di Agnese Messina
Garzanti, agosto 2026
pp. 320
€ 19 (cartaceo)
€ 9.99 (e-book)
Di questo libro di Agnese Messina, che sta entusiasmando i lettori fin dalle prime battute, colpiscono tre cose: la protagonista, l’ambientazione e il meccanismo narrativo.
La protagonista è forse un unicum nel panorama dei legal thriller italiani, perché stiamo parlando di un’entomologa forense, figura molto nota nelle serie tv americane, ma che non ha grande risalto tra gli specialisti delle indagini nostrane. Si tratta infatti di una studiosa che si occupa di insetti e che attraverso i vari stadi di crescita di questi, presenti su una scena del crimine o su un corpo, individua con molta esattezza dove il corpo è stato e quali sono stati i momenti che si sono susseguiti alla sua morte. L’autrice, catanese, che ha seguito un corso di entomologia, si è innamorata di queste ricerche e ha deciso che la sua “June” dovesse svolgere proprio questa professione.
Riuscire a dimostrare le sue ipotesi grazie agli insetti era il motivo per cui quell’enorme laboratorio esisteva: poter sbattere la propria relazione sul tavolo di qualsiasi magistrato, giudice o procuratore capo e dire: «Questi sono i fatti». (p. 100)
A questo punto nasce la domanda sulla credibilità del personaggio in un contesto come quello siciliano, ma Agnese Messina ha creato delle connessioni credibilissime, conoscendo bene la geografia dei luoghi, ha messo in relazione la base Nato che è di stanza proprio nel catanese, un padre americano e degli studi condotti negli States dalla sua protagonista, che l’hanno portata man mano a voler ricreare un laboratorio in Sicilia, sua terra natia, e a far emergere anche questo aspetto specialistico nelle indagini, affiancandosi ad un amico (e non solo) Pubblico Ministero, conosciuto fin dai tempi della scuola.
Poi c’è la Sicilia, luminosa, ma non solo, piena delle sue contraddizioni, dei suoi pregiudizi, di una cultura popolare radicata nel maschilismo, per cui anche vedere una donna emancipata al bar di paese è quasi un affronto, ma nel contempo anche piena di campi di grano, di distese immense che raccontano non solo mare ma anche campi, pietre, fiumi, alberi secolari e grandi passioni, non sempre corrisposte, ma comunque lì in agguato, nel bene e nel male. Una Sicilia non raccontata dal suo mare e dal buon cibo, ma che mostra l’altra parte dell’isola, quella meno turistica e abusata e di sicuro più vera; senza tralasciare luci e ombre e rendendola comunque riconoscibile, oltre ogni stereotipo.
Percorse la via principale fino allo spiazzo in cui un nugolo di ragazzini in calzoncini e senza maglietta giocavano a calcio. Il pallone le sfrecciò tra i piedi, tra le urla che le intimavano di bloccarlo prima che rotolasse giù fino alla piazza. Calciò la palla verso il più alto del gruppo che, con un sorriso, la ringraziò e schizzò via, incurante del sole che picchiava sul lastricato. (p. 103)
Il meccanismo narrativo è ben strutturato, non tralascia lo scavo psicologico dei personaggi, non ha fretta di giungere a conclusioni, pur non esasperando con la suspence, ma si sedimenta, ci fa entrare nelle dinamiche tra i personaggi, ci fa amare e conoscere in profondità la stessa June, i suoi punti di forza e anche le sue debolezze. Ci porta infine alla verità, che è sia concepita come risoluzione del caso, sia liberatoria - in parallelo - per le vicende personali della stessa consulente e protagonista, che comprende di doversi liberare dalle proprie prigioni e decidersi ad agire per ottenere la sua giustizia.
La cronaca entra prepotente nella narrazione, con la violenza sulle donne, che non guarda in faccia le categorie sociali o la provenienza di chi la subisce e accomuna ogni donna, nel dolore ma anche nella voglia di riscatto. Così anche June si trova a ripercorrere le proprie ferite mentre cerca risposte sulle ferite delle vittime.
Un libro sfaccettato ma godibilissimo, che poggia su una storia appassionante, su un contesto verosimile, su una scommessa, quella di portare ad un livello più approfondito alcune indagini, servendosi non solo di sofisticati programmi ma soprattutto di esperti sul campo, specializzati in discipline poco note al grande pubblico ma molto interessanti.
Lo stile è scorrevole, pulito, non ammicca al linguaggio di genere, non disdegna le parti descrittive, che hanno il pregio di dare profondità al racconto e non rallentano il ritmo. Entriamo tra le pagine e nella vicenda come se fosse June a guidarci, con una profondità che di rado appartiene ai thriller più legati alla parte legale. È ben rappresentata la voce della gente comune, ancora legata ai suoi schemi tradizionali e al dialetto, più eloquente di mille spiegazioni se si tratta di far capire come stanno le cose nei piccoli centri, così come la complessità di chi è diviso tra due mondi, quello americano e quello italiano, e cerca inoltre di farsi apprezzare come professionista donna, in un ambiente prettamente maschile.
June non rinuncia al suo essere indipendente e libera nemmeno nelle relazioni, e scopriamo man mano che quello che lei ha creduto in passato essere una relazione totalmente paritaria l’ha invece annientata e la proietta verso il futuro con meno coraggio, anche di fronte a relazioni possibili e più rassicuranti.
Un libro fresco e nuovo, che regala anche qualche curiosità e insegna molto su un filone di ricerca per molti insolito e che coniuga bene il pregiudizio con la scienza. L’eremo dei folli è un romanzo sulla lettura delle tracce: quelle lasciate sui corpi, nei luoghi e nelle persone. Tra le molte versioni di una Sicilia che fa i conti col crimine e con la sua natura ambigua e sfaccettata, quella proposta da Agnese Messina è una delle più convincenti e fresche che mi sia capitato di leggere di recente e apprezzare.
Samantha Viva
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