Tra appartenenza e desiderio di fuga, il mondo oltre le montagne. "Anime azzurre" di Alessandro Botteon

 

Botteon-Anime-azzurre


Anime azzurre
di Alessandro Botteon
Bompiani, 2026

pp. 286
€ 19,00 (cartaceo)
€ 2,99 (ebook)

Che cosa possono avere in comune un ragazzo nato e cresciuto in Val Badia, mai uscito dalla cerchia delle proprie montagne, e una ragazza di New York, miracolosamente scampata al crollo di una delle Torri Gemelle l'11 settembre del 2001? L'amore? Una vita intera? Un'estate? Un fotogramma? Il romanzo Anime azzurre di Alessandro Botteon (edito da Bompiani) riflette proprio sul concetto di appartenenza a un luogo, alla propria storia, al proprio destino che spesso sembra già scritto, ma basta un piccolo scarto dal binario per rimettere in gioco tutto.

Johann ha diciassette anni, un padre violento che alza mani e voce spesso e volentieri, e una madre che invece la voce non l'ha più. Da quella maledetta notte di tempesta che si portò via Leonard, il figlio più grande, davanti agli occhi di Johann, nel corso di una terribile avventura che li doveva portare fuori dalla valle. Scavalcare quelle montagne, che chiudono le infinite possibilità del mondo, era l'ossessione di Leonard. Passata per osmosi al fratellino Johann, che, quel mondo, lo osserva attraverso i film che noleggia e non restituisce. Johann, in realtà, è diviso tra il senso di identità che lo lega alla sua Val Badia e il desiderio di vedere le grandi città, dove tutto succede. Cose belle e brutte. Come a New York, dove un terribile attentato ha distrutto le torri e migliaia di vite umane, un evento che, nel suo piccolo mondo, entra attraverso le immagini della televisione. Il suo universo è la montagna, che protegge e separa, la natura, il bosco, lo chalet, la neve, il rifugio del signor Hofer dove lavora. Ed è proprio qui, tra le calde pareti di legno, le partite a carte con il proprietario, i clienti da servire ai tavoli, che il mondo fa irruzione: Alicia, la nuova cameriera, viene proprio da New York, nel crollo delle Torri ha perso i genitori e lei stessa è stata tratta miracolosamente dalle macerie. Un anno lontano da tutto quel dolore le farà bene, così le hanno detto. Quelli di Johann e di Alicia sono due pianeti diversi, troppo lontani per non esplodere al contatto. Dalla diffidenza all'incomprensione, dal detestarsi all'amarsi sarà un tutt'uno.

Botteon descrive con delicatezza la parabola di questi due giovanissimi protagonisti che sapranno trovare parole comuni per avvicinare i loro mondi, i loro poli opposti. E se Johann da quelle montagne, pur amandole immensamente, desidera fuggire, al contrario Alicia vi viene catapultata, da una realtà che più lontana non si può immaginare. È come se i due ragazzi si trovassero a metà strada, in un luogo che per l'una rappresenta la possibilità di accettare il passato e per l'altro è il punto di partenza per immaginare il futuro.

L'intero romanzo ruota attorno al concetto di uscita e attorno al significato metaforico della porta, come apertura, strumento di fuga e possibilità di conoscere ciò che è fuori dalla valle. E se Klaus, il padre non ha dubbi («Le domande nascono nelle città. Qui è tutto vero. È tutto davanti agli occhi. Le montagne non mentono mai», p. 37), Johann, invece, immagina di realizzare cinematograficamente 

la storia di qualcuno che cercava una porta per uscire dalla valle - una porta che lo conducesse a Bolzano, a Trento, a Verona, a Milano, nelle grandi città e a sud dei monti [...]. Una porta che si aprisse sulle rive del Mediterraneo, e su altri paesi ancora - paesi di cui non sapeva le lingue, di cui non avrebbe mai capito fino in fondo i gesti, i saluti, le tradizioni, i giochi dei vecchi e i giochi dei giovani -,una porta che portasse, e che portasse fuori (p. 39).

Certo, c'è pur sempre la possibilità di fare come il signor Hofer, il gestore del rifugio, che conosce il mondo intero grazie ai visitatori che in tutte le stagioni varcano la sua porta. Ma può essere sufficiente? L'intreccio della storia, che è un continuo alternarsi di flashback e momenti attuali e a cui non manca qualche colpo di scena, soprattutto nella parte finale, darà una risposta a tutte le domande.

Nonostante alcune piccole perplessità personali, legate soprattutto a una certa lentezza iniziale, a un andamento narrativo talvolta troppo costruito, ad alcuni passaggi che avrebbero meritato maggiore approfondimento e a una scrittura a tratti un po' studiata, il romanzo rappresenta un buon esordio che porta a riflettere sul concetto di confine, quello reale e quello che noi stessi poniamo alle nostre vite, sul desiderio di aprirsi al mondo e la paura di lasciare ciò che si conosce e si ama. È proprio la tensione tra il noto e l'ignoto, tra il senso di appartenenza e l'anelito alla conoscenza a spingere la trama. Nella quale le montagne, tanto amate dall'autore, non si limitano a fare da sfondo, non offrono soltanto una visione patinata da cartolina, ma costituiscono l'anima pulsante del libro, intervengono, cambiano i destini, proteggono o rimangono indifferenti alle tragedie umane. Molto interessante l'attenzione puntata sulla dimensione cinematografica, una passione dell'autore, che interviene sia come elemento narrativo (Johann vuole scrivere un film su qualcuno che riesce a uscire dalla valle e Alicia gli darà una mano a terminare quella storia che, in fin dei conti, non è altro che l'altra possibilità che aveva Leonard, il fratello maggiore), sia come elemento stilistico, con i già citati flashback e i capitoli brevi, dove le azioni dei protagonisti lasciano grande spazio alle immagini dell'ambiente circostante. Perché Johann, prima di viverla, la vede la sua vita, o almeno una delle possibili vite, attraverso l'occhio della macchina da presa. Grazie alla quale, forse, troverà la sua porta, quella che sul pomello reca l'incisione Devi chiudermi per aprirmi.

Sabrina Miglio