Un protagonista indimenticabile, una manciata di farfalle e uno scrittore ingannevole che non è altri che l'autore stesso


La sicurezza della nazione ungherese
di László Krasznahorkai 
Bompiani, maggio 2026

Traduzione di Dóra Várnai

pp. 192
€ 20 (cartaceo)
€ 11,99 (ebook)

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[…] l'altro compito principale del Museo Ungherese di Scienze Naturali: far conoscere alla popolazione ungherese l'infinita ricchezza della natura, e purtuttavia non bisogna mai essere del tutto soddisfatti dell'operato svolto, affermò, poiché - come avrebbero convenuto tutti i presenti - l'essenza della questione è morale, la divulgazione scientifica è un compito morale, e intendeva sottolineare con decisione tale concetto: la divulgazione richiede una dedizione morale, la quale, a ben vedere, è a sua volta il fondamento della politica del governo ungherese, e perché?, l'oratore pose la domanda agli ascoltatori: perché la patria magiara doveva essere consapevole che il paesaggio ungherese, la flora ungherese, la fauna ungherese, tutte le meraviglie della natura ungherese avrebbero riempito tutti di grande orgoglio, "perché dobbiamo essere orgogliosi!" (p. 77)

Premio Nobel per la Letteratura 2025, l'autore ungherese László Krasznahorkai torna in pompa magna in libreria con un altro romanzo dal titolo pletorico, quasi politico, il cui protagonista, András Papp detto Bandi, è quanto di più bizzarro, tenero e allo stesso tempo magnetico io abbia letto negli ultimi mesi. 

Con il suo solito stile frenetico, avaro di punti e generoso di periodi lunghissimi che danno al lettore l'impressione di correre una maratona, l'autore ambienta il suo romanzo a Budapest, tra le rive del Danubio e la piccola isola di Csepel, dove si trova la casa di Papp, ereditata dagli amatissimi nonni. Si capisce immediatamente, fin dalle prime pagine, che il nostro protagonista è un uomo peculiare, forse un po' suonato - almeno nelle battute d'esordio - poi piano piano, grazie a indizi disseminati qua e là (e la successiva rivelazione) capiamo che non è per nulla suonato, ma anzi, porta con sé una sensibilità eccezionale, un'empatia rara e una gentilezza che fa quasi commuovere.

[…] perché c'era sempre la possibilità che, prima di poter varcare quella certa soglia, la porta in questione si chiudesse sbattendo forte davanti al suo naso, e già solo l'idea di questa possibilità lo metteva a disagio, e quando capitava che succedesse qualcosa del genere, che cioè si beccasse una di queste porte sbattute in faccia, lui il malessere che ne derivava se lo portava dietro fino a casa, e solo a casa sua si lasciava andare, solo lì si permetteva di crollare, fino ad allora cercava di non pensarci, grazie ai suoi muscoli facciali aveva gli strumenti per non mostrare ciò che provava, ma una volta a casa, dove nessuno poteva vederlo, si lasciava sopraffare dalla tristezza, ma lentamente, non in un batter d'occhio: prima chiudeva la porta d'ingresso, prima si toglieva il cappotto o il cardigan, prima camminava un po' su e giù per l'appartamento, spostando una cosa qui e un'altra di là, fino a quando non percepiva che quella scena di poco prima si stava riaffacciando alla sua mente, a quel punto ne analizzava ogni minuto, ogni secondo, in modo da ripercorrere di nuovo, in piccoli, minuscoli frammenti, tutto ciò che era successo, ed era allora che cominciava a sentire un forte crampo allo stomaco, perché non aveva dubbi su chi fosse la causa di quanto era successo: era lui stesso, e naturalmente ciò lo faceva soffrire […] (p. 20)

Dunque Papp è un esperto di lepidotteri, ovvero farfalle e falene: lavora come impiegato addetto alla raccolta e alla catalogazione degli esemplari presso il Museo Ungherese di Scienze Naturali, ma la sua intelligenza e il suo acume sono parecchio superiori alle classiche mansioni da "uomo da scrivania". Peccato che ci abbia rinunciato durante gli studi: approcciatosi alla filosofia e a domande sui massimi sistemi - cos'è la vita?, perché c'è la vita? che senso ha il mondo? che senso ha la natura? - capisce che si sta infilando in ragionamenti contorti e complessi che non portano altro che al vuoto. Così, scoraggiato e deluso dal suo fallimento (ma verrebbe da dirgli che un "fallimento" del genere è condiviso dall'umanità tutta) abbandona le sfide teoriche e si dedica solo al campo: la raccolta, l'osservazione, la catalogazione delle farfalle.

Come tutte le persone dotate di intelligenza vivace e fastidiosamente petulante, Papp diventa uno dei massimi esperti di lepidotteri della sua nazione. Si può dire sia un nerd, nell'accezione positiva del termine. Tutto fila liscio: ha la sua routine, il suo lavoro, la sua casa, la sua malattia - che ha imparato a gestire alla grande - insomma, il suo mondo pare tutto rose e fiori. Fin quando non accadono due cose che gli scombussolano la vita per sempre: un'aggressione da parte di una gang di bulli sul tram, e la chiamata di un autore ungherese molto famoso che risponde al nome di László Krasznahorkai.

