di Mattia Cecchini
Terrarossa, ottobre 2026
pp. 196
€ 16 (cartaceo)
€ 8,90 (ebook)
Cosa si fa? Cosa diavolo si fa quando non c’è più nulla da fare? (p. 58)
Milot è il fidanzato di Alessia e ha un passato terrificante: viene dalla Kosova (o dal Kosovo, a seconda della pronuncia, e questo per Milot non è un dettaglio secondario) e ha subìto prima le atrocità di un padre violento e poi quelle dei serbi durante una guerra della quale non poteva comprendere le ragioni. Anche lui lavora per Bonci ma nel settore informatico.
Dato questo triangolo, le premesse per una catastrofe ci sono tutte. E Cecchini, nel suo romanzo d’esordio, non si risparmia: la miccia è stata accesa ben prima della prima pagina e ciò che leggiamo è conseguenza diretta della frase che abbiamo scelto come citazione: cosa fare quando ogni strada percorribile conduce verso il fallimento? Cosa fare quando tutto ciò che resta è la disperazione?
Cecchini ha pochi ingredienti ma li mescola bene, caricando sulla tensione narrativa che alla fine esplode. Mentre gli eventi si susseguono, il lettore ha l’impressione che vi sia sempre il modo per risolvere la faccenda in maniera pacifica sebbene, con l’andare avanti, questa possibilità si assottigli sempre di più. E davvero non si sa da che parte stare, perché il vecchio proverbio – falsamente attribuito a Machiavelli – “il fine giustifica i mezzi” è una delle leve che spinge all’azione, anche quando il fine è nobile e il mezzo orribile. Sarebbe semplice, in determinati casi, archiviare i ragionamenti dei personaggi – soprattutto Tommaso e Milot – come deliri di persone senza più speranza o, peggio ancora, come le giustificazioni di esseri malvagi: eppure quegli esseri malvagi potremmo essere noi, qualora venissimo ridotti a uno zero come capita a loro. Cecchini è abile nel mantenere costante questa sensazione di pericolo, e ciò che accade intorno all’IsoBon è ciò che possiamo vedere a volte durante un servizio al telegiornale: scioperi, picchetti davanti ai cancelli di una fabbrica, operai furiosi e disperati pronti a compiere azioni ingiustificabili, almeno per noi che siamo al sicuro dietro allo schermo, nelle nostre case tranquille.
Insomma, Cecchini esordisce con un romanzo nero, nel quale si ride poco e c’è ancora meno luce. Non è, il suo, un romanzo in cui cercare conforto, da leggere per trascorrere un pomeriggio: è semmai un romanzo che conduce giocoforza a riflettere sullo stato delle cose e su quel famoso articolo 1 della nostra Costituzione, che non a caso l’autore cita all’inizio del capitolo 1. Il nemico, infatti, non si rivela essere Bonci, che alla fine dei conti è un imprenditore fra tanti e persegue soltanto i propri interessi (come li perseguono tutti, e questa è una lezione che Tommaso avrà modo di apprendere a proprie spese), quanto piuttosto un determinato sistema di regole che privilegia alcuni a discapito di altri, e che contrasta proprio con l'articolo citato da Cecchini.
David Valentini
