[…] la violenza più pericolosa non è quella pura e schietta del selvatico, ma quella velenosa e corrotta di una civiltà che ha dimenticato le sue origini (p. 98)
Ci sono libri che parlano degli animali e libri, come quello di cui voglio scrivere, che, attraverso gli animali, parlano di noi. Sulla via dell’orso di Andrea Cassini ci invita, attraverso ogni pagina, a imparare a guardare il mondo da una prospettiva meno antropocentrica, più ampia e consapevole. L’orso è, sì, un animale simbolo della natura selvaggia, ma diventa anche il tramite attraverso cui Cassini invita a riflettere sul nostro modo di abitare il pianeta e sul rapporto, spesso conflittuale, che abbiamo instaurato con le altre specie. Bisogna, invece, imparare a convivere con il selvatico, non eliminando ciò che ci inquieta, ma recuperando una cultura del rispetto e della responsabilità. L’autore intreccia osservazione naturalistica (anche documentaristica, perché no!) e narrazione personale, senza mai indulgere né nel sentimentalismo né nella trita retorica ambientalista. Sulla via dell’orso è un saggio accessibile e denso, che invita il lettore a mettere in discussione convinzioni radicate come l’idea di una natura da dominare, di un progresso incompatibile con la biodiversità e anche di una sicurezza che passa necessariamente attraverso il controllo assoluto del territorio.
Nella citazione iniziale è ben sintetizzato l’intento di Cassini, che è quello di ribaltare una convinzione diffusa: non è il selvatico a rappresentare la minaccia più grande, ma una civiltà che, allontanandosi dalle proprie radici ecologiche, ha perso la capacità di riconoscersi parte di un equilibrio più vasto. È una riflessione che supera il tema dell’orso e riguarda il nostro stesso futuro.
Fin dal Prologo Andrea Cassini chiarisce il patto narrativo che propone al lettore: egli immagina un tribunale in cui, per una volta, a prendere la parola non sono gli uomini, ma gli orsi. Non si tratta, tuttavia, di un artificio favolistico in cui gli animali parlano e ragionano come esseri umani, ma la loro voce emerge attraverso il patrimonio di miti, leggende e fiabe provenienti da culture diverse, quasi che la memoria collettiva custodisse già, da secoli, una parte di quella testimonianza che la modernità ha dimenticato di ascoltare. Prima ancora di entrare nel vivo del libro, Cassini ricostruisce, infatti, l’immagine dell’orso nella storia e nell’immaginario umano. Per molti popoli dell’Europa settentrionale e germanica era il vero sovrano della foresta. La sua forza, la postura eretta, l’apparente somiglianza con l’uomo e il mistero del letargo ne facevano una creatura quasi sacra. In alcune culture era associato alla fertilità e alla sessualità, tanto che sopravvivevano riti e culti pagani che la Chiesa guardava con profonda diffidenza, provando a cancellarne il prestigio simbolico. L’orso venne, infatti, progressivamente detronizzato: il re della foresta cedette il posto al leone, animale estraneo ai boschi europei, ma elevato a emblema del potere regale e cristiano. Parallelamente mutò anche l’immaginario collettivo: da creatura maestosa, temuta e venerata, l’orso fu addomesticato nella cultura popolare, fino a trasformarsi nell’animale goffo e rassicurante delle fiabe e dei giocattoli, l’orsacchiotto che accompagna l’infanzia come il tenero Winnie the Pooh. È una metamorfosi che racconta molto meno dell’orso che di noi e del nostro bisogno di rendere innocuo ciò che un tempo ci costringeva a confrontarci con il selvatico. La progressiva affermazione del leone come simbolo della regalità cristiana e del potere non è casuale, poiché entra potentemente nell’iconografia medievale (basti pensare anche al leone di san Marco), mentre l’orso, che nelle tradizioni europee precristiane godeva di uno statuto quasi regale e sacrale, viene progressivamente marginalizzato. Cassini affronta questo tema per mostrare come la sorte simbolica dell’orso sia stata influenzata anche dai mutamenti culturali e religiosi dell’Europa.
Il cambiamento climatico è un iperoggetto che ci disorienta e ci schiaccia sotto il senso di colpa, se lo pensiamo in ottica globale, una fine del mondo nel suo insieme, preannunciata e inevitabile, come un corpo in caduta dalla cima di un grattacielo. Ma se possiamo davvero fare qualcosa, l’unico modo è spostare lo sguardo sul locale. Per un orso polare, per l’individuo prima ancora che per la specie, la calotta glaciale che si scioglie rappresenta già la fine di un mondo: il suo. E se cerchiamo la verità, i nomi generalmente non mentono. L’Artico, il grande Nord del pianeta, prende il suo nome proprio dall’orso, in greco arktos, tramite la costellazione dell’Orsa Maggiore. Quanto sarebbe amaro, un Artico senza orsi bianchi, e quanto saremmo più poveri anche noi se perdessimo con lui, il grande guardiano del Nord, un pezzo del nostro mondo. (pp. 71-72)
Il grande merito di Sulla via dell’orso è quello di sottrarre gli animali alla logica dell’utilità. Cassini non ci chiede di amare gli orsi perché “servono” agli ecosistemi o perché sono un patrimonio della biodiversità. Ci invita, piuttosto, a riconoscerli per ciò che sono: creature che condividono con noi il pianeta, animali non umani portatori di una propria storia evolutiva, di un proprio modo di abitare il mondo, indipendentemente dal beneficio che possiamo trarne.
Sulla via dell’orso è un invito a cambiare sguardo, perché forse, come suggerisce Aldo Leopold in Pensare come una montagna. A Sand Country Almanac (Piano B, Prato 2019) che Cassini riprende più volte nel suo libro, solo imparando a pensare come un orso e come una montagna possiamo sperare di convivere davvero con le creature che condividono con noi questo pianeta. Il passo più difficile non è imparare a pensare come un orso o come una montagna, ma accettare che il mondo non ruoti attorno a noi. Le foreste, i fiumi, i lupi, gli orsi e tutte le altre creature non esistono per rispondere ai bisogni dell’uomo, ma condividono con noi la stessa casa.
Siamo molto più simili di quello che pensiamo - e non per via di qualche esoterico vincolo di fratellanza, ma perché l’uomo, banalmente, è a sua volta un animale. E al tempo stesso, siamo più diversi di quello che che pensiamo - e non perché l’uomo sia un animale speciale, ma perché ogni specie, ogni individuo, è un mondo a sé. (p. 83)
Marianna Inserra
