Mimesis edizioni, 4 marzo 2026
[…] rubare esperienze, prendere in prestito i segni e i simboli che governano le menti, vincere la partita dell’immaginazione, invece delle ombre toccare il colore. (p. 87)
Immaginazione, universo e memoria sono i temi chiave di quest’avventura letteraria: Dura madre. L’infinito di Leopardi dello scrittore svizzero Sergej Roić, un romanzo che sfugge a una facile classificazione di genere. Possiamo considerarlo un romanzo di fantascienza data l’ambientazione nel 2564, surreale, ma anche leggerlo come un testo a forte componente filosofica, in cui la riflessione sul tempo e sulla conoscenza si intreccia costantemente alla narrazione. L’opera è relativamente breve, la scrittura è limpida ed elegante, ma dietro questa apparente chiarezza si nasconde una costruzione narrativa più complessa di quanto sembri a una prima lettura.
La vicenda si colloca nel 2564, come già detto, e prende avvio all’interno del Progetto Memoria, un’iniziativa che raccoglie e analizza materiali legati a eventi e testimonianze difficili da ricondurre a una narrazione unitaria. L’opera si apre con la dichiarazione del professor Matt Kowalski dell’università di Nuova Lisbona e su alcune intuizioni di valore concettuale che provano a contenere «almeno un grammo di verità» (p. 9) nella ricerca di una possibile forma dell’universo. Al centro di queste intuizioni emergono le figure dei fratelli Nazor, Mario e Neven, le cui esperienze sembrano contenere indizi su una possibile comprensione della struttura del cosmo.
Gran parte del racconto si sviluppa attraverso il diario di Mario Nazor, che ripercorre la propria storia personale e il rapporto con il fratello maggiore. Il suo viaggio si svolge a bordo della barca Vesna, tra luoghi reali e immaginari, in uno spazio geografico che rielabora suggestioni dell’area adriatica e balcanica. Il volume è impreziosito dalle illustrazioni di Renzo Ferrari, che accompagnano alcuni passaggi fondamentali del testo e dialogano con la struttura narrativa, rafforzando visivamente alcuni nuclei simbolici del romanzo.
Accanto al racconto di Mario, emergono frammenti relativi a Neven, le cui intuizioni ed epifanie assumono un carattere enigmatico e difficilmente verificabile. Neven ha fatto un sogno di creazione dove sono presenti animali reali e una Madre-robot che gli insegna le cose e la vita:
La piccola mucca grondante latte (la bianca pellicola che la avvolge è davvero “latte-in-tazza-appena munto-ricco-gustoso”?) si spinge fino a un paio di lunghezze da me, emette un BUUU e mi porge il suo muso bitorzoluto. Posso toccarlo-accarezzarlo? Madre, il robot senziente che mi accompagna dappertutto, dice di no. La mucca trotta via mentre Madre-robot ne analizza la pelle e la consistenza delle corna. BUUU: Madre ripete la frequenza del suono che ha emesso l’animale testé conosciuto. Madre dice (pensa, condivide): la tua allucinazione ha un 10% di possibilità di rivelarsi un’idea consistente, di meritare un nome.[…]Sin dall’atterraggio Madre si è preccupata che il mio cervello (il lavoro della memoria collegato all’idea di senso) potesse essere in grado di percepire-vivere gli stati di sensazione, immaginazione e pensiero. Per essere completo, avevo bisogno di un’estensione ossea (la membrana protettiva) capace di contenere e proteggere la mia mente. La membrana ossea è il primo elemento resistente della mia corporatura. Madre definisce questa forma “dura”, il robot che mi accompagna dappertutto chiama Dura madre l’elemento base della mia struttura. (pp. 17-18; 20)
Un’ulteriore precisazione riguarda il riferimento a Leopardi, evocato fin dal titolo e nelle pagine iniziali, ma presente in modo esplicito solo nella parte conclusiva del romanzo. Non si tratta infatti di una rilettura o di una riscrittura de L’infinito, quanto piuttosto di un richiamo concettuale che attraversa il testo in maniera più sotterranea. È quindi opportuno non leggere l’opera come un confronto diretto con la poesia leopardiana, ma come un utilizzo dell’idea di “infinito” all’interno di un progetto narrativo autonomo.
La memoria, secondo Neven, è un ripetersi di forme e figure esistenti come modelli nelle cose vive e non vive. La forma attorcigliata del cervello dietro la Dura madre corrisponde al seme compresso, aggrovigliato di un universo pronto a nascere. (p. 89)
Per comprendere il mondo non esistono confini definiti della conoscenza, piuttosto è l’immaginazione che apre l’accesso a ciò che oltrepassa il dato sensibile, come già aveva detto Leopardi nella costruzione di mondi oltre l’ostacolo della siepe. In questo senso anche l’esperienza di Mario e Neven ci insegna come l’atto interpretativo sia un interessante campo di possibilità che genera e moltiplica la nostra comprensione del mondo.
Marianna Inserra
