Platone. Una storia d'amore
di Matteo Nucci
Feltrinelli, 2025
Ricostruire lo sviluppo dell'anima e dello spirito di Platone. Ho passato una vita con questa idea. Una vita a rincorrere l'uomo, fin dal primo incontro. [...] Amore e amicizia. Abbiamo passeggiato ovunque, Platone e io, ma i momenti migliori non sono stati né quelli gloriosi in cui mi invitava a casa, né quelli apparentemente duri in cui mi rimproverava dalle parti di Sounio, lui così giovane e assetato di bellezza, al punto da essere certo che la misurazione dei piaceri e dei beni fosse cosa possibile a un essere umano. (p. 544)
Ci fa realmente passeggiare con Platone, il romanzo di Matteo Nucci, nel sole del Pireo o nelle notti siciliane, in ascolto delle sue lezioni all'Accademia o veleggiando con lui verso l'Egitto.
Diviso in tre parti, di sette capitoli ciascuna, con una prefazione e una postfazione speculari, il romanzo non poteva che avere una simmetria classica, in rispetto alla numerologia platonica e alla triade che rispecchia le tre fasi della vita umana: infanzia, età adulta, senilità.
Un romanzo biografico? Una monografia sotto forma di romanzo? Un romanzo che della monografia ha la documentazione, l'uso delle fonti e le note (paragrafo per paragrafo le fonti vengono poi citate alla fine del volume); del romanzo invece il testo di Nucci ha l'impianto, il respiro, le numerose parti descrittive e la vocazione a narrarci – cosa che solo un romanziere può fare – i pensieri e le emozioni di Platone.
E qui si misura il coraggio di Matteo Nucci. Come gli è venuto in mente di scrivere su un uomo che, oramai, non è più un uomo, ma un monumento alla filosofia e, in modo più universale, alla cultura dell'Occidente? Il convitato di pietra di qualsiasi parlare di filosofia, se è vero, come diceva Whitehead che tutta la storia della filosofia "consiste in una serie di note a piè di pagina su Platone". Ecco, la domanda che mi sono posta, quando ho iniziato a leggere questo romanzo è stata proprio: "Come gli è venuto in mente di avventurarsi in un rischio così grande?".
E l'audacia di questa impresa merita già di essere lodata, in un momento in cui la narrativa sembra essere ripiegata sulle beghe autobiografiche, sulle microstorie, sulle considerazioni, spesso oziose, sul tempo che passa.
Tale audacia, inoltre, è stata supportata da due idee riuscite: il narratore e l'uso del mito.
La domanda più ingombrante, una volta preso il coraggio di narrare la vita di Platone, credo sia stata: "A chi fare narrare quest'uomo straordinario?". Un romanzo scritto in prima persona – la strada che ad esempio scelse Marguerite Yourcenar per Memorie di Adriano – sarebbe stata non solo più rischiosa, ma avrebbe tolto il velo a quello che, invece, deve restare un mistero: chi era davvero Platone? La terza persona avrebbe reso il libro affine ad una monografia. L'idea di Nucci è stata brillante: a narrare la biografia di Platone è lo Straniero. Un io narrante, amico e contemporaneo di Platone ma, allo stesso tempo, una sorta di narratore a focalizzazione zero, perché sa ciò che Platone diverrà nella storia del pensiero occidentale, perché è già adulto quando incontra Platone bambino, eppure gli sopravvive e ci narra anche cosa accade all'Accademia, all'indomani della morte di Platone.
Lo Straniero è probabilmente Nucci stesso, che si è fatto contemporaneo di Platone grazie all'eros, che è l'unica chiave per entrare nella filosofia, quindi in Platone.
Il sottotitolo, Una storia d'amore, non l'ho inteso quindi come la narrazione degli amori di Platone, ma dell'amore dell'autore per Platone, che feconda e rende perfino commoventi molte pagine. Eros è anche, come lo stesso Platone ci ha spiegato, il figlio di Penia e Poros, sempre bisognoso, alla ricerca di qualcosa, ma ingegnoso e incantatore. Eros è filosofo, Eros è Platone.
