«Si domandava che senso aveva tutto quanto, ossia, a cosa serviva questa storia di avere una vita»: "Il buon male", splendida raccolta di racconti di Samanta Schweblin



Il buon male
di Samanta Schweblin
Einaudi, marzo 2026

pp. 160 
€ 18 (cartaceo)
€ 11,99 (ebook)


Che caratteristiche può mai avere un "buon male"? Con un titolo ossimorico, che traduce esattamente l'originale El buen mal, la scrittrice argentina Samanta Schweblin raccoglie sei racconti intensi, che trascinano in situazioni al limite, in cui tornano perdita, prigionia, senso di colpa, malattia, ma anche attaccamento alla vita, dedizione agli altri, solidarietà

Resistere al dolore è un imperativo che può riguardare i protagonisti della storia (come nel racconto incipitario, Benvenuta fra noi, che si apre con un tentato suicidio per annegamento), ma può anche essere dovuto al ricordo di un lutto (come in Un animale favoloso), che tuttavia va rievocato prima che sia troppo tardi per una delle protagoniste, gravemente malata. E spesso questi momenti vanno condivisi, non con chi ci sta attorno ma con sconosciuti o poco più. 

E qualche volta ciò che si manifesta – attraverso ricordi, visioni, quasi allucinazioni – va accettato. Pur nella sua inspiegabilità. Questo è un punto importante della raccolta: ci sono gesti, apparizioni, avvenimenti che sono lontani dall'essere razionalmente accettabili. Eppure esistono, sconvolgono e affascinano al tempo stesso. E spesso si fanno epifanie, rispecchiamenti, proiezioni. In questa dinamica, gli animali, molto presenti, sono portatori di una consapevolezza istintiva, avvertono le tensioni e i sentimenti di chi hanno attorno ben più delle persone. 

Infatti, la comunicazione è intermittente, perlopiù bloccata, anche tra membri della stessa famiglia. E questo è narrato con maestria all'interno del bellissimo L'occhio nella gola, in cui già in apertura si comprende che un bambino, in seguito a una tracheotomia, non può parlare ai genitori, ma questa assenza di parola per un problema di salute è solo una delle tante forme di assenza di comunicazione, come si vedrà più avanti. 

E la mancanza di condivisione sotto forma di parole non significa disinteresse: i personaggi infatti sono inceppati, vorrebbero ma non sanno come stare vicino a chi gli è caro; è più facile per loro prendersi cura di un estraneo, come in La donna di Atlántida o Una visita del Superiore, o di un animale, come in Un animale favoloso. Restano poi, semmai, i sensi di colpa, per come in passato non si sia stati accanto ai familiari o alle persone amate. 

Non si pensi però a Il buon male come a una raccolta cupa, perché racchiude squarci di luce qui e là, ma ogni squarcio comporta una ferita iniziale. E allora ecco che il titolo trova una possibile spiegazione, suggerisce ma non rivela, esattamente come fa Samanta Schweblin: attraverso un impiego sapiente di diversi tipi di focalizzazione, fa sì che non esistano narratori onniscienti; invece entriamo in medias res nella vita dei suoi personaggi. Diversi per età, ceto sociale, sesso, ma tutti avviluppati da questo bisogno di ricominciare a respirare, di trovare una svolta in una vita che per qualche ragione è ripiegata su sé stessa e soffre.

L'autrice, già insignita di numerosi premi e selezionata al Man Booker International Prize con Distanza di sicurezza, ne Il buon male mostra una grande consapevolezza di quanto occorra selezionare in un racconto gli elementi di mettere sulla pagina, senza avere ansia di spiegare ai lettori come interpretarli, ma lasciando attorno alle righe del racconto lo spazio per riflettere, ipotizzare interpretazioni, far risuonare quelle storie dentro la nostra storia. 

GMGhioni