I racconti «alimentari» che rivelano la grande autrice che verrà: la raccolta “La notte in treno” di Irène Némirovsky



La notte in treno e altri racconti
di Irène Némirovsky
Adelphi, 7 luglio 2026

A cura di Teresa Lussone

pp. 265
€ 20,00 (cartaceo)
€ 10,99 (eBook)

[…] Fu quel giorno, in quel preciso istante, che vidi nascere la rivoluzione. Avevo visto il momento in cui l’uomo non si è ancora spogliato delle sue abitudini e della pietà umana, in cui non è ancora abitato dal demone, ma in cui questo comincia ad avvicinarsi e gli turba l’anima. Quale demone? Chiunque abbia visto da vicino la guerra o la sommossa lo conosce; ognuno di noi gli dà un nme diverso, ma esso ha sempre lo stesso viso stravolto e folle, e quelli che l’hanno scorto una volta non lo dimenticheranno mai. (p. 16)

Quella strana sensazione che precede la tempesta, quel momento sospeso in cui ancora tutto sembra ancora intatto, ma l’aria è cambiata. Chi ha conosciuto la guerra da vicino lo sa e coglie quell’istante in cui la si avverte arrivare. Irène Némirovsky, in questi racconti che l’autrice stessa aveva definito «alimentari» cioè «buoni solo per procurarsi denaro» (p. 260), sa narrare già con efficacia e incisività l’animo umano. 

La notte in treno e altri racconti è la nuova raccolta edita da Adelphi e curata da Teresa Lussone e riunisce testi composti in anni diversi, ma contenenti atmosfere, personaggi e motivi che diventeranno centrali nella produzione più matura di Némirovsky. La guerra è certamente uno dei fili che attraversano queste pagine, insieme all’angoscia, alla paura, alle tensioni familiari che il lettore troverà, con altra ampiezza e complessità, nelle opere più celebri dell’autrice e soprattutto in Suite francese. È già in questi racconti giovanili, in nuce, quello sguardo lucido e impietoso con cui Némirovsky osserverà il crollo di un mondo, le sue paure e le sue contraddizioni. 

Particolare rilievo ha il racconto che dà il titolo alla raccolta. Su un treno diretto a Parigi, nel primo giorno di guerra, un’umanità improvvisamente sradicata dalla propria quotidianità si ritrova a condividere uno spazio e, con esso, un’incertezza comune. In tempo di pace, osserva Némirovsky, ciascuno tende a proteggere ciò che possiede, non soltanto i propri beni, ma anche i propri pensieri. La guerra, invece, irrompe nelle vite con una tale violenza da scaraventare tutti da un’esistenza a un’altra: ci sono i soldati richiamati, le donne che corrono per raggiungere e abbracciare i propri uomini, chi torna per aiutare, chi per lavorare, chi semplicemente cerca di capire che cosa sarà della propria vita. In questa improvvisa sospensione  qualcosa cambia: tra i passeggeri comincia a circolare un fluire di conversazioni, consigli, domande e confidenze, parole che passano «da uno sconosciuto all’altro» (p. 49) con una naturalezza che, in tempo di pace, sembrerebbe quasi impensabile. Le distanze sociali si attenuano, la riservatezza cede il posto alla necessità di comunicare e condividere, perché davanti all’incertezza del giorno dopo le differenze che fino a poche ore prima sembravano fondamentali perdono, almeno per un momento, il loro peso. Nel treno si rivela sorprendentemente una piccola comunità nata dall’emergenza, destinata a sciogliersi a viaggio terminato. Quando i passeggeri scendono, ciascuno riprende la propria strada e con essa sembra riprendere anche la propria identità sociale. È forse questo uno degli aspetti più sorprendenti del racconto: per tutta la durata del viaggio abbiamo visto persone capaci di vicinanza, solidarietà e confidenza, quasi dimentiche delle distanze che normalmente le separano; una volta a terra, quelle stesse persone sembrano tornare a essere altre. 

