Il mito come esperienza emotiva e come dono dell’antichità per gli uomini e le donne di oggi. “Il dono del mito” di Cristina Dell’Acqua


Il dono del mito
di Cristina Dell’Acqua
Mondadori, 26 maggio 2026

pp. 184
€ 18,00 (cartaceo)
€ 11,99 (eBook)

Questo libro, come sottolinea Cristina Dell’Acqua, docente di greco e latino presso il Collegio San Carlo e Attualità della cultura classica all’Università  IULM di Milano, non è un manuale di mitologia, ma uno scrigno che contiene nove doni:

Il mito è un dono. Un dono antico che attraversa i secoli senza consumarsi, passa di voce in voce, di anima in anima, e arriva sino a noi ogni volta che l’esperienza umana si fa troppo grande per le parole quotidiane. Un dono in forma di racconto, che accoglie ciò che ferisce e lo trasforma in possibilità di comprensione: un racconto che cura. […] Il mito cura perché dà voce e senso alle emozioni fondamentali: paura, rabbia, desiderio, perdita, gioia. E perché può diventare casa e  non farci sentire soli quando attraversiamo certi passaggi della nostra esistenza. (pp. 3-4)

Il dono del mito con una scrittura, fluida, limpida, accessibile, prova ad avvicinare il mito a chi lo percepisce come qualcosa di lontano, antico, quasi impolverato. L’autrice riesce a conferire una dimensione profondamente umana a quelle storie, a quei personaggi che sembrano appartenere a un’umanità diversa. E invece l’idea di Dell’Acqua, qui sta la bellezza del libro, è che il mito è un dono che un’umanità ha fatto a un’altra umanità. Gli antichi lo hanno fatto a noi! Mi piace molto anche il modo in cui il libro è stato pensato: ogni mito porta con sé un dono, una parola chiave che è anche una cura: una parola capace di curare, che l’autrice lascia alla fine di ogni capitolo. 

Si attraversano così i nove capitoli, ciascuno dedicato a una figura del mito e a una parola che ne racchiude il dono, la possibile cura. In quello dedicato a Elettra, per esempio, Dell’Acqua racconta la figura di un’eroina, figlia nata e cresciuta «dentro una frattura» (p. 7): una ragazza costretta a diventare grande troppo in fretta, cresciuta senza sentirsi ascoltata dalla madre Clitemnestra, completamente assorbita dal dolore, dall’odio e dal desiderio di vendetta nei confronti del marito Agamennone, colpevole di aver sacrificato la bellissima Ifigenia. Elettra porta sulle spalle un peso che sembra precederla: nasce sotto il nome degli Atridi, dentro una genealogia funestata dalla violenza e dalla colpa. 

Nella lettura di Dell’Acqua il mito si allontana dalla dimensione puramente tragica e torna a parlarci di una condizione profondamente umana, cioè quella dell’essere figli, dell’essere figlie che crescono dentro una crepa, in una frattura che non hanno provocato e che tuttavia sono costrette ad accettare. La storia di Elettra e Clitennestra diventa così una sorta di guerra intima, combattuta dentro il dolore e la fragilità. Dell’Acqua attraversa la figura di Elettra nelle tragedie di Eschilo, Sofocle ed Euripide e arriva alla parola-cura che chiude il capitolo: il riconoscimento. E il riconoscimento arriva con il ritorno di Oreste, fratello di lei, che torna dopo un silenzio lunghissimo ed Elettra lo riconosce. Anzi, si riconoscono, e così quell’assenza fondamentale diventa presenza. È un momento che, oltre la vicenda mitica, tocca qualcosa di universale: il bisogno di ritrovare qualcuno, ma anche quello di essere finalmente visti, riconosciuti e ascoltati.

Elettra ci dona la sua voce, con lei riconosciamo che essere figli significa portare dentro di sé la responsabilità del passato, e la fragilità del presente. Fa parte di noi. Significa imparare a parlare con l’ombra dei genitori, a intrecciare rabbia e amore, a capire che l’eredità più vera non è nei beni e nei nomi, ma nell’anima che ci è stata consegnata. Facciamoci sentire, ci esorta Elettra. Diventare figli è il primo passo verso la nostra libertà, dentro il solco della nostra storia. (p. 8)

