Le stelle del cane
Trovo che i romanzi post-apocalittici, soprattutto dopo aver vissuto sulla nostra pelle una pandemia, abbiano il potere di spaventarci a morte. Non tanto per le situazioni paradossali o fantascientifiche, quanto per la loro plausibilità. Il fatto che siano credibili paralizza molto più di un romanzo horror. Inizialmente ho fatto fatica a entrare nella storia, perché l'autore comincia molto lentamente, dandoci piccoli assaggi di storia, narrando i fatti elegantemente attraverso la voce in prima persona del protagonista Hig, un giovane spaventato, rimasto solo al mondo a seguito di una pandemia globale che ha devastato i suoi simili. Hig trova conforto solo in due cose: nella compagnia del suo cane Jasper (nonchè suo copilota) e nel volare a bordo del suo aereo Cessna del 1965 (con parsimonia per non sprecare quel poco di carburante che gli rimane).
Ho iniziato a volare con la sensazione di essere arrivato a qualcosa a cui ero destinato da una vita. [...] Ma ciò che ho amato di più fin dal primo volo di prova era l'ordine, la sensazione che ogni cosa fosse al suo posto. (p. 59)
L'unico essere umano con cui confrontarsi e di cui diventa socio, è il burbero e vecchio Bangley, un personaggio rabbioso e un po' inquietante, e talmente in fissa con le armi, da risultare spesso caricaturale. Sicuramente il pilastro portante di tutto il romanzo è Hig, che non si rassegna al suo isolamento e un giorno, a seguito della scoperta di un messaggio radiofonico da un altro pilota, decide di partire in esplorazione col suo Cessna, sapendo ciò che lascerà per sempre ma non sapendo cosa incontrerà. Ciò che lo attende è una sorpresa tanto per lui, quanto per i lettori, che, se riescono a superare l'inizio lento, scopriranno invece un romanzo ricco di riflessioni sulla condizione umana e sul destino della nostra specie.
Non c'è nessuno a cui dire tutto questo eppure mi sembra importante chiarirlo. la realtà è quello che si prova a sfuggirle. Che perfino adesso a volte è bello in modo quasi insopportabile. (p. 60)
La solitudine porta infatti a interrogarsi su tutto, a far crollare ogni certezza e far emergere un bisogno smisurato di ordine e contatto, per sentirsi ancora vivi e, forse, proprio umani. La trama è semplice: un virus simile all'influenza ha sterminato la quasi totalità della popolazione nordamericana, e probabilmente del mondo intero. I sopravvissuti sono pochissimi e più passano i giorni più diventa difficile rimanere lucidi senza precipitare nel caos. A leggerla così, può sembrare banale, ma ciò che rende questa scrittura interessante è la capacità di Heller di dare spessore alle emozioni dei suoi personaggi, mettendo l'umanità sotto una grande lente di ingrandimento e controllandone ogni sfumatura, dalla più ingenua alla più feroce. Cosa siamo in grado di fare dinanzi alla paura della morte? Davvero ci sentiamo liberi di giudicare azioni disumane dopo aver vissuto il terrore di una pandemia e delle sue conseguenze? Io credo di no, e Heller con quest'opera delicata e di forte impatto, ci ricorda che essere umani significa anche cedere alla paura.
Voglio dire che il panico era familiare come la nausea o i postumi di una sbronza ma non lo sentivo da così tanto che lo credevo bandito. Se stai sospeso fra la vita e la morte non serve a niente il panico. (p. 133)
Pubblicato per la prima volta nel 2012 in lingua originale e l'anno successivo tradotto in lingua italiana per Rizzoli, oggi Le stelle del cane vede un nuovo ingresso in libreria con Bompiani ed è uscito anche al cinema (mantenendo il titolo in lingua originale The Dog stars) diretto da Ridley Scott e con protagonisti Jacob Elordi e Josh Brolin. Una lettura consigliata non soltanto agli amanti del genere, ma a chiunque abbia tante domande in mente e poche risposte in mano.
Carlotta Lini
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