Qualche mese fa è uscito per Guanda il nuovo romanzo di Elena Varvello, una delle penne più ricercate della letteratura italiana contemporanea, La vita sempre, di recente incluso nella cinquina finale del Premio Campiello. Lo etichettiamo come romanzo, ma in effetti il testo si muove sul confine labile tra invenzione letteraria e memoria personale, nel rievocare e rimaneggiare eventi e persone che fanno parte della storia della famiglia dell'autrice.
Varvello evoca sulla pagina due vite, quelle di Teresa e Francesco, nell'Italia alle soglie della seconda Guerra Mondiale, ad Alba e il microcosmo in cui crescono, si sfiorano, si innamorano. La grande Storia, dunque, che si intreccia ai destini di uomini e donne, di cui l'autrice narra un quotidiano di sogni, lotta, frustrazione, violenza, povertà, assenze. La vita, sempre, la vita, centro nevralgico della narrazione.
Teresa e Francesco non potrebbero essere più diversi: tanto umile e dedita all'impegno l'una, quanto scapestrato e perditempo l'altro. Lei, cresciuta in una famiglia modesta, accarezza il sogno di diventare maestra, si tiene lontana dai guai ma pure non è indifferente alla vita, ai turbamenti del crescere, in un mondo che sta per bruciare. Francesco appartiene a una famiglia di ceto diverso, il padre è il proprietario di una macelleria, ma rifiuta le possibilità che gli si offrono per vivere una vita inseguendo il divertimento, il gioco d'azzardo, le donne, l'alcol.
L'incontro tra loro segnerà profondamente le vite di entrambi e, in certa misura, quelle delle persone che vi gravitano intorno, mentre sempre più devastante arriva l'eco del fascismo e della guerra. La vita sempre, dunque, intreccia invenzione letteraria e memoria, vicenda intima e quotidiana, ad eventi storici che Varvello rievoca nell'impatto sulle vite minime delle persone, nel tentativo di colmare i vuoti della propria storia famigliare.
Ne abbiamo parlato con Elena Varvello, che ringraziamo per il tempo che ci ha dedicato.
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Partiamo dal titolo, La vita sempre, mi sembra possiamo considerarlo un po’ il Leitmotiv dell’opera: perché nel romanzo ci sono la guerra, la povertà, la violenza, l’abbandono, ma, in fondo, «la vita, sempre la vita» (per citare un certo Carver). E, aggiungo, quella vita di persone come tante altre, né eroi né nullità, ma persone normali. È così?
Sì, è così. La vita – anzi, la vita sempre – è ciò di cui in fondo volevo scrivere, il pensiero che mi accompagnava. Le nostre vite e la vita, nelle forme in cui può presentarsi, con i contorni che può assumere. Le vite di Francesco e Teresa davanti alla Storia, certo, ma cosa sarebbe la Storia se non insistesse proprio sulla vita?
Uno degli aspetti più interessanti di questo romanzo è il legame con la realtà, con la tua famiglia, che scopriamo solo alla fine. Indizi sparsi a ben guardare ce n’erano già lungo il corso della narrazione, ma è nel finale che mi è stato davvero chiaro che quella che hai ricostruito in forma di romanzo è la storia di tuo nonno e tua nonna e, di conseguenza, un po’ anche la tua. E a quel punto sono sorte numerose domande, che un po’ alla volta vorrei rivolgerti. In primo luogo mi sono chiesta e ti chiedo dunque perché hai scelto proprio la forma romanzo e non, per dire, il saggio o, ancora, la tanto in voga forma ibrida tra fiction e memoir. Che cosa c’era invece nella forma romanzo che serviva alla storia che volevi raccontare?
Ho riflettuto a lungo prima di cominciare a scrivere, valutando la possibilità di percorrere la strada del memoir (un ricorso più diretto, anche se solo apparentemente meno ambiguo, al pronome “io”). Ma c’è qualcosa di irriducibile, in me: una persistenza dell’immaginazione, una vera e propria spinta all’immaginare, all’inventare. Una sorta di “pensiero romanzesco”, se vuoi, che coincide, o comunque indirizza, anche il mio modo di guardare al mondo, alla vita.
Scoprire che si basa su persone e fatti reali ti confesso mi ha portata anche a guardare in modo diverso i personaggi, le loro scelte. Mi verrebbe da dire con maggior comprensione e giudizio più benevolo, ma anche a considerare in modo più doloroso quello che racconti. Che cosa ne pensi?
Devo ammettere, per quanto possa sembrare strano, che la mia percezione di Francesco e Teresa ha sempre avuto a che fare con due aspetti: da un lato, la piena consapevolezza della loro “realtà”; dall’altro, l’impressione che esistessero, che fossero sempre esistiti, in quanto abitanti di un mondo immaginato, immaginario. Ma capisco bene a cosa tu ti riferisca. Anche se questo potrebbe implicare un carico eccessivo di aspettative nei confronti dei personaggi romanzeschi (il fatto, cioè, che si comportino in un certo modo e non in altri), aspettative che i nostri personaggi dovrebbero, a mio modo di vedere, sempre tentare di tradire, o almeno di mettere in discussione.
