Un romanzo di formazione "on the road": "L'amore o l'arte della manutenzione della bicicletta", esordio narrativo di Andrea Genzone



L’amore o l’arte della manutenzione della bicicletta
di Andrea Genzone
Bompiani, giugno 2026

pp. 261
€ 19.00 (cartaceo) 
€ 10.48 (ebook)

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Ad attirare la mia curiosità verso questa lettura, esordio narrativo di Andrea Genzone edito da Bompiani, è stata l’insolita associazione fra l’amore e l’arte della manutenzione della bicicletta, un’analogia creata dall’autore per introdurre da subito i suoi lettori nello stravagante mondo di Vittorio Fuggi, protagonista del romanzo. Sulla copertina del libro, campeggiano in primo piano i due elementi che più di tutti sintetizzano il suo modus vivendi: un camper e una bicicletta; un’immagine che, pur nella sua semplicità, ci proietta verso lo stile di vita “nomade” e anticonformista di chi interpreta il viaggio come essenza  della vita, ma anche come fuga dalla realtà stessa.

Per comprendere al meglio l’importanza di questa similitudine nel percorso esistenziale di Vittorio, come per ogni viaggio, bisogna tornare indietro fino alla stazione di partenza: l’infanzia, quella tappa decisiva durante la quale ogni viaggiatore, insieme ai suoi primi compagni d’avventura, inizia a esplorare il mondo e a sperimentare le relazioni umane.

Una fase significativa, ma anche complessa per lo sviluppo emotivo dell’individuo, soprattutto se gli equilibri familiari sono alterati da situazioni delicate come per la famiglia Fiuggi, impegnata nella gestione di un bambino affetto da sindrome di down, Filippo. Non sarà, dunque, un’esperienza facile né indolore, per Vittorio – detto Vic –, imparare a convivere con l’unicità del fratello, a discapito di quell’ingenuità e spensieratezza che dovrebbero, invece, caratterizzare l’età infantile. 

Aveva  iniziato a capire che qualcosa non tornava verso i quattro anni, quando si era accorto di imparare le cose molto più in fretta di Filippo. Quando ormai parlava quasi come un adulto e suo fratello, nonostante di anni ne avesse già sei, faceva ancora dei versi elementari. Si pisciava addosso, spaccava sistematicamente tutti i giocattoli e quando si arrabbiava menava. In questo, sì, era un fratello maggiore. (p 162)

Un momento particolarmente complicato sarà rappresentato dall’ingresso nel mondo della scuola, quando saranno proprio i loro coetanei a far sperimentare a Vittorio e Filippo il peso dei pregiudizi connaturati alla parola “diversità”: «Che suo fratello fosse diverso l’aveva già capito. Come si chiamasse la sua diversità, invece, l’avrebbe appreso nel giro di pochi giorni dai suoi compagni di scuola» (p. 162), metabolizzando ora un «voi vi prendete la secchia, noi il mongoloide» (p. 163) ora  un «zitto tu, che sei fratello di un mongoloide» (p. 164).

Anche a casa, la sopravvivenza per Vic non risulta per niente semplice, nonostante l’amorevole vicinanza della madre Teresa, vero «telaio della famiglia» (p. 23). Essere il fratello di Filippo significa accettare la parte del figlio “invisibile”, o comunque impegnarsi a mettere in secondo piano le proprie esigenze, soprattutto agli occhi di Antonio, padre emotivamente distante e inaccessibile. È forse anche per questo che Vic svilupperà, da adulto, quel «cuore di lamiera» che diventerà il suo più grande limite a livello relazionale: «Più passavano gli anni e più peggiorava. O forse migliorava? Più passavano gli anni, comunque, e più si sentiva invulnerabile a qualsiasi catastrofe emotiva» (p. 28).


Le prime  pedalate in solitaria iniziano, dunque, proprio per evadere da quella realtà: salire in sella e correre lontano rappresenta, per lui, un vero e proprio atto di ribellione e rivendicazione della propria libertà. Con quelle corse in bicicletta, Vittorio comincia a comprendere di dovercela e di potercela “fare con le proprie gambe”; impara ad affrontare le salite della vita, a cadere e  a rialzarsi, a riordinare i pensieri e le emozioni. Nel caos della vita, la bici lo aiuta a trovare un equilibrio, a rimettere a posto i pezzi; non a caso, da adulto sceglierà proprio di aggiustare biciclette nella ciclo-officina dell’amico Sandro, l’unico con cui Vic riesca ad avere una forma di legame.

