Il matrimonio come gabbia dorata: Serena Bortone racconta "Le dirimpettaie" a Taviano

Più le gabbie sono dorate, più sono difficili da rompere. Più sono prestigiose, più è complicato aprire il lucchetto.

A proposito di questa frase, e di tutto ciò che porta con sé, si è parlato martedì 21 luglio in occasione di una delle tappe proposte dal Salento Book Festival, in Piazzetta don Pompeo Cacciatore a Taviano (LE), dove la giornalista, conduttrice televisiva e autrice italiana Serena Bortone ha presentato Le dirimpettaie (Rizzoli, 2026) in dialogo con Stefano Coletta, direttore del Coordinamento dei Generi Rai.

Le dirimpettaie
di Serena Bortone
Rizzoli, aprile 2026

pp. 384
€ 19 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)

VEDI IL LIBRO SU AMAZON

Coletta ha aperto la serata parlando del romanzo come un racconto capace di parlare a tutti, pieno di riferimenti documentaristici, televisivi, musicali e storici, mai respingente. Bortone ha debuttato come scrittrice solo due anni fa col suo romanzo d’esordio A te vicino così dolce, eppure il grande merito de Le dirimpettaie è proprio quello di raccontare la vita di ognuno di noi, dando voce a tre (o forse quattro, lo si definirà meglio leggendo il romanzo) protagoniste. La parabola dell'emancipazione femminile letta attraverso le fragilità e le forze di tre donne che si affacciano l'una sull'altra.

Per lungo tempo il destino di una donna si è misurato quasi soltanto sul marito che le veniva assegnato. Con il Sessantotto e la rivoluzione sessuale, quel copione si spezza per le generazioni più giovani. Tina, Gabriella e Maria vivono invece la propria trasformazione dentro un condominio romano del quartiere Talenti, dove il pianerottolo diventa il luogo in cui le loro esistenze si sfiorano fino a intrecciarsi. 

Leggiamo di un'amicizia fatta di parole scambiate, ma anche di silenzi, sguardi che si osservano senza bisogno di spiegazioni, che finisce per renderle indispensabili l'una all'altra. Cresciute dentro ruoli femminili rigidamente imposti, le tre amiche si ritrovano a vivere matrimoni nati più da convenienza che da amore, maternità sospese tra dovere e ambivalenza, desideri tenuti a freno, tradimenti e fughe improvvise. Sullo sfondo scorre un'Italia che cambia pelle: il boom economico, la Dolce Vita, i primi passi dell'emancipazione femminile, l'arrivo del divorzio. Muovendosi dagli anni Sessanta fino al Capodanno del Duemila, Serena Bortone costruisce tre figure di donna difficili da dimenticare, tutte prigioniere di un'idea di "buon matrimonio" che non ha quasi mai coinciso con la felicità.

L'idea, ha raccontato l'autrice, nasce tre o quattro anni fa, e Serena Bortone racconta che, durante la stesura del romanzo, partecipò come spettatrice al Salento Book Festival e pensò che sarebbe stato davvero un ambito successo portare sul palco anche il suo romanzo in lavorazione. Nel frattempo, tra quella riflessione e la conclusione del racconto, tante cose sono successe, anche spiacevoli, e qui la sensibilità di Serena divampa fino a erigere una riflessione più ampia, quella per cui la vita, quando ci mette davanti a qualcosa di brutto, ci offre anche l'occasione di riappropriarci di noi stessi. È esattamente ciò che succede alle tre dirimpettaie, impegnate in un percorso di crescita che passa, inevitabilmente, dalla parte più fragile di sé, quella che per Bortone resta anche la più bella.

Il progetto nasce come un memoir e si trasforma quasi da solo in un romanzo corale, un equilibrio pensato dall'autrice per pendere più dal lato delle sorprese che da quello delle conferme, per mettersi in gioco. La prima delle tre protagoniste, Tina, nasce dal racconto della madre di Bortone a proposito di una vicina di casa realmente esistita, mentre un'altra amica, una milanese di nome Mirella, diventa la base per il personaggio di Gabriella. Tina, in realtà Assunta, arriva da un matrimonio combinato: originaria dell'Abruzzo, viene data in sposa a un uomo di mezza nobiltà secondo un'usanza che all'epoca rappresentava il massimo dell'aspirazione per una donna. Da lì si apre un meccanismo narrativo dentro l'altro, una donna annoiata e vittima del proprio privilegio che finisce per distruggere tutto ciò che ha costruito, con la responsabilità borghese che la teneva in piedi, per inseguire una passione erotica.

Bortone ha raccontato che, quando è turbata, sente spesso "il soffoco", un'espressione che ritorna anche nel libro, legata a un ricordo d'infanzia in cui ha partecipato a una festa di matrimonio che ha vissuto come qualcosa di soffocante. Nel romanzo, l'autrice ha avuto il coraggio di ammettere di amare più i funerali dei matrimoni. È una matrice che attraversa tutti e tre i matrimoni raccontati nel libro, letti come un lavoro complicato, possibile solo con la rara fortuna di incontrare la persona giusta.

