Emma Cortesi si racconta: «Mi piace pensare che il mistero sia solo una parte dell’esperienza.»

 

il salotto


Emma Cortesi è una delle esordienti del giallo di questa stagione, uscito nella collana Darkside per Fazi, e con la sua ambientazione francese, i suoi protagonisti molto accattivanti e la cura per le atmosfere e per i misteri alla Agatha Christie, ha subito conquistato i lettori con il suo La portinaia del 17. I segreti del Vieux Moulin uscito a luglio. Visto il successo del suo giallo, le ho chiesto qualche curiosità sul suo primo romanzo. Ecco cosa ha riposto.


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La portinaia del 17
I segreti del Vieux Moulin
di Emma Cortesi
Fazi, Darkside, 2026

pp. 204
€ 17 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)

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Definendo il suo un cozy mystery, le chiederei, innanzitutto se è d'accordo e poi, visto che questo genere lavora molto sull’atmosfera, sui personaggi, sul piacere di restare in un luogo, come ha cercato di bilanciare comfort narrativo e inquietudine?

Mi trovo sicuramente d’accordo con la definizione, anche se mi piace pensare che il mistero sia solo una parte dell’esperienza. Volevo che il lettore si sentisse accolto tra le mura del Vieux Moulin, arrivando a conoscerne gli inquilini come se fossero i suoi vicini di casa nella realtà. Il lato che più mi affascina del cozy mystery è il contrasto tra familiarità e mistero, ed è la base su cui ho lavorato per mantenere il più possibile un equilibrio. 


Questo è il suo romanzo d’esordio. Qual è stata la prima immagine da cui è nato: Berthe, il palazzo, Parigi, il giornale non ritirato o il delitto?

L’idea nasce dalla mia passione per il giallo classico, in particolare quello di Agatha Christie. Volevo raccontare un mistero che mettesse al centro i personaggi e la loro comunità. Partendo dall’immagine di un’investigatrice diversa e fuori dagli schemi, il resto della storia è arrivato quasi naturalmente, così come l’ambientazione parigina. 


Lei è un'autrice del 2001 e ha una formazione personale che per lavoro l'ha messa a contatto con le fragilità, quanto rientra questo suo vissuto nel suo modo di scrivere?  

Credo moltissimo. Il mio lavoro mi ha insegnato a scavare più a fondo nelle persone, perché ognuno porta con sé una storia che spesso non si vede a prima vista. Cerco sempre di andare oltre la superficie; ricordarmi che nessuno è definito solo dai propri errori o dalle proprie paure mi ha aiutato nella costruzione dei personaggi e dei loro vissuti. 


Il Vieux Moulin sembra un contenitore ancora pieno di storie. Ha già immaginato quali segreti potranno emergere nei prossimi libri?

Assolutamente sì. Man mano che proseguivo con la scrittura mi sono affezionata sempre di più al condominio e ai suoi abitanti. Berthe e Antoine hanno ancora molto da raccontare, e mi piacerebbe che ogni nuovo caso fosse un’occasione per scoprire qualcosa in più su questo piccolo microcosmo. 


Il giallo rassicura perché promette una verità finale, ma spesso rivela che le persone restano comunque misteriose. Lei da che parte sta: dalla soluzione o dall’enigma?

Direi esattamente a metà. Da lettrice incallita, sceglierei la soluzione, perché amo vedere ogni tassello trovare il suo incastro perfetto. Scrivendo, però, mi sono resa conto di quanto le persone non si lascino mai scoprire del tutto. Un delitto può essere risolto, ma l’essere umano conserva sempre una parte di mistero. Questo lato degli enigmi non smetterà mai di affascinarmi. 


Se Berthe potesse osservare lei, Emma Cortesi, per una giornata, quale dettaglio noterebbe per primo?

Sicuramente che beviamo la stessa quantità di caffè. Poi, forse, noterebbe che passo troppo tempo ad osservare gli altri. Ogni piccolo gesto, ogni conversazione, ogni dettaglio; tutto per me ha importanza nelle relazioni, e credo che Berthe se ne accorgerebbe subito. 


Intervista, a cura di Samantha Viva e per cui si ringrazia il prezioso ausilio dell’ufficio stampa di Fazi, Cristina Valotta.