I momenti in cui lavorava alle biciclette erano gli unici in cui si concedeva di volare alto col pensiero, senza il rischio di cadere nel vuoto. Quella mattina pensò che la felicità è una questione meccanica: ogni parte deve essere al suo posto. Ci vogliono manutenzione, conoscenza ed esperienza. (p. 96)

Le metafora della “meccanica” applicata alla vita e dell’arte della manutenzione come cura dei legami rappresentano un po' il filo conduttore del romanzo, ma soprattutto del percorso di formazione del protagonista: a questo proposito, per meglio consentirci di seguirne l’evoluzione, Genzone ci trasmette le riflessioni di Vittorio in prima persona, attraverso le pagine del suo manuale d’officina che, di tanto in tanto, si intervallano alla narrazione in terza persona. Sono pagine fondamentali per il lettore, che ha così la possibilità di conoscere il protagonista senza filtri e di comprendere le radici delle sue stravaganti abitudini di vita.

Fra queste, vi è anche la scelta di un vecchio camper come abitazione, con il quale Vittorio si è stabilito in una zona isolata sulla riva del Ticino: un luogo “protetto” che gli consente di stare sufficientemente lontano dalla famiglia d’origine e dalle responsabilità di ogni tipo di legame, garantendogli  contemporaneamente l’illusione di bastare a se stesso.


Ma questo equilibrio precario, che Vittorio ha cercato di costruire per tutta la vita, è destinato a crollare il giorno in cui incontrerà Chiara, donna affascinante e travolgente che sembra avere la capacità di stargli vicino senza farlo sentire oppresso. Per lei Vittorio arriva persino a mettere in discussione le sue infallibili “Regole Fuggi”, ovvero le norme comportamentali a cui si è sempre ispirato per non rischiare di restare coinvolto in una relazione sentimentale seria con una donna.

Nonostante le numerose insicurezze e  titubanze, risulta ben presto evidente al lettore che l’incontro con Chiara  potrebbe rappresentare per Vic l’occasione per superare i suoi limiti relazionali; ma un  nuovo evento, inaspettato, lo mette di fronte alla paura di non essere all’altezza della situazione, trascinando nella crisi entrambi.

A questo punto, in corrispondenza del momento di massima tensione del romanzo, si realizza un inaspettato capovolgimento della prospettiva: a fuggire, adesso, sarà Chiara, mentre Vittorio diventerà protagonista di un viaggio, in compagnia proprio del fratello Filippo, in cui la quête andrà ben oltre l’obiettivo di raggiungere la donna amata. La vera meta del loro viaggio insieme sarà, infatti, una ritrovata – o forse mai  prima vissuta realmente – vicinanza, che consentirà gradualmente a Vittorio di superare i fantasmi del passato e  quel senso di colpa nei confronti del fratello di cui non si era mai liberato.


La seconda parte del romanzo, dedicata all’avventuroso viaggio dei fratelli Fuggi alla ricerca di Chiara, rappresenta la pars construens del processo di crescita di Vittorio: anche stavolta l’autore ci consegna i suoi pensieri più intimi, insieme ai numerosi ricordi che affiorano sottoforma di flashback dal passato, attraverso le pagine del suo “manuale d’officina”. Ma adesso, alle riflessioni e ai ricordi di Vic, si intervallano quelli che, per tutto il viaggio, Filippo annota nella sua “agenda gialla”: Genzone crea così uno stratagemma narrativo originale, dinamico e coinvolgente, che consente al lettore di entrare in contatto con il punto di vista di entrambi i protagonisti, proprio mentre  sono più impegnati a  ricostruire la trama della loro infanzia, per poter gettare le basi per un nuovo domani. Ritrovare la loro complicità e sanare le ferite del passato rappresenta il presupposto per ripartire da legami più sani e “riparare” il cuore di Vittorio: ecco che il tema del viaggio si conferma indissolubilmente legato a quello della vita, ma anche al tema della scoperta e della riscoperta di sé.


Come per ogni viaggio indimenticabile, ci sono pagine ricche di emozioni, umori, incontri, colori e panorami, che si concludono – non solo per Vittorio ma anche per il lettore – con una consapevolezza importante: bisogna partire dal viaggio più complicato, quello dentro noi stessi, per arrivare a comprendere la meraviglia dell’incontro con l’altro e costruire l’itinerario della propria esistenza. 

Pedalare in coppia, o in gruppo, ha i suoi vantaggi pratici. Ci si protegge dal vento, si tiene l’andatura un po’ per uno, ci si aiuta quando arrivano i guai. […]. Lo intuisco ora, che di tutti i chilometri che ho fatto non posso parlare a nessuno, perché con me non c’era nessuno. (p. 106)

Federica Malara