«La vita noi decidiamo di andare a cercarla in America»: "Arkansas" di Chiara Tagliaferri


Arkansas 
di Chiara Tagliaferri
Mondadori, maggio 2026 

pp. 192
€ 19 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)

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In questi anni, non mi sono mai chiesta che effetto mi avrebbe fatto specchiarmi in una figlia che non ho partorito e che non condivide il mio patrimonio genetico. Ho preferito non pensarci, ripetendomi che gravidanza e maternità sono due cose diverse. Adesso che la tengo tra le braccia - partorita da un'altra donna, concepita con gli ovuli di una donatrice - la guardo e penso che sono da sempre sua madre, e lo sarò ogni giorno che verrà, prendendomi cura di lei. (p. 148)

Ci sono donne che passano anni della loro vita a ragionare sulla maternità.
Ci pensano come si pensa a un progetto, a un'ipotesi, a una soglia da attraversare oppure da evitare. Ne valutano i pro e i contro, provano a immaginare che cosa significhi avere una vita che cresce dentro di sé sottraendoci spazio e insieme ridefinendoci. Immaginano la trasformazione fisica, e a volte ne hanno paura.
Altre donne alla maternità non pensano affatto, e va bene così. Oppure ci pensano all’improvviso e arrivano gli interrogativi e i tentativi di ricerca. La maternità è una questione profondamente privata ma sappiamo che non è mai soltanto privata. Riguarda la singola donna, il lavoro che svolge, i desideri che coltiva e i tempi della sua vita, ma abbraccia anche lo spazio sociale che le donne occupano, il modo in cui vengono osservate e giudicate, le aspettative che la società continua a proiettare sui corpi e sulle scelte. Basta pensare a quante volte una donna si sente dire di non aspettare troppo, di pensarci prima che sia troppo tardi, come se aspettare fosse un capriccio da bambine.

Chiara Tagliaferri racconta che per lei il desiderio di diventare madre è arrivato con forza a quarant’anni. Ma il suo corpo, come le confermano esami, controlli e terapie invasive, non le consente di esserlo.
Inizia così Arkansas, un memoir che è insieme cronaca di una ricerca e racconto di un viaggio.
I viaggi in realtà sono due: il primo attraversa il territorio accidentato della maternità desiderata e ostacolata. Il secondo conduce nel sud degli Stati Uniti, in Arkansas, uno stato fatto di boschi, Walmart, strade infinite e diner tutti uguali. È lì che Tagliaferri e suo marito Nicola Lagioia vanno a cercare la vita che stavano aspettando. È lì che nasce la loro bambina, Lula, attraverso un percorso di GPA - Gestazione Per Altri.

Arkansas è un libro sincero, letterario ma profondamente ancorato alle cose. La sua lingua diventa tagliente soprattutto nei punti in cui la storia fa più male, cioè nelle diagnosi senza appello e sulle strade percorse senza risultato. In meno di duecento pagine Tagliaferri comprime anni di vita, e lo fa raccontandoci che mentre si cerca disperatamente qualcosa il resto continua ad accadere. Si lavora, si scrive, si viaggia, si fanno acquisti, si attraversano giorni normali.
Nel frattempo arriva anche la pandemia di Covid-19 a interrompere il percorso verso la genitorialità come ha interrotto migliaia di altre vite e di altri progetti nel mondo. Così anche la ricerca di una madre surrogata si ferma e il libro restituisce bene quella sensazione di sospensione collettiva che si innesta dentro una sospensione che è già personale.

C'è poi il racconto concreto di ciò che un percorso simile comporta: il denaro necessario, la fiducia che bisogna accordare a sconosciuti da cui può dipendere la tua felicità e la pazienza richiesta da tempi così dilatati da sembrare infiniti. E c'è il racconto di ciò che accade a una coppia, anche quando è solida, se affronta un'esperienza del genere: può capitare di non riconoscersi più e di chiudersi nel proprio spazio di dolore.
In Arkansas non c'è idealizzazione della maternità né della gestazione per altri.
Al contrario, Tagliaferri mette in scena tutte le proprie fragilità: si accusa, si giudica, si scopre egoista, inadatta. Sensazioni che attraversano l'esperienza di molte madri.
Eppure tra le pagine trova spazio anche una forma di romantica tenerezza, come quella riservata a Nicola, ritratto nella sua umanità, vicino e distante, compagno di un'avventura che mette alla prova entrambi. Ed è la tenerezza per la loro vita condivisa fatta di baci, gatti amati e film di David Lynch.
Tagliaferri ha spesso scritto di donne. Lo ha fatto raccontando figure celebri e marginali, madri imperfette, donne che divorano il mondo e altre perseguitate dai propri fantasmi. In questo libro, però, la materia è diversa: è il proprio vissuto ed è intimo.
C'è anche un altro aspetto corale da considerare: quando si decide di avere un figlio, e ancora di più quando quel figlio arriva, diventa inevitabile interrogarsi anche sul proprio essere figli. In Arkansas questo movimento attraversa il rapporto con la madre e con la sorella, figure nelle quali l'autrice continua a specchiarsi. Ma attraversa anche le donne incontrate lungo il cammino, siano amiche o sconosciute, perché il desiderio di maternità porta spesso a guardare le altre donne con domande nuove:
hanno desiderato dei figli? Ne hanno avuto paura? Come vivono il proprio essere madri o il proprio non esserlo?

Le parole di questo libro acquistano una risonanza ulteriore se lette nel contesto italiano, dove dal 2024 la gestazione per altri è stata dichiarata "reato universale". Ma Arkansas non cerca di fare il pamphlet; è piuttosto il racconto di un'esperienza vissuta con tutte le sue contraddizioni e gli interrogativi morali. L'autrice si è data le proprie risposte, a chi legge il compito di trovare le proprie. Alla fine, da Arkansas emerge anche un senso di pacificazione. Non soltanto perché Tagliaferri e Lagioia sono riusciti ad avere, quasi per un soffio, la loro bambina ma perché il libro assume progressivamente la forma di un viaggio di formazione nel quale compaiono anche figure magiche e intuizioni divinatorie, piccoli elementi che si insinuano nella quotidianità. Come nelle avventure migliori, è il racconto di ciò che accade quando un desiderio si scontra con un limite ma alla fine il desiderio vince. 


Claudia Consoli