Dove finiscono i corpi che non sanno più a chi appartenere: "Crunco" di Mauro Colarieti, anatomia di una provincia da bruciare

Crunco
di Mauro Colarieti
Fazi Editore, settembre 2026

pp. 228
€ 18,00 (cartaceo)
€ 8,99 (eBook)

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Hai sempre creduto che la tua bellezza fosse in base a come gli altri ti vedono. Stai finalmente scoprendo la verità: riguarda come tu vedi gli altri. (p. 140)

Nella piccola cittadina di Lezzago non succede mai nulla. Tutto scorre in un moto inverosimilmente lento e asettico. Crunco, Giuditta, Salvatore e Andrea conducono le loro esistenze esenti da qualsiasi impulso vitale e accontentandosi di abitudini ai limiti dell'accattivante. Mentre il mondo fuori si evolve e esperisce della vita, il gruppo di amici si riunisce nel bar di paese, sogna di sconfiggere la maledizione della provincia e inciampa vorticosamente in bolle d'invidia per chi ce l'ha fatta. In una fitta rete di "non detti" e nel labirinto caotico delle identità dei suoi personaggi, l'autore Mauro Colarieti rende chiare e tangibili tutte le personalità del suo romanzo, dando vera luce al protagonista Crunco, che nonostante sembri vivere in un costante sfasamento tra la precisione dei suoi pensieri e l'estraneità della sua carne, è - nei romanzi di formazione - una delle figure più tridimensionali costruite negli ultimi anni.

Crunco, all'anagrafe Enea Cruncotti, figlio queer del macellaio di paese, vive nella provincia bergamasca tra sogni di utopia e segreti emotivi. La madre decide di farla finita nel modo più cruento e simbolico possibile, proprio nella macelleria di famiglia, mentre lui, ancora liceale, è alle prese con il mondo fuori. Ha pochi interessi, sogna di studiare cinema in una grande città ma non lascia mai Lezzago, ha pochi amici con cui neanche è sincero del tutto, si rifugia in una mansarda polverosa e ammuffita mentre immagina la sua vita nelle storie di Dead by Daylight, consuma rapporti con uomini conosciuti su app di incontri - che ossessivamente istalla e poi cancella - solo per il brivido di sentirsi visto e adulato perchè il desiderio degli sconosciuti è per lui un analgesico, è innamorato del fidanzato della sua migliore amica e mantiene con lui una malata tresca segreta di sottomissioni sessuali e ammutinamenti: Salvatore cerca Crunco quando ne ha bisogno ma non sembra disposto a riconoscerlo davvero come persona da amare o come possibile compagno, Crunco non si limita a desiderare Salvatore. Desidera essere desiderato da Salvatore. Così l'altro diventa lo specchio in cui cercare il diritto di esistere.

Crunco incarna perfettamente l'emblema del ventiduenne irrisolto e intricato, costretto a una realtà che gli sta stretta e che non ha la possibilità di cambiare, rinchiuso in un rapporto inesistente col padre fatto di sensi di colpa e silenzi. Il lavoro nella macelleria di famiglia non è solo uno sfondo, ma un potente simbolo del rapporto tra Enea e il resto del paese. Rappresenta la carne, la crudezza, il sangue e un'eredità patriarcale incarnata da un padre con cui il dialogo è ridotto ai minimi termini. La macelleria è il luogo in cui il corpo di Enea è al banco macello, esposto sotto gli occhi dei clienti e della comunità. 

Eppure la sua forza sta nella normalità. In una concretezza disarmante, Enea non ha fronzoli o pose letterarie: parla e agisce con una lucidità pragmatica di chi sa perfettamente cosa pensa, spogliato di ogni retorica, la cui mente è affilata e risoluta ma costretta a fare i conti con la fragilità di un involucro corporeo sgradevole e alieno. Crunco odia se stesso o meglio, odia se stesso perchè non è più quello di prima. Il suo corpo è cambiato e gli ricorda ogni giorno quello che è stato: attraente, dinamico e magnetico. Nessuno più fa caso a lui, ogni persona che incontra ricorda il vecchio Enea, quello desiderabile e con cui era facile giocare. Crunco vive così, costantemente, nella lotta di potere tra quello che vorrebbe essere e quello che vorrebbe sentire per essere. Descrive dentro di sè mazzi di fiori tropicali che sbocciano ogniqualvolta riceve un'attenzione puramente egoriferita e per niente interessata alla sua persona. Gli vengono chieste prestazioni sessuali, attenzioni emotive, segreti in cambio di sesso orale, favori amicali eppure lui è sempre lì, pronto ad annaffiare quei fiori che sembrano vitalizzarsi solo nel momento in cui la luce della vanità illumina il suo corpo e gli permette di sentirsi come gli altri: utile. 

