L'autobiografismo culinario di Clara Sereni in "Casalinghitudine": l'unione tra cibo e vita


Casalinghitudine
 
di Clara Sereni 
La Tartaruga, agosto 2026 

pp. 236 
€ 20,00 (cartaceo) 
€ 11,99 (ebook) 

L'autobiografia è uno di quei generi letterari in cui si può spaziare come si vuole, a proprio gusto personale, a partire dalla materia raccontata per passare allo stile da adottare. Ognuno, infatti, narra la propria storia nel modo che preferisce, omettendo o sottolineando degli eventi, assumendo un tono o un altro. Ma l'autobiografia come l'ha concepita Clara Sereni in Casalinghitudine non ha paragoni. È forse un unicum della letteratura italiana, un prodotto convintamente autobiografico che si serve di uno strumento narrativo inusuale. 

Il titolo, non di immediata comprensione, ma suggestivo quanto basta, evoca l'ambiente casalingo, l'attività casalinga e, soprattutto, culinaria di Sereni stessa. Lungi dal proporre uno stile di vita alla Martha Stewart di perfezione culinaria e di grazia dei modi, lo scritto di Sereni è ragionato, tecnico ma anche molto autentico e sincero. Casalinghitudine è diviso in più sezioni, ognuna delle quali dedicata a un argomento culinario particolare: ci sono i capitoli sulle uova, quelli sulle verdure, quelli sui primi piatti, e tanti altri ancora. E non sono solo titoli casuali, quelli apposti a ogni sezione, bensì richiamano vere e proprie ricette personali di Sereni. Quest'ultime e gli scritti privati si fondono in un unico testo, senza barriere e divisioni tra le due materie, che sono ben più unite di quanto si immagini. 

Con questo espediente narrativo, che si potrebbe definire autobiografismo culinario, Clara Sereni parla dei suoi primi quarant'anni di vita. Lo fa con uno stile scarno, in sottrazione, riservato ed efficace: usa poche parole, poche immagini, ma sufficienti. La condizione di orfana di madre sin dall'infanzia, l'idea di poter cicatrizzare tale ferita chiamando mamma la sua matrigna; e ancora, il rapporto burrascoso con suo padre – il politico Emilio Sereni –, la famiglia numerosa, le molte sorelle, i suoi tentativi di sparire dal mondo, prima con l'anoressia e poi tentando il suicidio. La materia di Sereni, però, non è soltanto privata, ma si presenta intrisa anche della partecipazione sociale e politica a cui è sempre stata abituata, sin da bambina. Ci sono pagine sui movimenti del Sessantotto, sulla lenta espirazione del Partito Comunista e sulla damnatio memoriae familiare inflitta a Stalin. Sereni riesce a rendere di comune interesse sociale anche l'esperienza privata con il figlio – chiamato Tommaso nel libro – nato con uno spettro autistico o anche il ricovero prima del parto, in compagnia di donne con complicazioni gestazionali. 

Proprio la metafora della gestazione è utilizzata da Sereni per dare l'idea della creazione di Casalinghitudine, covato prima silenziosamente, poi accettato del tutto e infine dichiarato i famiglia, agli amici, ai colleghi. La stessa cura che si applica in gravidanza, Sereni la dedica alla cucina. I cibi via via elencati e le ricette sviluppate sono il risultato di ore di assaggi e prove, di una lenta dedizione al prossimo: così, ne viene fuori un discorso fluido e coerente che non si spezza a ogni ricetta, ma vuole amalgamarsi con i resoconti degli avvenimenti personali. I fagioli diventano il cibo della ribellione verso il padre; il budino di semolino la rievocazione dell'infanzia; la carne essiccata un tentativo di avvicinarsi alle origini ebraiche e al cibo kasher; le insalate la riportano agli anni in cui aveva incominciato a vivere da sola, in un appartamento senza fornelli. La cucina, quindi, diventa un ambiente post-femminista, un laboratorio di presa di coscienza della propria esistenza. Ogni gesto lento per preparare quella specifica pietanza concorre alla rievocazione di una vita: «Perché non sopporto fettine e insalata (che comunque bisognerebbe comprare quasi ogni giorno), perché è impossibile una vita solo funzionale, senza piccoli gesti di agio, senza un odore di cura, senza una qualche ricchezza» (p. 196). 

Nella mia vita costruita a tessere mal tagliate, nella mia vita a mosaico (come quella di tutti, e più delle donne) la casalinghitudine è anche un angolino caldo. (p. 196) 

Il titolo, un po' complesso e arzigogolato, è un riferimento alla casa, all'essere casalinga – cosa che Sereni non era nell'esatto significato del termine – e, insieme, all'abitudine, alla solitudine, alla consuetudine: insomma, una fusione tra la casa, quello che ci si aspetta sia una donna di casa e quello che è davvero. Il tratto più caratteristico di Casalinghitudine è proprio l'unione – cosa che è anche il titolo stesso d'altronde, un'unione tra termini – come per esempio dei due ingredienti che sono il cibo e la vita, personale o comune che sia. L'edizione de La Tartaruga curata da Benedetta Centovalli presenta una prefazione di Sereni stessa e una chiosa in postfazione di Centovalli e di Puma Valentina Scricciolo. Proprio nella prefazione l'autrice auspica che Casalinghitudine diventi per chi lo legge «un piccolo manuale di cucina da fare proprio, anche, forse, con qualche suggerimento per cominciare a vivere. Con pagine e copertine manomesse, impiastricciate, perché vivere, comunque, è un gran pasticcio» (p. 18). 

Camilla Elleboro