«Io sono in Occidente, ma il mio cuore è in Oriente»: il racconto di un sogno che non fa sconti a niente a nessuno in “Sulle rive del mar Nero” di I.J.Singer


Sulle rive del Mar Nero
di Israel Joshua Singer
Adelphi, 29 settembre

Traduzione di Anna Linda Callow

pp. 121
€ 12,00 (cartaceo)
€ 6,99 (ebook)

Prima di leggere Israel Joshua Singer conoscevo, come molti, soprattutto l’altro Singer, il Premio Nobel. Che scoperta meravigliosa leggere i libri del fratello maggiore! Come è possibile che una voce narrativa così potente sia rimasta tanto a lungo nell’ombra? Mi sono informata e ho appurato che prima della fama di Isaac Bashevis Singer, suo fratello minore, Israel Joshua nel mondo della letteratura yiddish era tutt’altro che un autore di secondo piano. La morte prematura a cinquant’anni ha spezzato la sua brillante carriera oscurata poi, si può dire, dalla stella del fratello Isaac Bashevis, insignito col Nobel nel 1978.

Leggere Sulle rive del Mar Nero ci fa toccare con mano una penna matura, sicura di sé, notevole per come riesca a raccontare di sogni, aspirazioni e tanto dolore senza cadere nel sentimentalismo, a mantenersi equilibrata e misurata, già con un suo carattere. 

Al centro della storia c’è un giovane, Pinkhas Fradkin, e c’è un porto, quello di Odessa. Pinkhas ha diciott’anni, è figlio del rabbino del villaggio di Israelevke, nella regione di Cherson. Il giovane si reca spesso al porto di Odessa dove si mantiene dando lezioni private di ebraico ai giovani liceali, «per la cifra favolosa di 15 copechi l’ora» (p. 12). Il porto lo attira: da lì può cominciare il viaggio verso la terra dei suoi sogni, la Palestina, quell’Israele che ancora non esiste come Stato e che vive, per lui, nella forza di un’idea. A chi gli chiede come mai frequenti il porto, risponde citando i versi del suo poeta preferito, Rabbi Yehuda Halevi: «Io sono in Occidente, ma il mio cuore è in Oriente». (p. 16)

Interessante è lo spaccato di vita che emerge in pochi tratti, quasi incidentalmente, dai luoghi e dalle persone. Il rabbino del villaggio, per esempio, non è soltanto la guida spirituale della comunità: insegna la lingua sacra, si occupa delle questioni religiose e, in qualche modo, finisce per ricoprire tutti quei ruoli di cui una piccola comunità ha bisogno. Basta questo dettaglio per intuire quanto fosse centrale la sua figura nella vita quotidiana. E poi c’è Odessa, con il suo porto, un gate  dove il mondo si allarga: arrivano e partono navi, si incontrano lingue, merci, uomini di paesi diversi. Per Pinkhas il porto è innanzitutto una promessa di fuga e di viaggio, ma per il lettore diventa anche il punto in cui si affaccia un mondo molto più vasto di quello da cui il ragazzo proviene. Singer non ha bisogno di lunghe spiegazioni, questo è chiaro sin da subito. Le prime pagine ci presentano tutto ciò che serve alla storia senza lunghe introduzioni.

Ci sono passi dal ritmo incalzante, dove un periodo sembra correre, accelerare: scorrono fiumi di parole, un elenco che va a rafforzare una idea, una sensazione fulminante e temporanea per poi tornare al controllo del racconto. Sono i passi dei momenti descrittivi ed è curioso osservare che la descrizione, in genere, rallenta il ritmo del racconto, lo mette quasi in pausa. Qui succede tutto il contrario: la descrizione sembra confluire nel tempo narrativo, anzi, a volte sembra spingerlo in avanti. È come se anche le cose, i luoghi, le persone descritte fossero - come dire? - “prese” dal movimento della storia.

Era una ragazza dalla carnagione spenta e dalla figura piena, rotondetta. I capelli neri, morbidi erano così lisci da sembrare oleosi. Gli occhi sempre spalancati, pacifici e ingenui, emenavano bontà e purezza; il naso a patata cosparso di lentiggini le conferiva una particolare grazia e senso di familiarità; dietro labbra carnose, sempre leggermente socchiuse, si intravedevano denti un po’ troppo grandi. Ogni palmo della sua persona esprimeva una raggiunta maturità femminile, fatta per offrire quiete e felicità al suo promesso, che ne sarebbe diventato il signore e padrone. Parlava poco con l’uomo a cui suo padre e tutta Israelevke avevano deciso di darla in sposa. Si vergognava di iniziare una conversazione con il figlio del rabbino per il quale si struggeva di desiderio. (pp. 37-38)

Da Odessa comincia per Pinkhas un viaggio che avrebbe dovuto condurlo verso la Palestina, nell’amata e agognata Terra Promessa, ma che finirà per portarlo molto più lontano da ciò che aveva immaginato. Il fulcro del racconto si ambienta negli  anni convulsi della Prima guerra mondiale e della Rivoluzione russa: una nuova, dolorosa e oscura fase storica entra nella vita del giovane e sconvolge progressivamente il mondo che conosce. In Sulle rive del Mar Nero quello che sembrava il racconto di una partenza e di un sogno personale diventa così anche il racconto di un’epoca che sta cambiando radicalmente.

Eppure, nonostante la storia contenga dolore, perdite indicibili e crudeltà, tutto è in qualche modo smussato e alleggerito da una notevole vena ironica. Chi riuscirà a dimenticare Max Spitzer, il commilitone di Fradkin, che nel bel mezzo delle fucilazioni e degli stermini riesce ancora a combinare i suoi piccoli affari con le ragazze? Nella sua borsa malandata ha sempre cianfrusaglie di pessima qualità, capaci però di impressionarle abbastanza da ottenere in cambio una notte d’amore. E poi, soddisfatto, ai compagni: 

«Non chiedetemi nulla, ragazzi» pregò. Quanto me la sono spassata con quella goyah, che le venga un accidente!». (pp. 113-114)

La lezione di Singer insegna qui che il tragico e il comico possono stare sulla stessa pagina, senza che l’uno abbia bisogno di cancellare l’altro. 


Marianna Inserra