Qui il romanzo diventa chiaramente metaletterario: l'autore inserisce se stesso, con tanto di nome e cognome e mestiere, nel testo, dipingendo un'immagine di sé impietosa e divertente. Sporco, logorroico, vecchio e puzzolente, ecco come sceglie di accostarsi a Papp che, al contrario, è preciso, pulito, simmetrico, abitudinario. Eppure hanno in comune qualcosa: lo scrittore lo chiama perché si trova in una situazione disperata e ha bisogno di parlare con qualcuno che sia esperto. La scusa ovviamente sono le farfalle - l'autore sostiene di volerne sapere di più per un libro che sta scrivendo - ma la verità è che Krasznahorkai si sta ponendo le stesse questioni filosofiche impossibili da risolvere di Papp, quelle della sua gioventù, che lo avevano prostrato e scoraggiato.

Così nasce questa improbabile amicizia: un faunista e un premio Nobel che se ne vanno a spasso a caccia di farfalle. 

[…] fatto era che non capiva perché esiste la vitaaveva vissuto settantuno anni, e dopo aver tratteggiato nelle proprie numerose e fallimentari opere atmosfere tanto complesse costituite da elementi stratificati e intricati alla fine si ritrovava con una questione così semplice e ridicola, ossia perché la vita vuole così tanto vivere, è questo, professore, lo scrittore spalancò le braccia, questo era il motivo per cui era venuto qui da lui, per chiedergli se poteva spiegargli che cos'era questa folle corsa alla sopravvivenza che vedeva ovunque intorno a sé, ovunque sulla terra, nella na-tura, cioè in tutto ciò che chiamiamo il nostro mondo, dove tutto vuole sempre vivere in eterno, anche a costo di sforzi terribili, "e alla quale nemmeno noi facciamo eccezione, oh no, siamo coinvolti anche noi fino al collo in questa cosa […] (p. 64)

Lo stile di Krasznahorkai – come ho detto frenetico, paranoico, asfissiante – moltiplica d'intensità perché è lo stesso autore che nel romanzo tiene lunghissimi monologhi un po' sconclusionati (ovviamente è fatto di proposito, perché non solo lo scrittore scrive così, ma parla anche così) costringendo il nostro Papp ad ascoltarlo. Da parte sua, sopporta tutto questo perché crede di aver trovato un amico, uno con cui può finalmente parlare non solo di farfalle ma anche di bruchi - che tutti gli altri colleghi odiano - con cui può venire a capo e trovare risposta a quelle domande che lo hanno a lungo tormentato e che si incardinano nel cuore della vita stessa. 

Il lettore sa che domande del genere non hanno - e forse non avranno mai - risposta, eppure si fa lo stesso il tifo per Papp. Parallelamente al rapporto con lo scrittore, il protagonista intrattiene - in modo assurdo e, nella sua assurdità, grottesco e comico - un secondo legame con uno dei suoi assalitori del tram: un ragazzo come tanti, bullo e arrabbiato, in cerca di soldi, che una notte gli entra persino in casa. Tutta la scena è così paradossale e illogica che credo si potrebbe prendere a modello il comportamento di Papp come un topos, un po' come quando diciamo che qualcuno che combatte contro i mulini a vento è un Don Chisciotte. Ecco, la gente che accoglie l'aggressore, gli vuole persino bene, cerca di aiutarlo e redimerlo e addirittura gli prepara un tè - venendo poi, ancora più assurdamente, ricambiato con una fetta di pizza - sia un Bandi.

Solo András Papp detto Bandi poteva fare una cosa del genere. E in questo gesto, in questo rapporto quasi da sindrome di Stoccolma (ma che, in realtà, è solo estreme fiducia e amore per l'umanità tutta), ci sono molte delle spiegazioni su cui il romanzo gira intorno: lo scrittore è davvero sincero? Lo sta ingannando? Papp è davvero una persona degna d'affetto? O è solo un mostro gobbo che deve restare rinchiuso in un manicomio?

[…] e infatti portò a termine tutti questi compiti secondo i tempi e le modalità previste, e nel frattempo continuava a pensare a lui, al suo nuovo amico, e si convinceva sempre di più che non si stava sbagliando, e anche se in passato in casi simili era rimasto deluso, o per dirla meglio: con le sue delusioni si sarebbe potuto arginare il ramo minore del Danubio, e forse persino il maggiore, questa volta aveva la sensazione che non sarebbe successo […] (p. 98)

E il titolo? A prima impressione fa pensare a qualcosa di politico, come dicevo, eppure non c'è nulla di più lontano: tutta la "sicurezza" della nazione ungherese è da afferire alle farfalle, al loro ciclo di vita in quattro fasi, e alla soluzione che i due - Papp e Krasznahorkai - riusciranno o meno a trovare, sia in merito alle domande impossibili da risolvere, sia in merito al loro rapporto.

Un romanzo particolare, soprattutto nello stile, a cui l'autore ungherese ci ha già abituati. E un protagonista indimenticabile che resterà a lungo nella mente dei lettori anche dopo aver chiuso l'ultima pagina.

Deborah D'Addetta