La malinconia del viaggiatore
di Jan Brokken
Iperborea, 2026
traduzione di Claudia Cozzi
Nel cimitero di Coilleure vi è una tomba che ha accanto una cassetta delle lettere.
Degli orari di ritiro non c’erano indicazioni. Del resto è comprensibile: al cospetto dell’eternità, la fretta si arresta al cancello del cimitero. (p. 9)
La tomba è quella di Antonio Machado e fu il sindaco di Coilleure, nel 1983, a fare installare una cassetta postale proprio accanto alla tomba. Da quarant’anni essa raccoglie messaggi, ringraziamenti, disegni, poesie, richieste d’aiuto per superare un esame, lettere che chiedono ispirazione per iniziare un romanzo o conquistare un amore. “Aiutaci a vivere e a morire”. Finora sono arrivati circa 4500 messaggi e lettere.
Questa storia la racconta Jan Brokken, nel primo dei racconti contenuti ne La malinconia del viaggiatore. Scoprire che 4500 persone hanno spedito una lettera a un poeta morto mi ha riportato in mente uno dei dialoghi più divertenti de Il maestro e Margherita: «Dostoevskij è morto, — disse la donna, ma con poca convinzione.— Protesto! — esclamò calorosamente Korov'ev. — Dostoevskij è immortale». Un poeta non muore mai. Con questo splendido racconto iniziale, Brokken dona al lettore la tonalità emotiva giusta per affrontare il testo.
La malinconia del viaggiatore è un taccuino di un viaggiatore di razza, che mischia esperienze e storie, biografie di scrittori e musicisti, tracciando – mi ha ricordato Danubio di Magris (che peraltro lui cita) – una mappa culturale e simbolica dell’Europa. Dopo Machado, si "incontrano" Kafka, Goethe, Bèla Bartòk, Dvořák, Anner Bijlsma.
Il secondo racconto, invece ci porta nella Budapest di Béla Bartok, o meglio ci porta all’addio di Bartok all’amata Budapest, a causa dell’allineamento del paese alle leggi razziali di Hitler.
Lasciò Budapest perché non c’era posto per uno come lui, né per una come Ditta. Né per tutti gli ebrei, destinati a diventare il capro espiatorio del peggior tipo di razzismo, quello che portò al genocidio». Non era ebreo, ma ogni qual volta gli si chiedeva, per un modulo ufficiale, di segnare se fosse o meno ebreo, rispondeva: «Siamo tutti ebrei». (p. 50)
Prima di lasciare la propria città, Béla andò da un notaio e gli affidò una dichiarazione in cui esprimeva la volontà che nessuna strada della città gli fosse intitolata finché esistevano due piazze intitolate a Hitler e Mussolini.
Sull’amato fiume che attraversava la sua città, per cui scrisse «Il corso del Danubio», scrisse che la melodia al pari del corso del fiume è vivace quando entra in Ungheria e malinconica quando la lascia.
Jan Brokken è uno scrittore che amo per il pudore e l’eleganza; ha la delicatezza dei colori della sua Olanda, il sorriso quasi bonario e il tono carezzevole. Ma stavolta scopriamo una voglia non solo di raccontare, ma anche di raccontarsi, di aprirsi con delicatezza al lettore. Il viaggio, del resto, è un'esperienza di incontri:
Se c'è qualcosa che rende indimenticabile un viaggio, è un incontro inatteso. Dopo il 2001 ho spesso pensato di smettere di viaggiare, per ragioni politiche, morali o ecologiche – viaggiare inquina, in tutti i sensi possibili – ma poi ha sempre prevalso la prospettiva di fare incontri imprevisti, quegli incontri che ti trascinano in un altro mondo e ti fanno passare da uno stupore all'altro. Senza stare a pensarci troppo, potrei elencarne almeno quaranta che hanno cambiato il mio modo di guardare, sentire e capire le cose. (p. 253)
Di questi incontri – non solo in carne ed ossa, ma anche con gli spiriti di grandi artisti che "aleggiano" per le vie di alcune città che abitano ancora alcune stanze, Brokken ci dona il profumo, ci fa camminare accanto a lui, disegnando un ritratto sfocato – nel senso che non vi è un centro, non vi sono netti confini – di un continente e della sua multiforme identità. La malinconia è anche quella di scoprire che questa Europa sta dimenticando se stessa, non è più in grado di "passare da uno stupore all'altro".
E cosa si fa quando non si riesce a vedere più l'orizzonte? Ci si siede sulle spalle dei giganti. È quanto fa Brokken venendo in Italia a ricercare le tracce di un grande viaggiatore: Johann Wolfgang Goethe. Dopo averlo "intravisto" a Rovereto, grazie a Chiara, che gli indicò la locanda in cui Goethe aveva soggiornato nel settembre del 1786, dopo essere andato ancora a cercarlo a Francoforte, città natale del poeta, Brokken ripercorre, con una bella edizione del Viaggio in Italia in valigia, le tappe del viaggio goethiano. Goethe è stato fondamentale nella formazione di Brokken e lui ci narra la sua prima lettura del Werther e di ciò che quel romanzo gli ha insegnato, come scrittore.
Per uno scrittore, uno degli impegni più faticosi è arrivare rapidamente all’essenziale. Bisogna mettersi in gioco e allo stesso tempo tenersi sotto stretta sorveglianza, per non perdere di vista l’obiettivo che ci si è prefissati. Essere sinceri, senza trucchi, dio quant’è difficile. Può sembrare strano, ma scrivendo ci si può smarrire. Con grande concisione, Goethe riesce a cogliere tutto questo in una sola frase del Werther: «Quando manchiamo a noi stessi, ci manca tutto». (p. 318)
Non ci manca nulla in una scrittura sincera come quella di Brokken, che riesce a presentare gli echi della sua cultura e della sua formazione come un viaggio coinvolgente.
Deborah Donato
