Orfane, zitelle e prostitute: la rivincita delle emarginate nel nuovo romanzo dell'autrice di "The Help". "Il Calamity Club" di Kathryn Stockett


Il Calamity Club
di Kathryn Stockett
Mondadori, maggio 2026

Traduzione di Isabella Polli

pp. 744
€ 24 (cartaceo)
€ 13.99 (ebook)

L’universo di Il Calamity Club prende forma nel cuore ferito del Mississippi degli anni Trenta, dove la Grande Depressione fa da sfondo all'incontro tra figure femminili profondamente emarginate: nubili senza una dote, giovani orfane e prostitute. L'inizio del romanzo corale è affidato a un dettaglio visivo potente, un soffitto intaccato dalla muffa all'interno di un orfanotrofio, l’istituto per l'infanzia della contea di Lafayette. Questa immagine si trasforma nella metafora di una società in cui l'assistenza ai più deboli somiglia a una detenzione carceraria e l'infanzia viene gestita come merce difettosa da archiviare. Con questo secondo brillante romanzo, Kathryn Stockett sceglie volutamente di costruire un meccanismo narrativo dal ritmo serrato, alimentato da una volontà continua di catturare l'attenzione di chi legge, pagina dopo pagina.

«Meg, lei è Miss Birdie, la sorella di Miss Frances. Si occuperà della contabilità. Birdie, lei è Meg». Mi feci avanti sulla soglia. [...]La muffa che invadeva il soffitto stava cominciando a scendere sulle pareti. Da quello che potevo capire, quella stanza si trovava direttamente sotto il dormitorio delle grandi. [...] Mi avvicinai e tesi la mano alla bambina. «Piacere di conoscerti, Meg. Io sono Birdie». «Non farlo» disse Garnett a bassa voce. «Noi non tocchiamo le grandi». (pp. 118-119)

La struttura del romanzo poggia sul contrasto ravvicinato tra due prospettive complementari. Da un lato c'è Margot Lafleur (detta Meg), una ragazzina rifiutata dal mondo ma che conserva ingenuamente sprazzi di fiducia verso esso, dall'altro Birdie Calhoun una giovane zitella, priva di rilievo sociale ma dotata di un'arguzia affilata. Oltre a loro si aggiunge la figura di Charlie Lafleur, la madre di Meg, che la vita ha messo a dura prova ma che non si arrende al suo destino. Il loro incontro accende una reazione a catena che muove una narrazione ricca e sfaccettata, densa di rovesciamenti economici, fughe disperate, adozioni forzate e bordelli improvvisati. 

Nel suo scrivere Stockett sembra essere guidata unicamente dal corso degli eventi. Come un flusso indomabile di parole che trovano sulla pagina il giusto posto e il giusto spazio. E dopo il magnifico L'aiuto (Mondadori, 2009), conosciuto ai più nella riedizione del 2016 che porta il titolo in lingua originale inglese The Help, per richiamare il celebre film con protagoniste le superbe Emma Stone, Viola Davis e Octavia Spenser,  meritavamo più che mai una nuova opera coinvolgente e dissacrante quanto la prima. In questo territorio, la scrittrice si conferma una straordinaria artigiana della parola, capace sia di dare ritmo alle scene (come per la nascita del club clandestino) sia nel gestire dialoghi in grado di suggerire molto più di quanto i personaggi dichiarino apertamente. La distribuzione dei dettagli è infatti abilmente calibrata e permette a ogni colpo di scena di esplodere al momento più opportuno.

Il funzionamento dei tantissimi personaggi risponde a un'idea precisa in cui la stabilità del mondo grava sulle spalle delle donne, mentre gli uomini ne provocano lo sfacelo. Le protagoniste agiscono, resistono, tessono trame e si adattano alle avversità; le controparti maschili invece annegano i problemi nell'alcol, scappano o falliscono in modi che oscillano tra il ridicolo e il drammatico. In questo, ho notato piacevoli similitudini con Le streghe di Smirne di Mara Meimaridi (edizioni e/o, 2026) La principale antagonista è la direttrice dell'istituto, ovvero Miss Garnett, che rappresenta una malvagità subdola e ipocrita, poiché agisce nascondendosi dietro una facciata di irreprensibile rettitudine. L'autrice non indaga le sottili sfumature morali, ma punta a un'efficacia quasi teatrale nello sviluppo dei caratteri: Meg e Birdie affrontano le sfide della vita come due pesi di una stessa bilancia: la prima osserva il mondo con gli occhi limpidi di una bambina, la seconda lo affronta con il filtro maturo del sarcasmo. La scrittura è sempre molto spontanea e lineare e dietro l'apparente semplicità della prosa si nasconde una tecnica rigorosa, dove ogni parola rimane  al servizio del racconto.

Miss Garnett mi teneva praticamente sempre d'occhio. Se arrivavo anche solo due minuti in ritardo in cappella la domenica, o a mangiare quella poltiglia farinosa che chiamano colazione, mi dava un pizzicotto sotto il braccio, dove fa più male. Così forte da farmi venire gli occhi lucidi. (p. 22)

Il volume soffre tuttavia di alcune parti centrali un po' più lente e dal ritmo meno incalzante, ma in oltre settecento pagine è inevitabile che qualche passaggio sia meno riuscito di altri. Al di là di questa mia osservazione, l'opera conserva una vitalità pulsante che non può fare a meno di ipnotizzare i lettori e spingerli ad arrivare velocemente alla fine. Ciò che emerge chiaro dalle pagine è il bisogno universale e umano di amore, sentimento che accomuna le donne protagoniste. Sentimento che sfocia in un forte e comprensibile senso di abbandono

Il confronto con L'aiuto è quindi inevitabile e rivela come questo lavoro sia, al tempo stesso, una continuazione e una risposta consapevole al primo grande successo di Stockett. Se nel suo romanzo d'esordio l'autrice esplorava i confini razziali e domestici del Mississippi degli anni Sessanta, qui indaga le fratture di classe nell'era della Grande Depressione. In entrambi i testi, tuttavia, il fil rouge della narrazione rimane il medesimo: un'alleanza clandestina tra donne socialmente invisibili che scelgono di unire le forze per scardinare, o quantomeno aggirare, le regole di un sistema oppressivo dominato dagli uomini e dal classismo sociale.  Anche la gestione dei villains mostra forti analogie, poiché la figura della cattiva Miss Garnett richiama l'ipocrisia sociale della perfida Hilly Holbrook, incarnando quel perbenismo borghese e quella carità di facciata che nascondono, sotto una maschera di virtù e filantropia, una sconfinata crudeltà umana.

Stockett si riconferma una narratrice d'impatto, capace di concepire la pagina scritta come un teatro di destini. Il valore del romanzo risiede proprio in questa consapevolezza. Non siamo di fronte a una struttura perfetta, ma in un mercato editoriale che talvolta scambia la pretenziosità con il valore, quest'opera scommette sulla potenza intramontabile del racconto puro, vincendo la sfida e rimanendo affettuosamente impressa nella mente di chi la legge. 

Carlotta Lini