Crunco, vive in un assiduo contrasto tra la vita che immagina di costruirsi e la casa dei suoi sogni. Una casa che, negli anni, ha accolto corpi reietti e uomini malvezzi, il cui ingresso anticipa una porta vetrata che riflette tutte le meraviglie possibili. Una casa che promette una vita da bambola, dove la carne viene maciullata in cambio di amore di plastica e il corpo si mantiene piccolo piccolo per dare spazio a quello degli altri. Disgustoso ma semplice, come direbbe Enea. Nella casa dei sogni, a cui Crunco si appiglia per giustificare i suoi atteggiamenti di sottomissione, è importante fingere, stare zitti e buoni, farsi adorare e adulare. Nella casa dei sogni si è brillanti per i riflettori che lanciano gli altri e non perchè lo si è da soli, si è continuamente a rischio dipendenza da attenzioni e dimorfismo corporeo. Tutto ha un senso, ma nulla è concreto. 

Finisco in un corpo meno conforme e proprio per questo libero. Continuo a crollare senza controllo, oltrepasso un soffitto. Reietto della casa dei miei sogni, realizzo quello più necessario: abitare un corpo che mi faccia compagnia, che non si abbandoni agli altri, che mi piaccia davvero. Una pelle mia, mia e di nessun altro. (...) La fortuna è scoprire la verità così giovane: ciò che gli altri apprezzano di te è anche ciò che ti staccano di dosso appena ti fai distrarre, ma forse non è un furto se ti rubano qualcosa che non hai mai desiderato. (p. 58)

In alcuni punti della storia, il racconto sembra proprio racchiuso tra le linee grafiche di una casa che ha la forma di un disegno infantile, una rappresentazione chiara e diretta. Tutto ciò che Crunco sente, vede, esperisce o pensa nella casa dei sogni sembra essere racchiuso da quell'impaginato misterioso che è uno spaccato di vita tra un sé e un altro. Nonostante le inadeguatezze e le esclusioni sociali, nonostante lui sia il figlio del macellaio e quindi la versione astratta e spoglia di tutti i suoi coetanei, Enea non rinuncia a costruirsi la sua personalissima casa dei sogni nella maledizione della provincia. La coccola, la protegge e la abbellisce di altarini sempre nuovi, fino a quando l'incontro con un cinquantenne palestrato, Marco, rompe l'equilibrio precario della vita di Crunco e mette in dubbio le fondamenta che negli anni aveva minuziosamente costruito e tenuto in piedi a tutti i costi. 

A Lezzago non succede mai nulla, finché non succede tutto; è l'incipit della sinossi. Nella notte in cui Enea e Marco si vedono e stanno insieme, la città ha un incubo collettivo: di lì a poco la casa dell'amico Salvatore sarebbe stata distrutta dalle fiamme e un'ombra apocalittica avrebbe investito l'intero paese per mano di figure strane con maschere da coniglio. Mentre due corpi si incontrano in uno spazio intimo, fuori da quello spazio qualcosa sembra precipitare. Andrea, amico di Enea, cerca di interpretare quello che sta succedendo e collega quell'incubo a un'eclissi in arrivo il 2 agosto, ma la catastrofe esterna sembra materializzare una catastrofe che i personaggi stanno vivendo interiormente. Lezzago era già malata prima dell'apocalisse, semplicemente quell'incubo le dà una forma.

Tra il gotico e la disperazione, il romanzo sembra sottolineare una comunità sull'orlo della crisi esistenziale e identitaria, dove chi non è conforme non ha diritto di essere. In questo spazio, l'identità non appare come qualcosa che può essere semplicemente abitato, ma come una condizione che deve essere continuamente dimostrata, negoziata e soprattutto, riconosciuta da altri. È forse proprio qui che si colloca la tragedia di Crunco: nella distanza dolorosa tra ciò che vorrebbe essere e ciò che sente di dover essere per poter ricevere, anche solo temporaneamente, una forma di riconoscimento. La sua disponibilità diventa così una strategia di sopravvivenza emotiva: se qualcuno ha bisogno di lui, allora significa che lui ha un posto nel mondo.