Ma, quella notte, era tutto diverso. Quella gente che non si era mai incontrata prima, che si sarebbe separata il giorno successivo, quei francesi, pudichi e beffardi, parlavano di sé, del proprio lavoro, della propria casa, della propria moglie, senza foga, senza isterismi, ma con un singolare abbandono, un accento umano, dolce e caloroso, come se l’uomo avesse finalmente smesso di diffidare del proprio simile e desiderasse essere capito da lui e capirlo. (p. 49)

Leggendo questi racconti, rispetto alla raccolta Il carnevale di Nizza (Adelphi, 2025), ho avuto la sensazione di essere più vicina alla Némirovsky dei romanzi della maturità. Qui avverto meno la necessità di sperimentare con la forma, di costruire le scene quasi come sequenze cinematografiche, e una scrittura invece più fluida, armoniosa, sicura del proprio ritmo. Anche quando il racconto è breve, Némirovsky lascia che siano le situazioni e soprattutto i personaggi a prendere forma. È una scrittura ancora giovane, ma già molto più vicina a quella che riconosciamo nei suoi romanzi più celebri. 

Questa maggiore fluidità si riflette anche nella costruzione dei personaggi, e in particolare di alcune figure maschili che ho trovato tra le più riuscite della raccolta, quali Il signor Rose e Hugo Grayer del racconto Lo spettatore, entrambi sembrano costituire l’antecedente di Langelet di Suite francese. Non sono naturalmente delle riproposizioni, ma figure che condividono con quelle dei romanzi della maturità una certa ambivalenza: uomini osservati senza indulgenza, ma anche senza giudizi semplicistici, capaci di muoversi tra egoismo e generosità, paura e coraggio. È proprio in questi personaggi che mi è sembrato di riconoscere con maggiore chiarezza l'Irène Némirovsky che verrà. Entrambi i protagonisti condividono, pur partendo da condizioni diverse, la convinzione che la guerra possa in qualche modo passare loro accanto senza coinvolgerli davvero. Il signor Rose, forte della propria neutralità, crede di poter rimanere al riparo dal conflitto, Lo spettatore, invece, sembra collocarsi in una posizione di osservatore esterno, come se la guerra appartenesse a un mondo altro, dal quale fosse possibile prendere le distanze. In entrambi i casi, però, questa presunta estraneità si rivela un’illusione: la Storia non risparmia chi crede di potersi sottrarre al suo corso. Némirovsky sembra così tornare, già in questi racconti giovanili, su una delle sue domande più profonde: quanto a lungo è possibile credersi spettatori della Storia prima di scoprirsi, inevitabilmente, dentro di essa?

Un tema caro a Némirovsky, quello del denaro e dei rapporti sociali che esso finisce per determinare, emerge con particolare evidenza in Speranze. Qui una giovane coppia russa, Vassili e Sophie Savine, sposata da tredici anni, vive una condizione economica ben lontana da quella che aveva conosciuto prima della Rivoluzione. Sophie lavora come modista, ed è lei a mantenere la casa, mentre il marito che guadagna una cifra irrisoria, continua ad amarla profondamente e a cercare di proteggerne la dignità. In questa situazione apparentemente intima e privata la necessità economica finisce per modificare i comportamenti e mettere alla prova i sentimenti. La donna confessa al marito di aver imparato a sfruttare persino la propria origine: davanti alle clienti accentua l’accento slavo per suscitare maggiore simpatia e ottenere qualche vantaggio in più. Racconta loro ciò che la Rivoluzione ha cancellato dalla loro vita come il conto in banca, l’autista, le perle, un reddito che sembrava garantire loro un’esistenza agiata.

«Finalmente ho capito cosa vogliono. Per centosettantacinque franchi, loro» («Loro» erano le clienti) «non si accontentano di un cappello; in aggiunta hanno bisogno di un assaggio dell’anima russa. Metto in vendita anche quello. Non hanno nulla di cui lamentarsi. Vengono qui, aspettano un paio d’ore; il cappello non è pronto. Prima lavoravo notti intere per completare un ordine in tempo; loro storcevano il naso e dicevano: “Ma manca ancora un fiocchetto! Quanto è lenta signora Savine!…”.
«Ora sfodero il mio più irresistibile accento slavo. Faccio un po’ la smorfiosa e dico: “…È così buffo, davvero!…Mi ero scordata di lei…”.
«Loro mormorano: “ah! Questi russi…” e mi sorridono. (p. 26)

La confessione di Sophie è insieme divertente e amara: la donna ha imparato a vendere alle clienti non soltanto i propri cappelli, ma anche un’immagine di sé, quella della russa esule e impoverita, trasformando persino il proprio accento in uno strumento di lavoro. L’ironia con cui racconta il piccolo inganno non cancella però la necessità che lo determina e contribuisce anche a mostrare al lettore una donna molto più intraprendente del marito, più brillante e concreta. 