“Tina dimenticò il biglietto della suocera e obbedì. Finché un giorno, come una diga che crolla dopo un’alluvione, fu travolta dal sentimento e si accorse che voleva obbedire solo a se stessa. Quando decise di vivere, inseguì il sentimento. Sensibility, la percezione che va oltre il senno. Tina, la molle e annoiata Tina.” (p. 45)

Bortone ha aggiunto di essere figlia di madri il cui unico destino previsto era sposarsi e fare figli, in un'epoca in cui sbagliare marito significava restare senza alcuna possibilità di uscirne, dentro un involucro borghese e ipocrita fatto di apparenza che, ha osservato, resta valido ancora oggi per tante coppie costrette a mantenere una patina di felicità di facciata.

Coletta ha poi introdotto la seconda protagonista, Maria, legandola al tema della dimenticanza, definendola come quella condizione, anche psichica, in cui a volte è possibile ritrovare i propri desideri più autentici. Maria è l'unica delle tre a scegliere da sola il marito, Claudio, quasi con l'intenzione di salvarlo e, quando capisce che quel matrimonio non le basta a riempire la propria vita, decide di scappare senza dire a nessuna delle amiche dove sta andando, perché quella scelta, ha spiegato Bortone, deve restare soltanto sua. Maria è il personaggio preferito dai lettori, presentata al pubblico come una donna bella, considerata sciocca in un'epoca in cui alle donne borghesi non era concesso lavorare né studiare, ma tutt'altro che tale. Maltrattata e incompresa, Maria vorrebbe persino aiutare il marito anaffettivo a uscire dal proprio tormento, finché un ennesimo episodio la spinge, appunto, a partire da sola. Tra un'alba e un tramonto la donna trova quella che per l'autrice rappresenta una delle chiavi della felicità. Quando più avanti si scopre che il marito aveva davvero delle mancanze nei confronti di Maria (non spiegherò altro per non incappare in qualche anticipazione sconveniente per chi avrà il piacere di leggere il libro), la reazione della donna è lontanissima dalla follia che tutti le avevano attribuito, compreso lo stesso marito che le somministrava psicofarmaci per contenere i suoi impulsi.

Maria ripensò alle voci, al mistero delle connessioni che sperimentava ogni giorno. «Io non sono pazza» disse, ma lo diceva a se stessa come per rassicurarsi.
«Lo so, non sei pazza. Ma perché non ci racconti dove sei stata nei tuoi viaggi? Non è la prima volta che te lo chiedo…»
«Perché quegli spazi sono solo miei.» (p. 250)


Quella conferma diventa per lei un'azione di forza.

La terza dirimpettaia, Gabriella, arriva invece da Milano a Roma, nel nostro quartiere Talenti dove tutto accade e che è ricostruito nel romanzo con grande precisione. Gabriella è il personaggio che si trasforma di più partendo dalle proprie imperfezioni.

Lo sguardo estraneo, anche gli amici meno distratti, definiva Gabriella un tipo riflessivo. L’eredità della solitudine infantile si era stratificata nel tempo della sua crescita dando vita a una psiche, analitica che tendeva a scandagliare la sua e le vite altrui con dovizia di ragionamenti. Era accaduto anche in amore. (p. 202)

Si avvicina alla politica, si spende per il referendum sul divorzio, decide di tornare a lavorare quando il marito attraversa un momento difficile, in un'epoca, quella del boom economico, in cui anche il modo di vestirsi diventava una forma di libertà. Bortone ha introdotto anche un appunto sul padre di Gabriella, che è comunista e un po' ubriacone, e sulla madre, molto giudicante nei confronti del marito che lo accusa di essere un fallito ai suoi occhi semplicemente perché è rimasto fedele ai propri valori. Da qui la riflessione, condivisa con Coletta, che l'emancipazione femminile porta sempre con sé anche una domanda sull'emancipazione maschile e sulla difficoltà per gli uomini di mostrarsi vulnerabili senza prima un gesto che ne certifichi la virilità.

Il filo rosso che intreccia i nodi dell'intera serata e del romanzo resta il cambiamento. Quello che a volte rimandiamo perché raccontarci una storia diversa da noi stessi è più comodo, è quello che invece arriva quando l'identità che ci eravamo immaginati non corrisponde più a chi siamo diventati. Bortone ha insistito sul desiderio di raccontare un femminismo inconsapevole, fatto di figure minime della storia che hanno contribuito al cambiamento senza saperlo. Coletta ha richiamato, a chiudere, il valore dello spazio dell'amicizia femminile raccontato nel libro, legato anche alla figura della madre di Bortone, Annamaria, mai nominata direttamente nel romanzo ma presente come sguardo su tutto. La consapevolezza di non essere sole resta il messaggio più importante che le tre dirimpettaie ci lasciano, ritrovandosi quasi settantenni al Capodanno del Duemila, pronte a rimettere in gioco la propria vita.

Sento parlare dei fasti di via Veneto da quando ero bambina. Allora la strada era già spenta, la Dolce vita terminata, ma la luce di quella mondanità affiorava ancora negli occhi delle amiche di mia madre. Raccontavano storie rutilanti di bellezza e di peccato, rimpiangevano un mondo che avevano incontrato solo nella lettura delle cronache mondane. C’era un contrasto netto tra la potenza di quell’immaginario e il tranquillo quartiere residenziale dove vivevano, come se la rispettabilità borghese delle loro case potesse resistere anche grazie alla fantasia di quelle trasgressioni. (p. 30) 

Valentina Botrugno