Il secondo punto molto riuscito è l'utilizzo del mito e di una mentalità greca, senza per questo apparire di maniera. La filosofia platonica è narrazione, non trattato, non saggio, ma mito. E Nucci non solo usa ampiamente i sogni, le profezie, le visioni, ma anche un linguaggio che si appropria della potenza metaforica del mito. Non solo nei dialoghi con Socrate, ma anche nell'utilizzo di elementi narrativi presi a prestito dalla mitologia platonica (ad esempio il cavallo bianco e quello nero).
Una volta scelto con accortezza il narratore e il linguaggio, il viaggio nella vita di Platone porta il lettore a immedesimarsi, a sentire la fatica del concetto, per usare un'espressione hegeliana, ma soprattutto a sentirsi vivere il tempo in cui visse Platone. Ottima la ricostruzione della politica, della religiosità, dei vari eventi storici che hanno segnato la vita di Platone.
Una parte centrale, com'era immaginabile, è data alla figura di Socrate. Senza per questo seguire pedissequamente la sua vicenda biografica o la sua filosofia. Di Socrate, così come dopo di Aristotele, a Nucci interessa solo il riverbero nella ricerca di Platone.
Tra i miti usati, quello che ricorre più spesso – direi nelle parti nevralgiche dell'opera – è quello del cigno. Una notte Socrate sognò un cigno, che attendeva da sempre. Quel cigno si posò sulle sue gambe e lo fissò.
Era silenzioso, quasi intimidito, forse era troppo giovane per essere completamente orgoglioso di sé. Io stesso, comunque, non sapevo bene cosa fare. Poi mi guardava negli occhi e sembrava voler vedere dietro alle mie pupille, quasi si stesse specchiando dentro di me. Mi venne da ridere e proprio allora il cigno prese nuovamente il volo. Era cresciuto tutto insieme, adesso era consapevole di sé, batteva le ali con eleganza, e in cielo cominciò a cantare. Aveva voce flebile all’inizio, ma dopo poco risuonò di una melodia armoniosa, divina. Lo vidi in alto, volteggiava, ammaliava chiunque lo ascoltasse. (p. 136)
Il cigno, animale sacro ad Apollo – e Platone fu concepito in un giorno sacro ad Apollo – rappresenta nella simbologia platonica l'anima filosofica. Nel Fedone, Platone parla del canto del cigno, in punto di morte, segno che l'animale, proprio perché sacro ad Apollo, è dotato della preveggenza e canta la morte come liberazione per l'anima. Quando il giovane Platone si avvicinò ad un gruppo di ragazzi, intenti ad ascoltare Socrate, nell'agorà,
Socrate si alzò e guardando verso di noi disse: “Eccolo qui il cigno del mio sogno. Avvicinati, Platone. Era molto tempo che ti stavo aspettando”. (p. 136)
Il canto del cigno ci guiderà fino alle pagine finali, quando lo stesso Platone si sognerà trasformato in cigno, poco prima di morire.
Sono tante le pagine da ricordare: quelle del dialogo con Dionisio, tiranno di Siracusa, quelle con il discepolo più geniale, Aristotele, quelle con la sorella, Potone, punto fermo in tutta la narrazione. Non finiamo il romanzo di Nucci sapendo chi fosse Platone, sarebbe stato ingenuo e presuntuoso avere questo obiettivo, ma sappiamo come lo possiamo incontrare, fra le pieghe della nostra vita, nel nostro ardore e desiderio di evolvere.
La vita come eros, come ricerca incessante, la vita che non accetta la mortalità, e la volontà di
Amare sempre, per sempre. Lottare per la giustizia con tutto l'amore che c'è. Di Due Uno. Terra e Cielo. Non c'è altro da fare. (p. 547)
Questo è ciò che ci indica, quasi 2400 anni dopo la morte, la figura di Platone.
Deborah Donato
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