Una parabola sul destino dell'umanità: chi è il vero "shlemiel"? "Gimpel l'idiota" di Isaac Bashevis Singer


Gimpel l'idiota 
di Isaac Bashevis Singer
Adelphi, giugno 2026

Traduzione di Anna Bassan Levi

pp. 200
€10.99 (ebook)
€19 (cartaceo)

Nel piccolo universo dello shtetl, dove la vita quotidiana si intreccia con la superstizione, la fede e le fragilità umane, Isaac Bashevis Singer mette in scena un’umanità in bilico tra il grottesco e il tragico. Gimpel l’idiota, raccolta di racconti ora riproposta da Adelphi nella raffinata Biblioteca Adelphi, a cura di Elisabetta Zevi e con la traduzione di Anna Bassan Levi, racchiude tutta la forza di una scrittura capace di trasformare il racconto popolare in una riflessione profonda sull’animo umano.

Singer, premio Nobel per la letteratura, trova nella forma breve una delle sue espressioni più alte: ogni storia diventa una piccola parabola in cui il riso si accompagna all’inquietudine. L'apparente semplicità della narrazione apre improvvisamente voragini morali e metafisiche. È quella particolare miscela di ironia e di dolore che rende la sua prosa immediatamente riconoscibile, capace di far sorridere e, nello stesso tempo, di lasciare una traccia di malinconia in chi lo legge.

«Ti sei fatto imbrogliare dal mondo intero» disse lui. «Sarebbe ora che lo imbrogliassi tu, adesso». «In che modo?» gli chiesi. «Potresti riempire ogni giorno un secchio di urina e vuotarlo di notte nella pasta del pane, così i sapientoni di Frampol mangerebbero roba immonda». «E il giudizio nell'aldilà?» chiesi ancora. «Non c'è nessun aldilà» mi rispose. «Ti hanno ingannato come hanno voluto, ti hanno fatto persino credere che portavi un gatto nella pancia. Quante fandonie!». «Va bene, ma un Dio c'è?». «No, neanche quello» mi rispose.  «E allora cosa c'è?» domandai. «Un grande pantano». (p. 29)

Il racconto che dà il titolo alla raccolta ha per protagonista Gimpel, un panettiere di Frampol considerato da tutti lo scemo del villaggio. Lo shlemiel della tradizione yiddish, il bersaglio degli scherzi collettivi, l’uomo al quale chiunque può raccontare la più assurda delle menzogne sapendo che verrà accolta con fiducia. Gimpel subisce gli inganni dei compaesani e l’infedeltà della moglie Elka, ma proprio dentro questa apparente fragilità Singer compie il suo rovesciamento più sorprendente. La credulità di Gimpel infatti non coincide con la sua ignoranza. «Sono Gimpel l'idiota. Secondo me non sono un idiota, ma è così che mi chiamano» (p. 15). 

La sua ignoranza è una scelta morale. Il suo gesto di affidarsi agli altri nasce dalla volontà di preservare uno spazio interiore libero dal rancore e dal sospetto. Mentre il mondo intorno a lui si difende attraverso il cinismo, Gimpel custodisce una forma ostinata di purezza. E lo fa quasi inconsapevolmente. La sua ingenuità diventa una forma di intelligenza alternativa, una resistenza silenziosa contro l’inaridimento dell’anima, che non vuole cedere alla malizia e alla perfidia del mondo. Attorno a questa figura memorabile si muove una galleria di personaggi e presenze che appartengono alla dimensione più autentica dell’immaginario di Singer: uomini guidati dalle passioni, donne divise tra desiderio e colpa, creature demoniache e spiriti del folklore ebraico. Lo shtetl raccontato dall’autore è un luogo chiuso, fatto di tensioni e contraddizioni, dove la quotidianità convive con il mistero e il mondo visibile sfiora continuamente quello invisibile.

Nei racconti della raccolta il soprannaturale non rappresenta una fuga dalla realtà, ma un modo per illuminarne le zone più oscure. Diavoli, possessioni e leggende popolari diventano strumenti attraverso cui Singer indaga le paure, le ossessioni e le debolezze degli uomini. La dimensione fantastica rivela così una verità più profonda: dietro ogni superstizione si nasconde il bisogno umano di dare un senso al dolore e all’imprevedibilità dell’esistenza. La domanda che attraversa l’intera raccolta riguarda il valore della fiducia. Gimpel comprende che perdere la capacità di credere significa perdere anche una parte della propria umanità. La sua scelta appare paradossale, quasi incomprensibile, ma racchiude una forma di saggezza: il mondo può essere imperfetto, gli uomini possono tradire, ma rinunciare completamente alla speranza significa arrendersi e consegnarsi al vuoto.

La prosa di Singer conserva il ritmo della narrazione orale, eppure dietro la sua apparente semplicità apre un universo immenso, attraversato da continue inquietudini. Gli altri racconti che fanno parte di questa antologia compongono una galleria di figure pittoresche: c'è Pelte L'Ammazamogli di Turobin, uomo ricco e tirchio che ha ucciso ben quattro mogli, ma che alla sua morte rimarrà un misero cumulo di polvere. Incontriamo poi la famosa famiglia di calzolai Shuster, il racconto sulla gioia che mostra quanto sia importante avere il dovere morale di essere pieni di gioia, nonostante le avversioni della vita. Uno dei racconti a mio avviso più significativi, oltre, naturalmente a quello a cui deve il titolo l'opera, è quello intitolato Dal diario di un non nato.

In un luogo dove non passa né l'uomo né pascola il bestiame, un venerdì tredici, del tredicesimo mese, fra giorno e notte, al di là delle Montagne Nere, nei boschi desolati, nel castello di Asmodeo, al chiarore di una luce stregata. Io, l'autore di queste righe, ho avuto una fortuna che arride solo a una creatura su diecimila: non sono nato. (p. 133)

Singer ha la capacità indiscussa di far vedere e sentire ai suoi lettori la sua narrazione. Da questo passaggio arrivano chiari e pungenti i sentimenti di desolazione, sfortuna, abbandono, rammarico e amara ironia. Ciò che fa da filo conduttore all'intera antologia è il pensiero sul destino dell'umanità. Le pagine di questa raccolta infondono speranza nei lettori: se la realtà è mutevole e ingannevole, l'immaginazione, al contrario, può ancora dare uno spiraglio di fiducia verso gli altri.

A distanza di anni dalla sua prima pubblicazione, Gimpel l’idiota conserva ancora una forza sorprendentemente attuale. In una società costruita sul sospetto e sull'inganno, Singer invita a guardare con occhi diversi una virtù considerata ingenua: la capacità di affidarsi, di immaginare, di continuare a riconoscere negli altri una possibilità di bene. Quella del Premio Nobel Singer è una raccolta breve ma intensa, un'opera in cui la favola si trasforma in filosofia. Singer racconta un mondo scomparso, ma attraverso le sue voci indelebili riesce nel difficile compito di parlare ancora all’uomo contemporaneo, e gli racconta delle sue paure e del suo eterno bisogno di credere in qualcosa che vada oltre la realtà visibile. Paure così tanto radicate nell'animo umano, che ancora oggi trovano ampio spazio.

Carlotta Lini