
di René Guénon
Adelphi, settembre 2026
traduzione di Svevo D’Onofrio
pp. 46
€ 7,00 (cartaceo)
€ 3,99 (ebook)
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Microgrammi, la nuova collana Adelphi, ostenta un formato di libri piccoli ma non piccini, come nel caso di questa conferenza tenuta da René Guénon alla Sorbona nel 17 dicembre del 1925.
In linea con il progetto editoriale, quindi senza grosse pretese ma con grande chiarezza, il teosofo francese riesce, in meno di cinquanta pagine, a spiegare tramite l’Oriente quale sia una delle più grandi mancanze d’Occidente.
Il nodo che prova a sciogliere è infatti quello della legittimità e perché no, della necessità di avere a che fare con l’inspiegabile. Non che nel profondo si tratti di qualcosa che si può davvero scegliere ma facciamo intanto un passo indietro e cerchiamo di capire il significato, almeno etimologico, di questa parola antica e già sufficiente di per sé a scoraggiare qualcuno.
La metafisica è per definizione: «“al di là della fisica”, laddove “fisica” va intesa in accezione che il termine ha sempre avuto per gli antichi, quella di “scienza della natura” in tutta la sua generalità». (p. 13)
Un sinonimo altrettanto accettabile e tuttora in voga in Occidente è «soprannaturale» (p. 16), inteso come qualcosa che si spinge al di sopra della natura. Ed è proprio questo fatto che manda noi contemporanei in confusione: «abituati a non considerare come conoscenza nulla che esuli dall’ambito scientifico e razionale» (p. 14), perché riteniamo trascurabile o addirittura ridicolo qualsiasi progresso che non sia materiale o immediato.
Vorremmo innanzitutto che qualcuno ci dimostrasse l’utilità di ciò che sta al di là della natura, meglio se con un reel o se c’è tempo con un bel video essay, e che poi magari alla fine ci desse anche il codice per la prova gratuita della sua esistenza. Ma perché andare a cercare i delegati di una conoscenza quando possiamo lavorare noi, in prima persona, per ottenerla? Mettendo le mani in pasta ci accorgeremmo presto che la risposta è tutta qui, che: «in ogni certezza vi è qualcosa di incomunicabile» (p. 17).
Guénon è poi così generoso da includere anche un breve prontuario su come fare questo tipo di lavoro, le fasi che si attraversano, gli strumenti, come i rituali che non servono ma aiutano e la concentrazione che al contrario è tanto indispensabile quanto rara di questi tempi. Nello spiegare tutte queste cose insiste poi su una che, e non so se sarebbe d’accordo, lo fa avvicinare molto al pensiero di Lacan, Deleuze e Bene. Progredendo in questo disfacimento in primis del concetto di tempo e in secundis del cosiddetto «flusso delle forme» (p. 34), l’autore afferma che il vero scopo ultimo della realizzazione metafisica è al di là dell’essere, è «completamente inesprimibile, e tutto ciò che se può dire si traduce in termini di forma negativa» (p. 35), insomma, nel non-essere. E vaglielo a spiegare tu a una società che fa sempre più dei suoi gusti e dei suoi vezzi la ragione stessa della vita, che solo provando a non essere più, sempre sarà.
Lungi tutto ciò dall’annientamento, «l’essere liberato è veramente in possesso della pienezza delle sue possibilità. Quel che è scomparso sono soltanto le condizioni limitanti» (p. 35); perfettamente illuminati ci assomiglieremmo tutti senza perdere la nostra unicità. Non facciamoci troppe illusioni però, Guénon ci mette comunque in guardia sulla difficoltà dell’impresa in una società organizzata come la nostra, e parlava di cent’anni fa, prima dei cripto-guru e degli esercizi di Tai Chi sulla sedia per over 50 scaricabili dal link in bio.
«Si parla molto di “difesa dell’Occidente”, ma purtroppo sembra che non si sia capito che è innanzitutto da sé stesso che l’Occidente ha bisogno di essere difeso». (pp. 45-46)
Paolo Sciortino