Un singolare accostamento caratterizza Volterra, dopo la Seconda guerra mondiale: da un lato, la scoperta di un anfiteatro romano dà grande speranza e una rinnovata linfa alla cittadina; dall'altro, l'enorme manicomio continua a scandire le sue giornate in una decadenza che giorno dopo giorno ne rode le pareti.
Ed è proprio tra le mura di quel manicomio che si svolge la maggior parte del romanzo: le tre sezioni – Il Citrullo, La Strega e Il grand'uomo – si focalizzano in particolare su tre vicende, che commuovono e scuotono, fanno vibrare di umanità e di ingiustizia, di pregiudizio e di speranza.
Il Citrullo è Franco, un ex paziente che adesso si mantiene pulendo le camere degli altri degenti; ha il grande vantaggio di conoscere tutti e di accontentarsi di poco per essere felice, in una quotidianità che si ripete circolarmente. Gli basta la sua casetta diroccata ai bordi del manicomio, arredata pochissimo e con materiale di recupero, per sentirsi indipendente. Tra tutti i pazienti, ha un affetto particolare per lo Storto, un artista ricoverato lì dopo aver sfregiato un quadro di Raffaello e ancora abituato a dipingere, sebbene le dita incurvate non lo aiutino e la sua mono-ossessione lo faccia deperire. A volte lo Storto sembra alludere alla vita di prima e alla moglie, altre volte incensa le sue opere, dicendo che un giorno saranno considerate capolavori. Nella sua ricerca di perfezione e nell'abbandonarsi a una scrittura simile a quella etrusca, incomprensibile, ci sono passaggi decisamente struggenti. Anche perché il Citrullo non chiede, accetta quello che l'altro gli dona. Che sia una parola, un quadro, un momento insieme. Di loro, Luisa Pessina carpisce la singolarità di un rapporto di fiducia autentico, il reciproco attendere l'uno la visita dell'altro.
Diversa è la parte dedicata alla Strega e alle altre donne del manicomio e del sanatorio: c'è chi è lì per evidenti problemi di salute, ma anche chi ci si ritrova suo malgrado, spesso perché ritenuta "scostumata" o inadatta alla vita matrimoniale. Il tema dell'internamento forzato, talvolta apertamente ingiusto eppure accettato dalla società, serpeggia in più luoghi del testo, ed è chiara la vena di critica sottesa. Pessina non la palesa mai, lascia che sia chi legge a dedurlo; lei, al contrario, rappresenta la storia, ammantandola spesso di elementi fantastici, quasi fiabeschi, talvolta ironici, subito riannodati al realismo più concreto e feroce. La Strega, ad esempio, sostiene di poter prevedere cosa avverrà osservando se i polli che allevano nel manicomio girano su sé stessi in senso orario o antiorario; è un'attentissima osservatrice di ciò che accade, anche perché nel manicomio è una specie di istituzione. Non manca di far gruppo con altre pazienti, sobillandole alla rivolta se serve o sognando la fuga attraverso un passaggio sotterraneo tutto luccicante di alabastro. Attorno a lei, tante altre pazienti, più o meno protagoniste, fanno di questa sezione – la seconda, quindi quella centrale – la parte più corale del libro.
Tra una stravaganza e un dramma, si arriva alla terza sezione, una storia d'amore non priva di elementi controversi. Il grand'uomo è Cosimo, un infermiere del manicomio: lui entra ed esce, e fuori incontra Vira, una talentosa scultrice di alabastro che lavora nel laboratorio di famiglia. Anzi, si sostituisce al padre malato, ma finge di essere lì a vendere e basta. In realtà, Vira ha il sogno di riuscire a fare fortuna e la commissione di un enorme candelabro d'alabastro da parte dell'Imperatore della Repubblica Domenicana potrebbe proprio essere la sua occasione. Non per non lavorare più – come invece pensa Cosimo: «Vira, ci pensi [...], la tu' famiglia sarà a posto per anni. Saranno a posto pure i tu' figlioli. C'avranno così tante lire da riempicci il laboratorio. Potrai portà il tu' babbo a curassi. Ci pensi? Non avrai più bisogno di lavorà al posto suo.» (p. 102) –, ma per veder ripagato l'impegno e, forse, per essere finalmente chiamata artista. Anche questa storia però ha dei risvolti che vanno oltre il sentimento, perché Pessina mostra le pieghe più cupe della gelosia e del desiderio di possesso.
Eppure. Eppure c'è della speranza, dicevo, la si legge tra le righe e in alcuni esiti che non posso però anticipare. A colpire è l'altalena di emozioni, di elementi lirici e fantastici controbilanciati dalla concretezza più estrema. Il tutto, reso con dialoghi mimetici in toscano, che rendono perfettamente l'atmosfera. E tante immagini restano nella nostra memoria, complice una sintassi scolpita – mi si perdoni il gioco di parole – ed essenziale, senza orpelli né tentennamenti. Anche per questo la voce di Luisa Pessina risuona sorprendentemente matura, consapevole e al tempo stesso misurata, senza vagheggiamenti di intellettualismo. Pessina sa raccontare storie, e lo fa molto bene.
GMGhioni
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