Sì, per Natale ai bambini spettavano le stesse gioie che avevano avuto i loro genitori. Gli adulti sarebbero stati migliori delle generazioni che li avevano preceduti: più sinceri e leali gli uni con gli altri. E tutti, volenti o nolenti, si sarebbero comportati meglio che in passato. (p. 29)
Tutte le famiglie, felici o infelici, fanno buoni propositi nel periodo natalizio. La famiglia Cazalet, nel Natale del 1962, ne ha tutti i motivi. L'avita Home Place è stata venduta dopo il crollo della ditta di legnami, e Fakenham, la dimora di Polly e Gerald, è diventato il nuovo punto di incontro, dove tramandare le tradizioni e far crescere le nuove generazioni. Hugh ed Edward sono ormai vecchi, Rupert non ha ancora trovato la sua esatta collocazione del mondo, e una nuova tripletta di pilastri si fa avanti per sostenere la famiglia. Polly, con l'innata necessità di prendersi cura di tutti e tutte; Clary, che ancora non ha fatto i conti con la sua sindrome da abbandono e ha nella scrittura il modo più incisivo per esprimersi; Louise, che si prende cura di sé stessa, e cerca di realizzarsi al di là del ruolo di bella donna e amante dell'uomo di turno. Intorno a loro ci sono bambini, adolescenti in cerca di risposte, nostalgie per il bel tempo che fu e traumi non curati e non risolti che continuano a tormentarli. Louisa Young con Le ore d'oro ci riporta nella saga familiare creata da Elizabeth Jane Howard. Non sono solo i personaggi letterari a dover fare i conti con le eredità del passato.
Inserirsi in un contesto narrativo già creato può generare diverse reazioni. Ci sono casi in cui lo stesso autore deve rimettere mano al suo mondo, creando spin-off, sequel e prequel. Ne abbiamo un esempio in Suzanne Collins, che, una volta chiusa la trilogia di Hunger Games, è tornata a Panem con dei prequel che hanno avuto come risultato, nel migliore dei casi, un'operazione di mirato fan service con tentativi di collegare indizi e spiegazioni che non sempre risultano convincenti. Ci sono casi in cui altri autori si inseriscono in un mondo letterario già tracciato creando versioni alternative, esplorando possibilità e modificando i personaggi: nascono così le fan fiction che, talvolta, assumono un'autonomia e un'identità propria, staccata dal mondo di origine e sul cui giudizio di valore c'è da fare un'intensa riflessione. Ci sono poi casi in cui qualcuno della famiglia dell'autore prende in mano l'eredità letteraria. È il caso di Christopher Tolkien, che ha continuato il lavoro del padre offrendogli una longevità che, chissà, forse senza il suo intervento non sarebbe stata possibile. Ci sono anche autori che non vogliono che la loro opera venga toccata dai posteri, come ha fatto Schultz chiedendo che Charlie Brown e Snoopy venissero lasciati in pace dopo la sua morte. C'è chi, invece, ed è il caso di Louisa Young, si prende la grandissima responsabilità di continuare la scrittura di un'opera, mantenendo stile, atmosfera, caratterizzazione dei personaggi e cercando di portare la storia avanti adattandola ai nuovi tempi, sia narrativi che reali. Un'operazione che, almeno nel caso di Young, richiede di non far avvertire troppo lo stacco dalla voce di Howard, mantenendo intatto lo spirito che ha portato i Cazalet a essere così letti e amati.
Partiamo dal riconoscere che Louisa Young, nipote di Howard in quanto figlia del fratello del primo marito della scrittrice, ha fatto un encomiabile lavoro di continuità. Non si avverte lo stacco con la saga principale: la struttura, formata da capitoli in cui si esplorano, alternandoli, i vari punti di vista dei personaggi è rimasta, ovviamente ampliando e aggiungendo nuove voci mano a mano che i personaggi crescono. È il caso della novella aggiunta di Buttercup, l'ultima figlia di Clary e Archie, o delle gemelle Za e Janie, figlie di Polly e Gerald. Consiglio, se non la rilettura dell'intera saga, almeno quella dell'ultimo volume di Howard, Tutto cambia, ma la fluidità con cui è stato gestito il passaggio e i piccoli accenni dei ricordi permettono subito di ritrovare i fili narrativi. L'albero genealogico a inizio volume è comunque un ottimo alleato.
Louisa Young ha poi scelto di direzionare le varie storie su due filoni: una rilettura del passato nell'ottica di chiarire i traumi non risolti e una visione delle sfide e dei cambiamenti degli anni Sessanta (il romanzo arriva fino alla fine del 1966). Entrambe le operazioni sono riuscite a metà.
