Il restauro impossibile della Gioconda nel tempio sacro dell'arte: "L'alleggerimento delle vernici" di Paul Saint Bris

Alleggerimento vernici Paul Saint Bris


L'alleggerimento delle vernici
di Paul Saint Bris
Barta, maggio 2026
 
Traduzione di Giuseppe Giovanni Allegri
 
pp. 328
€ 18,00 (cartaceo)

Il Museo del Louvre annuncia il ritiro del Ritratto di Lisa Gherardini, detta la Gioconda, e la sua rimozione dalla Salle des États per una sessione di restauro della durata di circa sei mesi, che consisterà nell'alleggerimento delle sue vernici. (p. 188)

Il mondo dell'arte sta vivendo un momento storico come mai se ne sono visti: dopo decenni di discussioni, marce indietro e timori, il Louvre ha deciso di avviare il restauro della Gioconda, l'opera più popolare e presa d'assalto del Louvre. La patina del tempo sta rendendo difficile identificare i dettagli ed è necessario restituire gioventù e bellezza all'opera di Leonardo. Ma l'impresa porta con sé rischi altissimi e non sono in molti a volersi prendere la responsabilità. Aurélien, il curatore, si trova questa missione impossibile tra le mani: lui, gentile conservatore senza particolari guizzi o ambizioni, non avrebbe mai voluto doversi accollare un simile fardello. Ma proprio dall'Italia, paese che ancora reclama la restituzione dell'opera di Leonardo, arriva il restauratore che potrebbe essere in grado di alleggerire le vernici e portare l'enigmatico sorriso della Gioconda alla vividezza di un tempo.

Paul Saint Bris, autore al suo primo romanzo, con la sua esperienza professionale e familiare nel mondo dell'arte (la famiglia possiede la tenuta di Clos Lucé, il castello dove Leonardo Da Vinci morì nel 1519), lancia una possibilità intrigante: cosa succederebbe se si decidesse di restaurare la Gioconda e quindi togliere le patine adagiatesi sulla pittura nel corso dei secoli? 

Uscito in Francia nel 2023, probabilmente ha preso ispirazione dalla visita di Sergio Mattarella a Parigi per l'inaugurazione della mostra Napoli a Parigi – Il Louvre invita il Museo di Capodimonte, occasione nella quale si era riaperto il dibattito sulla pulitura del quadro poi non realizzata. Mettendo al centro della storia il quadro che, a libera associazione di idee, è la prima immagine alla quale pensiamo quando ci viene detto "arte", l'autore allarga il campo per portare una serie di riflessioni sul mondo dell'arte che lotta tra il conservatorismo e l'innovazione, tra la fruibilità e l'apertura alla cultura a tutta l'umanità e il riservare il privilegio solo a un ristretto gruppo di eletti. Ne risulta una storia interessante, a patto di tenere in mente che è permeata di privilegio da qualunque punto di vista la si guardi. 

A un certo punto Mesclun riprese la parola. Parlò di missione e di responsabilità, parlò di vocazione e di eredità, parlò delle piramidi antiche e della caducità degli uomini, dell'eleganza delle vecchie signore e dell'amore protettore paterno, sì, è quello che ha detto, l'amore paterno per le opere. (p. 100)

Inevitabile che, a una proposta così ribalda, la vecchia guardia di studiosi e precedenti conservatori – e non uso il maschile sovraesteso a caso – urla allo scandalo. «Amici miei, ve lo chiedo... perché cambiare?» (p. 100) supplica con voce strozzata uno dei precedenti curatori. I timori per la messa in restauro del quadro diventano il timore per il cambio dei tempi che ogni generazione, a un certo punto, sperimenta. La dolce nostalgia dei tempi passati e un sentimento dal quale nessuno e nessuna è immune e nel mondo dell'arte diventa un vessillo per il conservatorismo più estremo fatto passare per rispetto. Rispetto che, chiaramente, chi ha deciso questo intervento non prova. 
Daphné Léon-Delville, direttrice del Louvre, è la responsabile di questa oltraggiosa proposta. Definita come una il cui polso «batte al ritmo del mondo» (p. 22), arriva dal settore comunicazione e se ne intende di pubbliche relazioni, social, rapporti con i media, iniziative pop e accattivanti come influencer e cantanti che con le loro stories possono ingaggiare il pubblico più giovane. Vede l'arte come un prodotto da portare al più vasto pubblico possibile, un vasto pubblico pagante, perché l'arte deve anche essere economicamente sostenibile e non solo un vezzo per chi se lo può permettere. 
In mezzo a queste due correnti, c'è Aurélien, protagonista della storia, ma dimesso e senza ambizioni, come lamenta la sua compagna. Cresciuto sotto l'egida di una madre dominante che gli ha insegnato a perseguire bellezza ed estetica in ogni aspetto della propria vita, guarda questi movimenti con il rassegnato spavento di chi sa di non poterli capire e con un fatalistico rimpianto nel non poter più tenere l'arte come un diritto per pochi.

Era di sicuro un'incongruità che le opere si ritrovassero, al giorno d'oggi, a essere scrutate da ogni angolazione, fuori dai propri contesti, diffuse in così grande scala, svelando la loro cruda verità sotto diluvi di lumen o attraverso milioni di pixel retroilluminati. (p. 20)

Tra l'immobilismo e il rinnovamento, l'operazione di restauro mette in moto casi mediatici e proteste. Il codice Da Vinci di Dan Brown vive una seconda giovinezza in termini di vendite; ci sono proteste, anche ridicole, come chi sostiene che schiarire il quadro nasconda intenti razzisti per conformare il colore della pelle a un ideale caucasico; i talk show e le interviste fioriscono. Ma chi è veramente al centro, ovvero il restauratore, Gaetano Casani, resta nell'ombra. Figura con lo charme che solo chi ha raggiunto la vetta nel proprio campo può permettersi, vive la profonda insoddisfazione di non potersi firmare artista. Perché chi lavora dietro le quinte e non mette il proprio nome sulla tela sente il bisogno di riconoscimento, oltre che della pressione dovuta al lavoro.
Si avvicendano poi altre figure dai vari livelli di stranezza, come Homéro, addetto alle pulizie del Louvre che crea vere e proprie esibizioni tra le opere con la lucidatrice per i pavimenti e che conosce la Monna Lisa meglio di chiunque altro. O Giuseppina e Lucrezia, assistenti di Gaetano e coinvolte in un ménage à trois molto conturbante.

C'è un ultimo livello in questo romanzo, un ulteriore strato di vernice, se vogliamo, che si collega alla visione del privilegio: lo sguardo con cui sono osservate le figure femminili. Non importa che sia la Gioconda appesa, o il vestito di Daphné o i pantaloncini di seta di Lucrezia: tutte le figure femminili sono sottoposte a scrutinio, a una valutazione costante del loro valore estetico e anche a un pizzico di mansplaining. Emblematico, in questo senso, quando persino Homéro mostra la reale bellezza delle opere a Daphné, lui che non può avere la formazione della direttrice, e le rende evidente che assomiglia a una figura di un quadro di Jacob van Utrecht. 

L'alleggerimento delle vernici racconta il mondo museale nel tempio stesso dell'istituzione. Pennellato di nostalgia e con un o tempora o mores di sottofondo comprensibile. Se anche Socrate già deplorava lo sfaldamento della società, forse questa sensazione è intrinseca dell'essere umano. 

Giulia Pretta