Crunco e i suoi amici assistono a una serie di scene catastrofiche che li vede coinvolti in prima persona, con l'intento, forse, solamente di mettere fine all'ipocrisia di ognuno. Allora forse la casa in fiamme può voler significare qualcosa di più grande: se io brucio il mio nemico, allora posso dire di essere salvo. Se quella casa brucia, bruceranno anche i sogni che sono stati custoditi all'interno.

C’è poi un’assonanza che, leggendo Crunco, è difficile non avvertire: quella con l’immaginario di Donnie Darko. Non tanto per una precisa sovrapposizione narrativa, quanto per il modo in cui entrambi i racconti prendono una provincia apparentemente immobile e la trasformano nel teatro di qualcosa di perturbante, dove il confine tra realtà, sogno e apocalisse comincia a sfaldarsi. E in questo cortocircuito la figura del coniglio sembra assumere una funzione particolarmente significativa. In Donnie Darko Frank è una presenza che arriva da una dimensione altra, una figura inquietante ma anche, paradossalmente, una sorta di guida attraverso il tempo e le realtà possibili; in Crunco, gli uomini dalla faccia di coniglio irrompono nell’incubo collettivo di Lezzago, come messaggeri di qualcosa che la comunità non riesce a comprendere. È come se il coniglio, in entrambi i casi, fosse una creatura di soglia: animale guida e insieme presagio, figura di contatto tra ciò che si conosce e ciò che non si è ancora in grado di nominare. E forse è proprio qui che il confronto diventa interessante: tanto Colarieti quanto Richard Kelly sembrano usare l’assurdo non per allontanarsi dalla realtà, ma per mostrarne meglio le crepe.

Sono tempi duri per i sognatori, Crunco lo sa, e la casa dei suoi sogni ancora lo ammalia nella profondità dell'acqua sporca in cui ha lasciato quei fiori. Quegli stessi fiori che conserva gelosamente nel petto, poi nello stomaco e nel torace tutto, sembrano rappresentare una vitalità fragile e paradossale: fioriscono proprio nei momenti in cui Crunco viene ridotto a una funzione, a un corpo, a un servizio, a un contenitore per bisogni altrui, tutto può sembrargli preferibile al vuoto dell'assenza. È così che la sua identità si alimenta di ciò che la nega.

Non penso troverò mai un posto dove mi sentirò a casa, dove sarò felice. Perché felice io non lo sono mai stato, da nessuna parte e con nessuno. Mi auguro di esserlo, un giorno, ma non posso esserlo da solo. Gli sguardi degli altri sono luce, le mie lucciole, Giuditta. Mi servono per non stare al buio. Potrò anche sfuggire alla maledizione della provincia, ma sarò sempre destinato al mio album di traumi. Forse questa è la maledizione peggiore, perché non la scaccerò mai. (p. 199)

Nella figura di Crunco, c'è tutto il potenziale di Mauro Colarieti che nei dettagli, senza perdersi in lunghi dilemmi esistenziali, fa semplicemente la cosa più logica: raccontare la verità dei sentimenti. L'autore descrive la provincia così com'è: un grosso buco crudele e intollerante; e lo fa senza cadere nel patetico o nel vittimismo. Pur muovendosi in un contesto provinciale estremamente veritiero, Colarieti inserisce elementi grotteschi e allucinati elevando Crunco da semplice romanzo di formazione a racconto psicologico e simbolico, dove le fobie e i traumi del protagonista prendono letteralmente corpo. 

Come scampare alla fine di Lezzago? Per salvare il paese, Crunco potrebbe dover smettere di appartenergli nel modo in cui gli altri gli chiedono di appartenere. E questo è il paradosso più bello: per restituire una casa agli altri deve prima accettare di poter rimanere senza casa lui stesso. Crunco conferma essere un ragazzo che cerca disperatamente una via di fuga dalla provincia e scopre che la provincia più difficile da lasciare è quella che gli altri hanno costruito dentro di lui. La salvezza alla fine, non è riuscire ad essere desiderati ma riuscire a ritornare nel proprio corpo senza chiedere permesso e scoprire, quando il paese ha smesso di guardare, che si è ancora lì. Interi. Feriti, forse. Ma finalmente nostri. 

Serena Palmese