Nel classico "Fiori in soffitta" di V.C. Andrews atmosfere gotiche raccontano il calvario dei fratelli Dollanganger


fiori in soffitta

Fiori in soffitta
di V.C. Andrews
Edizioni Ne/oN, Marzo 2026

Trad. di Maria Grazia Prestini

pp. 464
€ 21,50 (cartaceo)
€ 12,99 (ebook)

Vedi il libro su Amazon


Un classico della letteratura gotica, pubblicato per la prima volta nel 1979, viene proposto ora nella collana Revival di Ne/oN. Si tratta di Fiori in soffitta o nel titolo originale  Flowers in the Attic, con cui la scrittrice V. C. Andrews (conosciuta anche come Virginia C. Andrews o Cleo Virginia Andrews), inizia la saga della famiglia Dollanganger.


Il romanzo ha avuto due adattamenti principali per il grande e piccolo schermo: un film omonimo del 1987 (diretto da Jeffrey Bloom) e un più recente film TV nel 2014 (diretto da Deborah Chow), oltre alla recente serie televisiva Flowers in the Attic: The Origin del 2022 che funge da prequel alla vicenda narrata nel libro (esiste anche il presule letterario che parla appunto della famiglia Foxworth).


Nel 1975, Andrews completò la prima bozza del romanzo, che le venne restituito con il suggerimento di "ravvivare" ed espandere la storia. Il romanzo, pubblicato nel 1979, è stato un successo popolare immediato, raggiungendo la vetta della classifica in sole due settimane. L’autrice morì di cancro al seno il 19 dicembre 1986 a Virginia Beach, in Virginia. Dopo la sua morte, la sua famiglia ha assunto un ghostwriter, Andrew Neiderman, per terminare i manoscritti che lei aveva iniziato.


Fiori in soffitta è un libro dalle atmosfere cupe, che per tematiche e per tinte forti entra di buon grado nella letteratura gotica, dove le passioni sono spinte fino alla deformazione. Le atrocità e la cattiveria che pagina dopo pagina ci fanno inorridire, vengono perfettamente incarnate nelle figure che più di tutte dovrebbero fungere da riferimento nella vita di tutti noi, madre e nonna.


La trama racconta di una famiglia americana perfetta, formata da due genitori amorevoli e quattro figli: una dodicenne, che è la voce narrante, ovvero Cathy, suo fratello di qualche anno più grande, Chris e due gemelli, un maschio e una femmina di cinque anni, Cory e Carrie. Sono talmente belli che tutti li definiscono ‘le bambole di Dresda’ (Dresden Dolls), giocando con il loro cognome, Dollanganger. Un brutto giorno il padre Christopher muore in un incidente e la madre Corinne, rimasta vedova ancora giovane e incapace di provvedere da sola al sostentamento dei figli prende la dolorosa decisione di scrivere ai suoi genitori, molto ricchi, per chiedere di aiutare lei e i suoi figli, nonostante i rapporti con la famiglia d’origine si siano interrotti in seguito al matrimonio con Christopher, mai approvato.


È a questo punto che tutto cambia, perché nell’immensa magione della famiglia Foxworth i quattro bambini impareranno che tutto ciò che la madre comincia a raccontare loro è una menzogna, a partire proprio dal loro padre. Sono infatti figli di un incesto tra zio e nipote, motivo scatenante del rifiuto dei nonni a riconoscerli e addirittura a sapere , nel caso del nonno, della loro stessa esistenza. La mamma li costringe quindi a stare per un tempo che lei definisce minimo in soffitta, nascosti alti occhi di tutti, in attesa che il padre malato muoia e lei possa rientrare nelle grazie della famiglia ereditando i soldi necessari al loro mantenimento.


Ma il tempo della loro carcerazione si protrae all’infinito e questo porta i quattro a subire le angherie di una nonna spietata, l’indifferenza crescente della madre e la mancanza di una vita normale per crescere come tutti. I mesi e gli anni passano e il loro fisico si indebolisce, oltre al fatto che nasce tra loro una forte relazione che li porterà, nell’ombra della reclusione, a desideri proibiti e a un amore indicibile.

Era la nonna. Con passo felpato entrò nella stanza e senza una parola depose sul tavolo il cestino da picnic. Non ci augurò buon Natale, né ci diede il buongiorno e neppure sorrise o accennò al fatto che quello era un giorno speciale. E noi avevamo il divieto di rivolgerle la parola, se non interrogati. (p. 203)

Non ha uno stile impeccabile il libro, perché ancora acerbo in alcune parti e forse risente dell’idea iniziale del romanzo di formazione, poi rivista in chiave gotica, ma la voce della protagonista, che vive in prima persona, quindi l’idea di infanzia sporcata e negata, unita alla capacità di adattamento dei piccoli e alla viscerale cattiveria degli adulti, lo rendono atroce e potente al tempo stesso.


Alla fine, in mezzo alle atrocità che la nonna e anche la madre riservano ai figli, la parte incestuosa e alcune scene di violenza sono solo una logica conseguenza della crescita forzata e innaturale dei quattro, che si sviluppa in una soffitta piena di topi e di buio. Una soffitta sovraccarica di vecchi mobili e chiusa a chiave, che i ragazzi cercheranno di rendere simile ad un giardino, inventandosi anche dei fiori di carta, per simulare la natura e la bellezza che viene loro preclusa. 


Un gesto che può essere interpretato come una sorta di resistenza passiva alla reclusione ingiusta e forzata. Anche la soffitta, così lontana dal resto, dove nessuno può sentirli e salvarli diventa un luogo simbolico; quello in cui la famiglia Foxworth deposita ciò che non può confessare: il peccato, la vergogna, il desiderio, la genealogia malata da cui pure dipende la sua ricchezza. I bambini diventano così il segreto vivente della casa, fiori senza terra e senza luce, costretti a crescere in un ambiente che li consuma.


Ancora una parola la spenderei su questa particolare forma di gotico domestico creato dalla scrittrice, che non ha bisogno del soprannaturale: gli basta la famiglia. La casa immensa, le stanze proibite, la nonna carceriera, la madre che promette e tradisce, l’eredità come maledizione moderna: tutto concorre a costruire un orrore domestico in cui il mostro non arriva da fuori, ma siede a tavola, prega, detta regole, misura il peccato e lo trasforma in punizione.


Un libro disturbante, imperfetto ma capace di affascinare il lettore, peraltro forse, a detta di molti, il più riuscito della serie Dollanganger, pubblicato in passato col titolo Fiori senza sole, e che torna adesso a farci riflettere sulla mostruosità di certi contesti, sul male che si annida dove non pensiamo di trovarlo, sull’infanzia tradita e soprattutto sul peso dato al valore economico, che diventa l’unica forma di misura, capace di annebbiare chiunque, anche chi dovrebbe ritenere i propri figli il bene più prezioso, ma li baratta facilmente con l’illusione di una seconda possibilità, ad un prezzo altissimo. 


Samantha Viva