Tutti i personaggi principali e adulti sono giunti al punto in cui devono fare conti con ciò che è successo nel loro passato e del quale non si sono mai occupati come si deve. Figli e figlie di un'epoca in cui la cura del proprio benessere mentale era al centro del dibattito, hanno lasciato che ciò che di brutto è successo nella loro vita andasse a segnarli. Neville, che non ha mai affrontato il trauma della madre, morta nel darlo alla luce, è diventato una persona che ha con il sesso e le relazioni affettive un rapporto travagliato e illegale: in Tutto cambia era già stato tracciato il solco per il suo rapporto con Juliet, figlia di Rupert e Zoë. Clary, sorella di Neville, non ha superato gli anni in cui il padre Rupert era disperso in guerra e questo trauma dell'abbandono le mette i bastoni tra le ruote per perseguire quello che vorrebbe lei, come opportunità lavorative. Louise, per allontanarsi dall'asessualità della madre, ha realizzato sé stessa nell'archetipo junghiano dell'amante e deve capire che ha molto più da offrire al mondo oltre che la sua bellezza e sensualità. Rupert, trascinando Zoë con sé nell'abisso di depressione, ha un passato in Francia di cui non ha mai parlato e che lo scava dall'interno. E via di questo passo, tutti affrontano i loro fantasmi cercando di sconfiggere una possibile coazione a ripetere. Il termine freudiano non viene usato a caso, dato che è a Clary, in virtù del suo essere scrittrice, che vengono le intuizioni per capire cosa succede ai suoi familiari. Intuizioni a volte pindariche con competenze che vanno al di là del vissuto di Clary ma che si possono rintracciare in una sorta di dichiarazione di poetica e legittimazione della propria arte.
Lei era solo una scrittrice, e sebbene non tutti sapessero scrivere bene, restava il fatto che a scrivere erano capaci tutti. [...] No, la pittura era una cosa più nobile. Lo sapevano tutti. Ma anche la scrittura aveva un suo valore. (p. 188)
Scrivere un romanzo generazionale senza relazionarlo con la Storia è qualcosa di impossibile e anche Le ore d'oro esplorano i turbolenti anni Sessanta. Avendo così tanti personaggi, i punti di vista e le situazioni sono praticamente infinite. Tolta la vecchia generazione, il cui pensiero è riassumibile nella frase di Edward «un mondo dove la gente non si sentiva a suo agio con lo champagne non era il suo mondo» (p. 67), ciascuno affronta problemi diversi. Le figure femminili non vogliono più che venga dato per scontato il loro lavoro di cura o supporto all'attività maschile, come nel caso di Clary. Simon, il fratello di Polly, è omosessuale e teme non solo la reazione del mondo, ma anche quella del padre. Le gemelle vogliono poter studiare, Laura sperimentare alcune piccole trasgressioni; Juliet, la bellissima figlia di Zoë e Rupert, vuole non dover sottostare alle richieste sessuali che nel mondo dello spettacolo fanno parte del gioco, come anche Louise le ricorda. Con così tanti personaggi e così tante situazioni, l'impressione è che si sia voluto cercare di coprire quanti più casi possibili: l'omosessualità, la cultura dello stupro ben rappresentata dalla vicenda di Zoë e Massimo, allievo di Rupert, la discriminazione razziale, rappresentata con grandissima speranza da Buttercup e la sua amica Lola che viene dalla Nigeria, la liberazione sessuale, il riconoscimento e la possibilità del lavoro femminile. Non che, nel loro piccolo, siano trattati in maniera concettualmente superficiale, ma proprio perché ci sono tantissimi personaggi, l'idea è che questi conflitti vengano accennati e lasciati poi morire oppure che si risolvano con troppa velocità. Le ore d'oro è, comunque, il primo volume di una trilogia, quindi è possibile che questo sia il volume di "semina" a cui seguiranno poi dei payoff importanti. La fine del romanzo sembra andare proprio in questa direzione.
È una lettura piacevole, in cui è facile tornare a immergersi e che scorre con un ritmo fluido. Forse, una riduzione di voci, debolezza che già si infiltrava nell'ultimo capitolo di Elizabeth Jane Howard, darebbe più respiro. Ma quando ci si trova per un Natale in famiglia si vuole sapere tutto di tutti. Se poi si è affezionati alla famiglia quanto lo si è al clan Cazalet, allora bisogna cercare di ottenere tutte le informazioni possibili.
