«Mi chiamo Vitória Queiroz da Fonseca. Sono donna. Sono nera»: "Fame di mia madre", storia familiare e collettiva nell'Angola postcoloniale



Fame di mia madre
Yara Nakahanda Monteiro
Capovolte, novembre 2025

Traduzione di Nicola Biasio

pp. 232
€ 18 (cartaceo)
€ 11,99 (ebook)

Scrivo di questo struggente romanzo con umiltà mista a timore del non essere adeguatamente preparata, uscendo dalla mia area di specializzazione. E queste righe non vogliono giustificare eventuali mancanze o errori di quanto andrete a leggere ma sono lo spunto per una riflessione più ampia sulla letteratura, la critica militante, lo studio, la ricerca e i limiti del nostro campo di indagine, ma anche la necessità di allargare i nostri confini, ragionare sull’inevitabile intreccio di letteratura e politica laddove con politica si intende coscienza delle società in cui viviamo, etica e morale. Un romanzo breve ma già da qui è facile intuire quanto profondi siano gli abissi che contiene e di quanti aspetti è composta la critica letteraria che tenta, tra le altre cose, di fornire una mappa per orientarsi in un testo e collegarlo con il mondo non letterario, riflettere sul valore di un’opera per i contenuti che veicola. 

Fame di mia madre di Yara Nakahanda Monteiro si colloca perfettamente nel catalogo di Capovolte, realtà editoriale alessandrina che con le sue pubblicazioni mira a innescare «pratiche condivise in ottica antirazzista e transfemminista», come si legge sul loro sito, e con questo romanzo porta all’attenzione del lettore italiano la storia di una famiglia, del trauma, della diaspora e dell’Angola postcoloniale. Ma, come accennato in principio, nella sua brevità contiene una molteplicità di riflessioni che vanno dalla questione coloniale e postcoloniale, la diaspora, la guerra, il trauma, ad altre che si legano alla decolonizzazione linguistica, al concetto di identità e razza, alla memoria, alle radici e allo sradicamento e, non da ultimo, alle modalità narrative stesse con cui Monteiro ha scelto di raccontare questa storia che ha punti di contatto con quella della sua stessa famiglia.

Ho riscritto biografie, topografie e narrazioni. Chissà, forse cercando, senza saperlo, di decostruire traumi, di conciliare e articolare, attraverso l’uso dell’immaginazione, il mio luogo di appartenenza, questa mia vita spartita tra due continenti, e volendo dare un senso alla nostalgia e alla sofferenza provata da mio nonno. (dalla prefazione dell’autrice, p. 7)

Addentrarsi in questo romanzo, tentare di comprenderne meglio le stratificazioni partendo come dicevo da una posizione non specialistica, è stato possibile anche grazie alla postfazione di Nicola Biasio, che ha curato la traduzione del testo confrontandosi e mettendo noi lettori a conoscenza delle difficoltà e delle scelte linguistiche adottate. Dubito esistano traduzioni che non contengano un certo grado di difficoltà e trasporre un testo da una lingua a un’altra o meglio, da un sistema culturale a un altro, è in ogni caso una sorta di riscrittura, di interpretazione, che comporta compromessi, scelte complesse, adattamenti. Qualcuno dice che tradurre è riscrivere, appunto, ma anche un po’ tradire il testo originale. Per Fame di mia madre le complessità della traduzione sono evidenti già dalle prime pagine e trovano poi nella suddetta nota finale una spiegazione quantomai illuminante che apre a quelle molteplicità di significato del romanzo cui si diceva in apertura. Perché, se tradurre è sempre una responsabilità, farlo in contesti coloniali e diasporici assume sfumature ulteriori in quanto, come sottolinea Biasio, significa necessariamente confrontarsi con la lingua e la cultura imposta dai colonizzatori, lo sradicamento, la risposta postcoloniale e quella peculiare «resistenza linguistica» che ha portato a ibridismi e testi di natura simile a quello di Monteiro. Da qui, dunque, la scelta di mantenere numerosi termini in umbundu, kimbundu, portoghese e di inserire solo in appendice un glossario da poter consultare, preferendo questa formula per non appesantire il testo con note a piè pagina, spezzarne il ritmo e, allo stesso modo, mettendo il lettore di fronte alla ricchezza linguistico-culturale, allo straniamento, alla rivendicazione di quanto il colonialismo ha tentato in ogni modo di sottomettere, annientare, cancellare. Parallelamente, tale scelta ha un'eco che va oltre la singola storia e la singola lingua, spingendoci a ragionare sulla percezione che abbiamo delle altre lingue e culture, della predominanza linguistica e culturale che tanto spesso accettiamo senza porci domande; indipendentemente dalla nostra familiarità o meno con la lingua è innegabile che quotidianamente abbiamo a che fare in contesti diversi con vocali inglesi e lo accettiamo quasi senza condizioni, interpretandolo casomai come motivo di arricchimento, per uscire da quella condizione di provincialismo in cui spesso ci sentiamo costretti. Ma di fronte ad altre lingue ecco che troppo spesso la percezione cambia, le releghiamo alla categoria di lingue minori, di dialetti perfino, sminuendo così un'intero apparato culturale. La scelta di Monteiro e della traduzione italiana diventa in questo senso quindi anche una scelta politica. Scelta che ultimamente mi pare sempre più condivisa: penso, per fare un solo esempio, a Se campo più di voi, il notevole esordio di Jonathan Escoffery, in cui la lingua patoi è profondamente legata al discorso su identità, razza, eredità coloniale. L'affinità con lo short story cycle di Escoffery è data anche dalla riflessione su estraneità, radici, identità appunto, perché tanto nell'uno quanto nell'altro leggiamo la difficoltà di trovare il proprio centro ma anche la propria identità razziale: Trelawny, il protagonista di Escoffery, è troppo bianco per i neri, troppo nero per i bianchi; Vitória, la voce narrante di Fame di mia madre, è divisa tra il Paese in cui è cresciuta, il Portogallo, e quello da cui proviene la sua famiglia, l'Angola. Non è difficile immaginare che in qualche misura si sia innescato in questo senso lo spunto autobiografico, tanto per Escoffery che per Monteiro. 