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| La vita sempre di Elena Varvello Guanda, 2026 pp. 336 € 20 (cartaceo) € 11,99 (ebook) VEDI IL LIBRO SU AMAZON |
Il destino di Teresa ha di fatto disatteso le aspettative, le forme previste, le convenzioni. C’era qualcosa, in lei (non solo in lei, ovviamente), che resisteva alla sua epoca, alla strada già segnata. Avendola conosciuta, ho potuto quasi toccare questa sua capacità di resistenza. Ma soprattutto Teresa rappresenta per me un certo rapporto con la vita, un modo di attraversare la vita con grande serietà, senza sottrarsi, avendo il coraggio, almeno nei momenti importanti, di guardarla per ciò che è.
Vorrei parlare un attimo con te di scrittura, in generale. Da molto tempo crei storie, in forme e generi diversi, e insegni scrittura. Com’è cambiato negli anni il tuo rapporto con la scrittura? Quanto scrivere e insegnare influenzano l’una cosa e l’altra, se la influenzano?
Il mio rapporto con la scrittura si è approfondito negli anni, lentamente, come se mi fossi addentrata via via in un territorio di cui non avevo alcuna mappa precisa. Nello stesso tempo, questo rapporto è diventato più misterioso, più difficile da raccontare, descrivere. E però c’è l’insegnamento, che fortunatamente mi spinge a cercare, e trovare, il modo di comunicare ciò che di questo rapporto ritengo essenziale e, forse – lo spero – utile ad altri. In questo senso, per quanto mi riguarda scrivere e insegnare sono davvero in relazione.
In una storia maestosa come questa di La vita sempre, dove la narrazione deve tenere conto naturalmente di aspetti che riguardano i movimenti di trama, la ricostruzione storica, le atmosfere, la memoria, la realtà intrecciata alla finzione, ecco, in questo tipo di narrazione come lavori sulla voce, sullo stile?
Sulla frase minima, sull’armonia poi del tutto. Parto sempre da un presupposto: il nostro compito è trovare un modo, aprirci a fatica una strada, arrivare alla voce più giusta, e cioè più autentica. Non ho mai pensato di possedere una voce (anche se, forse, ciascuno di noi può in effetti essere riconoscibile, libro dopo libro). Si tratta di costruire un “universo” linguistico in cui mondo e linguaggio siano l’uno l’altra faccia dell’altro, in cui l’uno sia anche l’altro. Questo richiede tempo, e, almeno nel mio caso, un lungo brancolare prima che qualche luce cominci ad accendersi.
E in generale mi viene da chiederti: è la storia a guidarti o la voce? Il fatto che tu sia anche poetessa in che modo influenza il tuo rapporto con le parole?
È difficile rispondere: credo onestamente di essere guidata da entrambe, proprio perché credo che l’una cosa sia anche l’altra. Non c’è davvero storia senza una voce, almeno una, che provi a raccontarla, e non c’è voce che abbia davvero significato senza una storia da raccontare. Certo, la poesia mi ha insegnato moltissimo. L’aspetto ritmico del linguaggio, ad esempio, è da sempre di grande importanza, per me. Ogni parola “suona”, e ogni frase deve suonare.
La vita sempre – la sua genesi, la memoria della tua famiglia da ricostruire – sembra essere anche il mezzo per ritrovare quello che la Storia ha travolto, sommerso, distrutto. Al di là dell’aspetto famigliare, perché era importante per te ricostruire le vite di Francesco e Teresa e coloro che vi gravitano intorno?
Era importante proprio per quello che notavi tu: ritrovare ciò che la Storia ha travolto, disperso, coperto, addirittura sepolto. È una questione di memoria famigliare e collettiva, certo, ma è anche una questione di vita, di persistenza della vita stessa. Ed è una questione di senso: ha a che fare con la comprensione del senso delle nostre traiettorie, delle nostre parabole. Perché ci è accaduto ciò che ci è accaduto? Cosa ci è accaduto? Come possiamo guardare alla nostra storia e alla storia degli altri, anche quella di chi ci ha preceduti?
Tra le persone che appunto gravitano attorno ai protagonisti prendono corpo sulla pagina anche tante microstorie, di cui intuiamo solo i contorni. Penso a Rina, ai genitori stessi di entrambi i ragazzi, al ragazzino annegato nel fiume, al prigioniero nel bosco… Ognuno di questi racconti è dentro un racconto più grande, quello del romanzo e quello della Storia dell’Italia fascista. Quale significato avevano per te nella costruzione di La vita sempre?
Anche per via di quel “pensiero romanzesco” di cui ti parlavo, avevo bisogno (mi era necessario) di costruire un universo narrativo che tenesse conto della complessità della vita, della rete di relazioni che è il mondo, e che non tradisse né quella complessità né quella rete di relazioni. La storia di ciascuno di noi è anche sempre la storia di altre, di altri – chi ci ha preceduto, chi ci accompagna, chi seguirà.
Intervista a cura di Debora Lambruschini. Ringraziamo l'autrice per la disponibilità.
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