"Rimpatrio" di Ève Guerra è il ritorno alle radici attraverso il lutto per la morte del padre




Rimpatrio
di Ève Guerra
Gramma Feltrinelli, febbraio 2026

Traduzione di Anna d’Elia

pp. 192
€ 18 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)

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Un libro meravigliosamente potente e poetico al tempo stesso, che recupero dopo qualche mese, sia perché la tematica mi ha molto colpita, sia perché ho avuto bisogno di sedimentarlo. Si tratta di Rimpatrio di Ève Guerra. Non è una storia lineare, forse più un accompagnamento dentro una storia personale e famigliare, fatta di partenze, rinunce, rivendicazioni e infine ritorni asimmetrici. Perché a ritornare è solo un corpo, quello di un padre che la protagonista ha già sepolto nella sua anima e che dice a tutti di aver perso già da due anni.


Quando invece il padre di Annabella Morelli muore davvero, in un angolo del Camerun che rende arduo persino il rimpatrio della salma in Francia, dove la giovane si è stabilita da tempo, per studiare, le sue certezze precipitano. Non che fino a quel momento Annabella ne avesse avute molte di certezze, crogiolandosi più nella realtà fittizia che ha scelto di interpretare, anche con il fidanzato che non può capirla, nonostante la ami, perché non la conosce davvero, in una Lione in cui conduce un’esistenza vivace e troppo libera.


Nessuno, se non Annabella, conosce la sua infanzia in Congo, che è stata felice, almeno fino al momento in cui la madre non ha abbandonato suo padre e lei, ad appena sette anni, stanca delle continue violenze di quest’uomo ambiguo, troppo dedito all’alcol, misogino e insopportabile con tutti, tranne che con questa figlia adorata, cresciuta nel mito di una figura ingombrante e intoccabile. Una figura non vista sotto gli occhi della morale, ma vissuta per quella che è, con i suoi errori e i suoi limiti. 


Un mito paterno che per un momento la ragazzina vuole imitare, tagliandosi i capelli e cercando di somigliare ad un ragazzo, fin quando quel mito viene sostituito da imponenti figure di scrittrici e donne, che la giovane ha conosciuto attraverso il suo amore per la letteratura e che nel momento più buio rinnega (come ha fatto con la madre) per poi ritrovarle, nel sostegno e nella speranza che la sua professoressa le porge, scrivendo una mail piena di umanità e sincerità alla richiesta di Annabella di ritirarsi dagli studi. 

Non si aspetti un aiuto dalla letteratura più di quello che le dà già. La letteratura fornisce le chiavi del mondo a patto di essere in grado di interpretarlo, salva solo perché reinserisce l’individuo in una dimensione collettiva e di trasmissione, ed è quella salvezza che passa attraverso la letteratura: fare di noi degli individui tra gli altri uomini, “salvando due volte quello che sanno, trasmettendolo” (Beauvoir).  (p. 182)

Una vita continuamente illusa e delusa, quella della protagonista, che tanto più si ispira a grandi vite e sogni, quanto più si inabissa in relazioni tossiche e sbagliate, in comportamenti al limite del lecito, in autosabotaggi cronici, destinati a tutto ciò che ama e alle persone che cercano di capirla.


Inoltre si cerca di distruggere il mito dell’approdo come alternativa definitiva e sicura, della ricerca di salvezza e d’allontanamento dalle origini come riscatto e in questo c’è anche una contrapposizione geografica: Lione offre ad Annabella la possibilità di reinventarsi, ma anche il rischio di perdersi in un’identità costruita per sottrazione. Lontana dal Congo, la protagonista non è davvero libera: è sospesa, brillante e vulnerabile, capace di desiderare la salvezza e insieme di sabotarla.


Il libro si muove costantemente tra il piano della realtà e quello della metafora dell’esistenza, tra il reale e l’ideale, tra la prosa e la poesia, tra la narrazione e il memoir. L’opera è ispirata alla vita stessa dell’autrice, ed è un esordio molto potente, tanto da aver vinto il premio Goncourt opera prima in Francia, nel 2024.


Il rimpatrio è da una parte fisica, nella ricerca di ricongiungimento con una memoria che torna prepotentemente ad essere presente e che impone la volontà di riappropriazione da parte della figlia, non solo burocratica e affettiva, ma anche emotiva. Annabella deve rimettere insieme i pezzi della sua vita, deve riavere indietro quel corpo, deve fare i conti col passato doloroso. Per questa ragione la struttura non può che frantumarsi, non essere cristallizzata in un unico genere, ma rappresentare più versioni della stessa storia, nella sua complessità.


Rimpatrio è un libro sul lutto, certo, ma soprattutto sull’impossibilità di separare l’amore dalla ferita, la patria dall’esilio, la figlia dal padre che ha cercato di seppellire prima ancora di perderlo davvero.


Samantha Viva