L’aspetto linguistico e culturale oltre che da un punto di vista politico assumono in questo romanzo una valenza importante legata alla storia stessa, quella di una donna che si mette sulle tracce della madre mai conosciuta e dal Portogallo in cui è cresciuta con i nonni fa ritorno in Angola, a Luanda e poi a Huambo, nell’entroterra, nel tentativo di colmare i vuoti della sua esistenza. Vitória non conserva alcuna memoria della madre, ma solo quel vuoto che ha rappresentato: «Non sopporto più la fame che ho di mia madre» (p. 31), una fame alimentata dai silenzi di quel nonno che ha taciuto troppe cose, dei misteri accennati dalla zia che da quindici anni vive internata in una casa di cura e, una volta in Angola, dagli indizi che emergono. Una fame, un’assenza, un vuoto che consuma e sembra corrodere tutto il resto, mettendo a rischio legami famigliari e relazioni, ma da cui Vitória non può liberarsi prima di conoscere la verità.

Sono cresciuta a Malveira, in Portogallo. Ero fidanzata. Stavo per sposarmi. Ho detto di no al matrimonio per venire a cercare mia madre. Ho sempre voluto credere che fosse morta. Era più facile. Non so se è viva o morta. Non so se importa, in realtà. Sono venuta per cercare. (p. 59)

In quel «non so se importa», che sua madre, Rosa Chitula, sia viva o morta, risiede la forza di questo romanzo straziante e stratificato e, per mezzo della voce di Vitória, Monteiro racconta senza sentimentalismi od orpelli la complessità di un Paese, intrecciando vicenda famigliare e riflessione sociale e politica, che si trasforma in una lucida osservazione dell'eredità coloniale, tanto dal punto di vista personale che collettivo. Entrano nella narrazione momenti della vicenda del Paese, il dominio portoghese, l'indipendenza, la diaspora, la guerra civile, le conseguenze e l'impatto che hanno sull'Angola e le sue persone, sulla vita quotidiana, sulla cultura. Dal Portogallo, dunque, Vitória parte alla volta di Luanda per iniziare le ricerche ed è qui che l’Angola evocata dalla famiglia costretta alla diaspora assume ora i contorni reali, abbandonando quelli del sogno, del rimpianto per quanto si è perduto e lasciato indietro, la fallacia della memoria; è, perciò, un Paese reale e contraddittorio, di contrasti con cui è difficile venire a patti, di regole cui adattarsi ma anche per Vitória la scoperta di una realtà culturale in cui immergersi pienamente, riconoscere come propria. Monteiro costruisce un romanzo che ammalia i lettori intenti a seguire gli sviluppi della trama e svelare il mistero di Rosa Chitula ma anche per la concretezza del mondo che si dispiega davanti ai nostri occhi, di cui riesce a evocare le atmosfere e il reale privo di retorica o stereotipi. Nel farlo sceglie una narrazione che privilegia la prima persona e il punto di vista di Vitória, con tutto ciò che tale assunto comporta, la parzialità dello sguardo, certo, ma anche la consapevolezza o meno di ciò cui decide di credere, di vedere oppure no, fino al punto in cui fermarsi, e noi con lei. Una narrazione fatta di frasi brevi che efficacemente assume il tono della cronaca e su cui si innescano diramazioni, altre storie e personaggi.

