamo soltanto di ciò che non è mai esistito. (p. 146)
È tutto racchiuso in questo passaggio: il rapporto tra Opalka e Bopp, la realtà o meno del compagno di viaggio, la riflessione sulla memoria e i fantasmi del passato, la malleabilità del ricordo, la necessità dello scrivere. Non afferreremo mai fino in fondo questa storia, è così per sua natura, ed è attentamente costruita intorno a un senso di straniamento dato anche, sottolinea Biasio, dal codice linguistico stesso e dalle scelte di traduzione con molti termini volutamente lasciati non tradotti, a partire dal titolo – di cui scopriremo il significato sul finale del libro. Qualcosa che forse non ha a che fare con la storia coloniale ma, sottolinea il traduttore, è «più legata a un'idea di essere straniero», dal protagonista del romanzo, Opalka, ai diversi compagni di viaggio fino all’essere estraneo di un figlio mai conosciuto dal padre. «L'idea è che siamo tutti stranieri» e la lingua, le scelte di scrittura e traduzione contribuiscono a creare questa sensazione, l’idea di «perdersi un po' tutti insieme in questo viaggio». Bizzarro, comico, grottesco, commovente. Una libertà creativa che è una boccata d’aria fresca.
Debora Lambruschini
Ringraziamo Nicola Biasio per la disponibilità.