L'autrice mostra anche come il mito continui a vivere ben oltre il racconto originario e non soltanto quando viene esplicitamente ripreso dalla letteratura, dall’arte o dal cinema. Le sue figure possono riaffiorare in personaggi contemporanei che non portano il loro nome e che, a prima vista, non sembrano avere alcun legame con loro. È quello che accade, per esempio, con il capitolo dedicato ad Andromaca, la donna infelice, vedova del magnifico Ettore, costretta a continuare a vivere e a fare i conti con un presente in cui lui non c’è più. Quando Dell’Acqua parla della fine di un amore come dell’amputazione quasi di una parte di sé, richiama Viaggio in Inghilterra di Richard Attenborough. Andromaca può riaffiorare anche lì, in una storia apparentemente lontana, in un personaggio che non porta il suo nome e che non rimanda immediatamente alla figura mitologica, ma che ne incarna la stessa ferita.

È forse anche questa la forza del mito: alcune sue figure sono così profondamente umane da diventare riconoscibili anche quando cambiano volto, epoca e linguaggio.

Non è necessario citare tutti e nove i miti del testo per comprendere la ricchezza del percorso proposto da Dell’Acqua, poiché ciascuno apre infatti una porta diversa sull’esperienza umana. Se Elettra ci parla dell’essere figli, il dono del centauro Chirone, figura forse meno conosciuta, conduce invece al tema della genitorialità e a ciò che significa prendersi cura, trasmettere, accompagnare. Un altro dono interessante è stato per me quello di Pan, creatura misteriosa dalle origini incerte e confuse, figura dell’istinto e della parte più primitiva dell’essere umano. Pan non conosce l’amore nel senso più alto del termine, ma il desiderio, la pulsione, il bisogno sessuale. Eppure è proprio lui che ci sorprenderà... Anche in una figura apparentemente così lontana da noi, Dell’Acqua trova una possibilità di cura: riconnetterci al nostro istinto di conservazione, a quella parte di noi che, prima ancora di ogni ragionamento, sa che dobbiamo salvarci, proteggerci, volerci bene. È un’altra delle sorprese del libro: anche ciò che siamo abituati a considerare oscuro, istintivo, persino scomodo, può contenere un dono.

Il mito non ci chiede di diventare diversi da ciò che siamo, ma di imparare a riconoscere e ad ascoltare le diverse sfaccettature che ci compongono: figli, genitori, amanti, fragili con i nostri mostri interiori da combattere come fa Andromeda, trasgressivi come Dioniso, capaci di accettare l’invecchiamento con serenità come fa Endimione. Sono figure che appartengono a un tempo lontanissimo e che, tuttavia, continuano a parlarci perché raccontano qualcosa che non ha età. 

Proprio questa è una delle qualità più belle del libro: Il dono del mito può parlare a tutte le età, dall’adolescenza alla maturità, perché in ogni stagione della vita ci troviamo ad attraversare fratture, perdite, desideri, cambiamenti, relazioni, separazioni e nuovi inizi. Cambiamo noi, cambiano le domande che portiamo con noi, ma i miti sembrano avere sempre una parola da offrirci. Se l’infanzia resta forse ancora fuori da questo dialogo, tutte le altre età possono trovare nel mito uno specchio, una compagnia, a volte persino una risposta. 

Il mito agisce come uno specchio: riflette i conflitti interiori, li rende visibiloi, e hnarrabili, prima di tutto a noi stessi. E ci aiuta a guardarci dall’esterno, ci offre una forma di verità che non ha bisogno di dimostrazioni, ma di essere vissuta direttamente. Le sue immagini archetipiche raggiungono la psiche profonda, là dove spesso nascono l’ansia, il senso di frammentazione, il disagio contemporaneo. Il termine «archetipo» è una parola interessante, deriva dal greco archè («origine») e typos («modello»): è come un’impronta antica fissata nell’anima. I miti sono serbatoi di arhcetipi, di struttura dell’esperienza umana. (p. 4)

Gli antichi hanno consegnato a noi questi racconti e Cristina Dell’Acqua ce li riconsegna con parole limpide, mostrando che dentro quelle storie possiamo ancora riconoscerci. Forse è questo, in fondo, il dono più grande del mito: ricordarci che ciò che viviamo non è soltanto nostro. Qualcuno, prima di noi, ha già avuto paura, ha amato, ha perso, ha desiderato, ha sofferto, ha cercato una via per ricominciare. E ci ha lasciato un racconto e a noi spetta il compito di ascoltarlo.

Marianna Inserra