La Vampira pre Carmilla: matrimonio e promesse non mantenute nell'opera di de Lamothe-Langon


La vampira ossia la vergine d'Ungheria
di Étienne-Léon de Lamothe-Langon 
Oblivium edizioni, 2026

pp. 344
€ 19,90 (cartaceo)


È noto che i titoli più illustri del genere gotico siano da attribuire a una sfida: nel 1816 infatti, ricordato come l'anno senza estate, Lord Byron, i coniugi Shelley, Claire Clairmont e Jhon Polidori giocarono a inventarsi la miglior storia dell'orrore. A quei giorni di pioggia dobbiamo la stesura delle due opere vincitrici, Frankenstein e Il Vampiro. Quest'ultimo, edito nel 1819 e per lungo tempo erroneamente attribuito a Byron, è il capostipite di questo tipo di letteratura. Polidori infatti al suo interno delinea la figura del vampiro per come siamo abituati a conoscerla: misteriosa, aristocratica e soprattutto maschile.

Il vampirismo, al contrario, ha delle radici profondamente femminili: nella classicità infatti sono presenti entità analoghe, voraci e notturne, affamate di uomini e bambini (Étienne-Léon de Lamothe-Langon stesso cita nella propria Prefazione come esempio quello della giovane Filinnio, contenuto nel Trattato delle cose meravigliose di Flegonte, p. 20). A dare piena dignità letteraria a quest'aspetto sono stati inizialmente Coleridge con la ballata – incompiuta – Christabel (1816) e il ben più noto Sheridan Le Fanu con Carmilla (1872). 

La vampira, repêchage di Oblivium, impreziosito da una bella rilegatura e da raffinate illustrazioni, lo anticipa di ben cinquant'anni. Sebbene sia meno potente a livello di trama e personaggi – de Lamothe-Langon è stato uno scrittore molto prolifico e parecchio commerciale –, presenta comunque elementi di interesse e originalità. 

In primis, l'assenza di cornice. Non ci sono storie introduttive o manoscritti ritrovati: camminiamo subito accanto a Edouard Delmont e lo seguiamo nella sua decisione di lasciare Parigi con i suoi cari. Come la moglie Hélène però non siamo abbastanza convinti delle sue motivazioni. L'uomo si trasferisce in una località chiamata R***, accompagnato non solo dai due figlioletti, ma anche dall'ex commilitone Raoul. I due sono legati a doppio filo da un debito di riconoscenza e per questo Edouard si sente sicuro a partire nuovamente affidandogli la propria famiglia. Delmont infatti ha salvato l'amico in guerra e Raoul ora è pronto a difenderne l'onore in ogni circostanza.

E proprio questo accade quando incontra Alinska, una loro vecchia conoscenza giunta fin lì per riscuotere una promessa. In un passato non troppo lontano, lei ed Edouard erano innamorati e lui aveva giurato di sposarla. Inferiore in tutto, ma non per bellezza, la contadina ungherese l'aveva atteso invano e ora esige una riparazione del proprio onore. Nel dialogo fra lei e Raoul si delineano le sue ragioni (Chi di noi due ha maggiori torti verso l'altro? Non siete voi, miserabile, che, nella casa i mio padre foste il principale agente della mia rovina? Non ricordate quell'epoca disastrosa in cui, per servire i perfidi progetti del colonnello, non cessavate di parlarmi della sua perfida tenerezza? Non eravate senza sosta accanto a me, cercando di sviare la mia ragione, di sorprendere la mia virtù?, p. 113), talmente forti da costringerlo a glissare. La donna, sofferente e ossessionata dal proprio dolore, indossa un guanto sulla mano sinistra con cui sfiora una ferita sempre sanguinante. Questi simboli e il suo essere sospesa in uno stadio intermedio fra mostruoso e umano si accompagnano a un perenne sentimento di esclusione, dall'amore, dalla comunità e da Dio. È infatti perennemente giudicata, sia per la sua bellezza che per la sua provenienza (Là, gli uomini nelle campagne, sono a metà civilizzati; hanno più somiglianza con le bestie, che con le persone perbene, p. 125), ma soprattutto per il fatto che non la si vede mai in chiesa. 

L'unica che si non partecipa a questo crudele meccanismo è, ironicamente, la sua rivale. Hélène infatti ne è subito affascinata e vuole rendersela amica. Anche i figli della coppia si fanno molto vicini alla straniera, che mantiene nei loro confronti un atteggiamento selvatico, fra affetto e disinteresse. Così quando misteriosamente la sua abitazione brucia, forse per colpa dei vicini, forse per un fuoco autoindotto, Hélène la accoglie. L'avvicinamento prossemico ed emotivo porta a un susseguirsi di disgrazie: la morte del primogenito e di Raoul, cosa che inasprisce un clima già superstizioso e fa pensare che nel villaggio siano presenti dei ritornanti. E c'è del vero: infatti più Hélène e la figlia si affezionano alla sconosciuta, più i loro volti si fanno smunti, le loro pelli pallide. Edouard, richiamato dai lutti, trova in casa la moglie moribonda e l'antica amante, la cui tenacia risveglia in lui qualcosa. Sia Hélène che la figlia muoiono e tutti cominciano a interrogarsi, a parte Delmont. Infatti, benché riceva un resoconto medico strano su Alinska (È da tempo che è stata aperta da uno strumento tagliente; lungi dall'essere completamente cicatrizzata, è ancora sanguinolenta [...] In qualsiasi altro individuo, mi presenterebbe un pericolo pressante. [...] la sua mano sinistra è coperta da un guanto [...] volevo tagliarlo [...] il suo braccio, quando l'ho toccato è stato scosso da un'agitazione senza pari e la mano, dapprima aperta, si è chiusa con tanta forza, che non sono riuscito a compiere il mio proposito, pp. 195-196) e noti le sue riluttanze, vuole comunque sposarla.

Essere condotta all'altare però è impossibile e, una volta ottenuto ciò che desiderava, l'ungherese si rende conto della sua futilità. Tenta di far capire all'amato la differenza delle loro nature (Non sapete che il momento che attendete per compiere la nostra comune felicità sarebbe quello della nostra eterna separazione? E che quella separazione mi riempie d'orrore. Qui possiamo rimanere assieme, ma laggiù ciascuno prenderebbe una via opposta, p. 327), ma lui prende questi discorsi come i deliri di un'isterica, confermando ancora una volta una consapevolezza che nel lettore andava già formandosi pian piano. Progressivamente solo, Edouard non si pone problemi a fagocitare ogni suo rapporto, lasciandoci con un unica domanda: chi nella storia è il vero vampiro?

Francesca Pozzo