Se non conoscete Louis C.K., meglio: vi avvicinerete a Ingram con una totale assenza di pregiudizi; viceversa, se sapete della sua irriverenza da stand-up comedian e magari avete seguito le recenti notizie di cronaca, immaginerete già i contenuti del suo primo romanzo. E non potreste sbagliare di più. Sì, perché Ingram è un romanzo che spiazza fin dalle prime pagine per una tenerezza inattesa: il titolo coincide con il nome di un piccolo protagonista, che ha all'incirca nove anni quando viene cacciato di casa dalla madre, dopo che il padre se n'è già andato. La causa? La povertà dell'azienda agricola, finita nelle mani della banca per i debiti.
Anche se non è chiaro per quale ragione, in quella situazione di per sé sconsolante, una madre debba mai allontanare il figlio dicendogli di cavarsela, non temete: le spiegazioni arriveranno a tempo debito. L'importante, almeno per le prime duecentocinquanta pagine, è seguire Ingram da solo per il mondo. Senza denaro, con i soli vestiti che ha addosso, senza alcuna conoscenza del mondo (non sa dove si trovi la sua casa né ricorda il suo cognome), Ingram è un piccolo analfabeta. Non sa dove andare, e il suo sguardo sul mondo è ingenuo e, oserei dire, quasi primigenio. E non è un caso se Louis C.K. investe Ingram della responsabilità di raccontare i fatti dal suo punto di vista: è così che assistiamo alla scoperta del mondo, del bene e del male, di aspetti che diamo per scontati (come il valore dei soldi o il funzionamento dei rapporti sociali).
Questo personaggio di marca dickensiana si muove senza meta, a piedi, in un'America dove gli adulti sono spesso meravigliati di vedere un bambino bianco in giro da solo, abbandonato dai genitori. Ma pochi, pochissimi, si prendono cura di lui. E se lo fanno, dura poco, semplicemente perché non è una loro responsabilità o perché la miseria è tanta, e molto diffusa. Ingram, d'altra parte, non si perde d'animo, e questa energia vitale del personaggio viene trasmessa alla narrazione. Intanto, il bambino impara a fidarsi ma soprattutto a diffidare, a procurarsi cibo e acqua e a mettersi al sicuro. Lo fa come può, tra un errore e l'altro, correndo notevoli rischi.
Diciamocelo: per come è partito, pare impossibile che Ingram sopravviva, ma il destino sembra sempre tenere in serbo per lui altre sorprese, come la scoperta di una grande passione per i motori, un amore, o un sogno (che è però bene non rivelare), che diventa un notevole sprone a resistere e rimboccarsi le maniche. La fatica è fondamentale nel mondo in cui Ingram vive, e il lavoro minorile è all'ordine del giorno; il suo aspetto fisico gli consente di aumentarsi l'età, al bisogno, e tanti chiudono un occhio. E Ingram viene pagato poco, pochissimo, ma non sono i soldi a interessarlo; più che altro, lui vuole sopravvivere.
Ma quali sono gli affetti di Ingram? Quelli che incontra sulla sua strada: è indicativo però che il piccolo non si aspetti niente da nessuno, e anzi dia per scontato che tutti prima o poi se ne andranno. È la sua infanzia ad averglielo insegnato, e dunque non pontifica, né si aspetta un aiuto. E il tutto rende ancora più struggenti gli incontri, perché già carichi di un addio che prima o poi arriverà, almeno nella mente di Ingram.
Nel seguire questo viaggio senza meta attraverso un'America povera, fortemente divisa tra popolazione nera e bianca, non solo ci perdiamo un po' nello spazio (sappiamo che si parte nella zona di Houston, ma poi c'è un generico muoversi verso sud), ma anche nel tempo. È la stessa percezione di Ingram, che vive le sue giornate senza restare incollato all'orologio o al calendario: si scopre cresciuto quasi senza neanche essersene accorto. E anche il tempo della storia resta vago, ma questa indefinitezza non è un errore; si scoprirà verso la fine del romanzo il piano di Louis C.K., ed è in questo che si trova un'ulteriore forma di critica sociale.
Commovente e a tratti divertente, molto avventuroso, il cammino di Ingram racconta di una formazione brutale a tratti, che va di pari passo con la scoperta del mondo. Gli adulti non proteggono, semmai espongono al pericolo o, nel migliore dei casi, si disinteressano dei piccoli. Parteggiare per il protagonista come per eroi di Dickens e di Twain è inevitabile, e lo sguardo di Ingram – prima bambino e poi ragazzo – alla ricerca di verità essenziali fa sì che smettiamo di considerare ovvie le nostre giornate.
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