Da un punto di vista critico, non posso ignorare alcuni difetti della costruzione narrativa, tra cui una certa sovrabbondanza di elementi che non sempre trovano ragione di essere, un’ambiguità che a tratti pare un tirarsi indietro, guardare l’abisso ma non immergervisi; eppure, nonostante questo, Fame di mia madre è innegabilmente un testo notevole, che sa fondere finzione narrativa e realtà storica e legare insieme la specificità di quanto narrato a istanze e riflessioni universali, tematiche e questioni quantomai urgenti con cui siamo chiamati a confrontarci. Riflessioni universali, dunque, che riguardano per esempio il discorso sulle radici, sull’eredità del trauma e del passato, sulla memoria stessa:

Il fatto è che la memoria famigliare non è soltanto di chi l’ha vissuta. Chi nasce dopo porta con sé la biografia di coloro che sono venuti prima. Io esisto in quel passato, e la memoria mi appartiene. L’Angola che conosco è l’evocazione dei ricordi che non si sono estinti nel tempo. È l’utopia della felicità. È di questa Angola che la mia famiglia sente nostalgia. Rievocano spesso quei ricordi per sfamare l’urgenza di esistere. (p. 86)

Attraverso la storia di Vitória, Monteiro ci spinge inevitabilmente a ragionare anche sulla maternità e sul mito dell’istinto materno, sul vuoto, sui sentimenti complessi che la mancanza di Rosa Chitula si porta dietro, l’eco che arriva di altre storie in certo modo simili: penso a un romanzo che cito molto spesso sul tema del materno, Swing time di Zadie Smith, ma anche Olga muore sognando di Xochitl Gonzalez per il ritratto del materno e della riflessione su Portorico e il passato coloniale. Rosa Chitula è una donna che in buona misura resterà un mistero, una mancanza appunto: una rivoluzionaria, una guerrigliera che «amò l’Angola e per lei combatté», rinunciando a tutto il resto, anche alla figlia, e, attraverso il personaggio letterario ridare spazio alle donne combattenti di cui la Storia sembra volerne cancellare la memoria. Guerrigliere in prima linea, che hanno combattuto per la liberazione dall'oppressione coloniale, coinvolte poi nella guerra civile ma il cui ruolo fondamentale nella conquista della libertà è stato marginalizzato dal patriarcato. Il romanzo di Monteiro ne fa un ritratto non eroico, mai edulcorato, mettendone in mostra valore e colpe, umanità e debolezze, nel tentativo dunque di conferire a quelle donne il giusto peso che hanno avuto nella Storia ma suscitando, di conseguenza nel lettore, una serie di altre riflessioni sull'oblio imposto dal dominatore, che sia un impero o il patriarcato; non è soltanto la mancanza di riconoscimenti e celebrazioni, ma la negazione di pari opportunità nel nuovo stato sociale. La letteratura, il romanzo di Monteiro, non fornisce soluzioni semplicistiche, ma illumina gli angoli bui, porta all'attenzione del lettore ciò che forse non si era considerato, ci spinge a osservare le cose da un'altra prospettiva. 

Vitória si interroga sulle scelte della madre, su quanto possa rivendicarla come sua se non l’ha mai avuta per sé: lo fa con una lucidità straziante, condensando in poche parole gli abissi che si portano dietro. Mi affascina sempre profondamente la narrazione non stereotipata del materno e del rapporto filiale, l’indagine delle ombre, la costruzione di personaggi fatti di carne e sangue, imperfetti, reali proprio per questo, in un romanzo dove non possono esserci santi o diavoli, dove i trafficanti d’armi si commuovono con la poesia ma dove anche le guerrigliere si macchiano di colpe che non possono cancellare. Certo, ci sono azioni e colpe che pesano più di altre. Il vuoto rappresentato da Vitória è similare al vuoto di rappresentazione, all’eredità coloniale, la frammentarietà della narrazione è la frammentarietà della storia famigliare, con le sue omissioni, segreti custoditi, fratture.

Che cosa resta, dunque, a quella figlia venuta a cercare? Che cosa resta una volta trovata la verità o, almeno, una delle verità possibili? Che cosa sceglie di farne, Vitória, della verità che le viene consegnata? Ai lettori scoprirlo, ma che siate pronti agli interrogativi che il testo porta inevitabilmente con sé, a una storia che scardina un po’ di stereotipi, ci mette scomodi, non fa sconti. Apre uno squarcio e ci costringe ad allargare i confini del nostro mondo e prendere consapevolezza del peso delle parole che scegliamo, del passato coloniale di cui certi nodi restano ancora irrisolti e che non possono più essere ignorati e, non da ultimo, sul confine labile tra storia privata e collettiva.

Debora Lambruschini