Vassili si rendeva conto che sua moglie era riuscita a mantenere un certo livello sociale mentre lui sprofondava di giorno in giorno in una decadenza che, più che materiale, era morale. […] Per quanto si insaponasse le mani, si strofinasse le unghie, non riusciva mai a mandar via la polvere dei metalli che si era incrostata nella carne. Aveva dimenticato come impugnare correttamente una forchetta e un coltello. Era stanco. Quella sera, accanto alla moglie, terminato il misero pasto, immaginava il calore del letto, il silenzio, e nient’altro. Tutte le sere provava lo stesso torpore. Era una declassato, un uomo dalla vita spoglia, ridotto all’essenziale, che non ha più nessuna passione, nessun piacere, che non prova né ambizione né altri desideri a parte quelli del cibo e del sonno e che ha smesso di starci male. (p. 28)

Némirovsky riesce, qui come altrove, a tenere insieme il comico e il tragico, mostrando come la precarietà possa costringere gli individui a mettere in vendita, insieme alle proprie competenze, anche una parte della propria identità. Sophie si reinventa e Vassili si abitua alla sua caduta, al suo declassamento. L’uomo, tuttavia, per evitare che la moglie accetti le attenzioni di uomini che potrebbero offrirle qualche regalo o qualche aiuto economico, cerca di ottenere le simpatie di un ricchissimo parente lontano, convinto di preservare l’onore suo e di sua moglie. Némirovsky osserva questa situazione con il suo consueto sguardo ironico e disincantato, mostrandoci che dietro l’amore, la dignità e il bisogno di proteggersi ci siano l’opportunismo e l’ipocrisia.

Non è possibile soffermarsi su tutti i racconti della raccolta, ma vale la pena ricordare almeno un altro piccolo gioiello dei “racconti alimentari” di Némirovsky, Come bambini cresciuti. Particolarmente riuscita mi è sembrata la costruzione del racconto, che stabilisce un sottile parallelismo tra la gelosia infantile di Jacqueline e quella della madre, voce narrante. Jacqueline e Marie-Pierre sono due bambine di otto anni che hanno trascorso l’estate inseparabili, quasi complementari, fino a quando un litigio per un castello di sabbia incrina il loro equilibrio e fa nascere in Jacqueline gelosia e risentimento. La madre cerca allora di farle comprendere quanto sia breve l’estate e quanto sia insensato compromettere momenti felici per un sentimento destinato a consumarsi rapidamente. Quella stessa lezione finirà però per riguardare lei stessa. La voce narrante vive infatti una crisi analoga nel rapporto con il marito Francis. Dopo tre anni di matrimonio appassionato, il loro legame si è fatto più tiepido e la donna avverte la distanza che si è creata tra loro. La sua gelosia, tuttavia, nel giro di poche pagine, sul finire del racconto, viene improvvisamente ridimensionata da un evento che sta per sconvolgere ogni cosa: quando Francis le annuncia che la guerra sembra ormai inevitabile, dopo il patto stipulato tra Russia e Germania, ciò che fino a quel momento appariva importante cambia improvvisamente proporzione. La gelosia, il risentimento, il timore di perdere l’amore dell’altro diventano sentimenti quasi meschini e superflui di fronte alla minaccia di una catastrofe che incombe sulle loro vite.

Nei bambini, solo l’apparenza dei sentimenti è inconsueta e sconcerta l’adulto, ma il fondo del cuore è banale (purtroppo!) a otto anni come a trenta. Gelosia, amor proprio, stizza, affetto deluso, orgoglio…Quando ci mettiamo d’impegno, nell’anima dei nostri figli scorgiamo la nostra, come in uno specchio. (p. 71)

Per me questa è stata la sorpresa della raccolta: dietro testi nati anche per necessità si riconosce già una scrittrice capace di osservare con precisione le inquietudini individuali, i rapporti di potere, le fragilità affettive e il modo in cui la guerra irrompe nella vita privata. Alcuni racconti possono essere stati scritti più velocemente di altri, ma nei migliori si avverte già quella particolare capacità di Némirovsky di trasformare una situazione apparentemente minima in un’osservazione più ampia sull’animo umano. E il lettore, effettivamente, non tarderà a riconoscere quelli nei quali Némirovsky aveva messo il cuore.

Marianna Inserra