Il potere della denuncia e la denuncia contro il potere: "Non diciamo NO da sole" di Sara Ahmed

 


Non diciamo NO da sole. Arte e attivismo di denuncia
di Sara Ahmed
Fandango, settembre 2026

Traduzione di feminoska e Michela Baldo

pp. 408
€ 22,00 (cartaceo)

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Per cambiare questo sistema, dobbiamo imparare a vederlo. Una denuncia è propio questo: la pedagogia femminista di cui abbiamo bisogno. (p. 198)

L'obiettivo che si propone Sara Ahmed nel saggio Non diciamo NO da sole è ambizioso e affascinante: attraverso le denunce di amiche e accademiche raccolte negli anni, l'autrice si propone di fare un'analisi quasi clinica delle situazioni, delle persone e dei meccanismi che sottendono l'atto di denuncia. È chiaro che non è un proposito semplice da portare avanti, sia per il tema sia per la varietà delle dinamiche analizzate, accomunate da un punto: la denuncia implica sempre un'ingiustizia messa in atto da qualcuno che ha il potere di farlo e che, spesso, ha anche il potere di mettere a tacere il suo sopruso. 

Il libro è quindi necessariamente corposo e è per questo che in questa recensione voglio riportare alcuni punti fondamentali che dimostrano la perspicacia e la conoscenza di Ahmed. L'autrice inizia infatti questo percorso nella prassi della denuncia nel 2016, quando decide di lasciare il suo lavoro alla Goldsmiths, University of London per l'incapacità dell'istituzione di reagire alle denunce delle studentesse per le molestie sessuali subite: «La denuncia che mi ha spinta a lasciare una professione – racconta Ahmed nel prologo – è anche ciò che mi ha condotta ad abbracciarne un'altra. È attraverso una denuncia che sono diventata scrittrice» (p. 10). 

I primi concetti che Ahmed introduce sono la femminista guastafeste e la lagna, che descrivono l'atteggiamento di chi denuncia: i termini si usano a mo' di riappropriazione di etichette dispregiative per le donne scomode, che con il loro lamentarsi finiscono per smuovere le acque stagnanti di situazioni sbagliate ma accettate more solito. Ma la denuncia non è completa senza qualcuno che l'accolga: l'esercizio dell'orecchio femminista, un atto che è personale e collettivo, diventa quindi imperativo, perché si basa sulla necessità di ascoltare chi denuncia, perché essere ascoltate «significa poter incidere sulle condizioni in cui si vive e si lavora» (p. 31). In questo senso, Ahmed insiste sull'importanza di immaginare nuove forme per occupare uno spazio ostile.

La metafora degli uccellini che occupano la cassetta postale serve proprio a questo proposito: «Gli uccellini trasformano la cassetta postale in un nido. La cassetta postale può diventare un nido solo se smette di essere usata come cassetta postale; da qui il cartello: “Si prega di non usare la cassetta”, rivolto a chi vorrebbe imbucare lettere» (pp. 207-208). Lo spazio non si modificherà da solo senza un agente che se lo prenda e lo usi in modo diverso da quello con cui è stato costruito. Senza dubbio, la denuncia può essere quell'agente di cambiamento; ma Ahmed non cade nella romanticizzazione delle sue argomentazioni, che rimangono realiste e pragmatiche. Spesso e volentieri, infatti, le denunce non vanno a buon fine e vengono sepolte nei "cimiteri istituzionali".

Le istituzioni si posizionano necessariamente al centro dell'analisi dell'autrice, perché è al loro interno che si sviluppano e si alimentano le violenze che vengono denunciate, ma anche quelle che seguono a una denuncia. La porta e le tapparelle diventano il simbolo di questa violenza: nonostante questi varchi debbano rappresentare la comunicazione e l'ascolto, la chiusura immediata quando le istituzioni percepiscono un problema dimostra la necessità di insabbiare le situazioni scomode. 

Esiste una miriade di ragioni che spingono le istituzioni ad "abbassare le tapparelle", situazioni che vengono identificate e descritte da Ahmed: le denunce possono rovinare vite, carriere o la fama dell'istituzione stessa o il progetto che simbolizza. Per questo, alla violenza subita si aggiungono l'infantilizzazione, la derisione o l'allontanamento o altri metodi di coercizione per dissuadere chi denuncia. Vengono implementate strategie per non lasciare traccia di conversazioni o per dare l'idea del cambiamento di policy, secondo il motto che tutto deve cambiare per rimanere esattamente com'è. A volte succede anche che le denunce vengono demolite da una controdenuncia, che pesa di più perché l'istituzione protegge chi contribuisce a mantenerla solida. 

Il libro di Ahmed è scritto in modo pacato, ma non rassegnato. Anzi, direi che è tutto il contrario della rassegnazione: la lettura delle denunce degli altri, in cui ognuno di noi può purtroppo ritrovare una situazione familiare, mette nero su bianco la rabbia collettiva che si esprime in modo deciso, risoluto, impossibile da silenziare. 

Claudia Fogliani