Tra Bulgavok e i racconti dei drammi del Novecento: un romanzo bizzarro, un gatto parlante e gli esuli ucraini


Hotel Chopin
di Francesco M. Cataluccio
Sellerio Editore, aprile 2026

pp. 216
€ 15 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)

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Proprio a pochi chilometri a nord di Kiev, a Bucha, avevo installato nel 2010 la mia fabbrica di colori proibiti. Dieci dipendenti locali bravissimi a maneggiare costosi macchinari tedeschi. Ulas, con un gruppo di collaboratori, faceva da corriere tra la fabbrica ucraina e il magazzino di Venezia. La produzione e gli affari andavano a gonfie vele, finché l'esercito russo non arrivò a Bucha alla fine di febbraio del 2022. Per un mese i soldati del 234mº Reggimento di assalto aereo (Unità 74268), comandato dal tenente colonnello Artëm Gorodilov, assieme all'Unità combattente 32515, si scatenarono contro la popolazione civile: sparando all'impazzata, compiendo esecuzioni sommarie, torturando, violentando, rubando vestiti, computer, qualsiasi suppellettile, distruggendo case. Ammazzarono 1.358 persone, tra cui 37 bambini. (p. 27)

Francesco M. Cataluccio, filosofo, letterato e storico dell'arte, esperto della storia della Polonia e dell'Europa Centrale - nonché curatore delle opere di Witold Gombrowicz e Bruno Schulz -  scrive questo romanzo dal titolo Hotel Chopin seguendo le tracce dei grandi della letteratura, primo su tutti Michail Bulgavok. 
Non è un caso infatti, peraltro dichiarato, che il compare che accompagna il protagonista - un furbacchione che traffica e vede colori "proibiti", ovvero tossici e illegali, sia un gattone nero che parla e disquisisce di filosofia, storia, letteratura e musica. Un tuttologo, insomma, dallo stesso piglio saccente e petulante del suo famosissimo parente Behemoth

Ci troviamo a Venezia: il protagonista è un uomo pacato, azzeccagarbugli, che - alla notizia della morte del suo più stretto collaboratore Ulas - decide di tornare in patria, a Varsavia, per scoprire che fine abbia fatto la sua fabbrica di colori proibiti. In città, prende possesso di una stanza nel mitico Hotel Chopin, che dà il titolo al libro: un hotel che esiste davvero, visitato dall'autore, e il cui proprietario si chiama davvero Jarek. In questo hotel non solo si ascoltano le composizioni di Chopin in filodiffusione quasi tutto il giorno, ma si raccolgono gli esuli ucraini scappati dal proprio Paese a seguito dell'invasione russa. 

L'hotel è bizzarro: nella sala colazioni scorre un fiume di miele che viene dal tetto e una misteriosa donna vola in cielo cavalcando un pesce, evocata da Serapione, il gatto, quando canta una specifica canzone. 
A Serapione quel mio riferimento negativo all'Inferno non doveva esser piaciuto. Con aria imbarazzata iniziò a canticchiare a bassa voce alcune strofe di una canzoncina che non avevo mai sentito:
Stasera l'aria è fresca,
potrebbero venirmi dei pensieri.
Pensieri sulla morte,
sul tempo che va via...
Nel mentre sfrecciò a mezz'aria una donna a cavalcioni di un pesce e prosegui caracollante davanti alla nostra macchina come per indicarci la giusta strada.  (p. 51)

La ricerca della nuova sede della sua fabbrica passa in secondo piano: nell'hotel, in compagnia di personaggi bizzarri e straordinari, quasi tutti profughi ucraini in cerca di pace e rifugio, lui e Serapione ascolteranno Chopin e i racconti autobiografici degli esuli. La guerra, la morte, il significato dell'arte, la Storia e i suoi avvenimenti - soprattutto quella russa e ucraina - mescolati a citazioni e aforismi numerosissimi di scrittori, artisti, registi, filosofi, in un pastiche letterario che evoca una sorta di convivio d'altri tempi.

Centrali sono i racconti dei drammi del Novecento: le due guerre mondiali, la caduta del comunismo, le manovre della Russia di Putin, i saccheggi, le violenze, la perdita di senso dell'arte e delle sue aspirazioni salvifiche. Tra gli ospiti dell'Hotel Chopin si ingaggiano vere e proprie battaglie verbali, sia di letteratura che di musica che di storiografia, citando - spesso dalla tomba - autori russi come Bulgakov, Kundera, Dostoevskij, Blok, Brodskij. Ma non solo: leggiamo anche parole di Susan Sontag, Proust, Mann, Goethe, Platone. 
Un miscuglio di menzioni e riferimenti lanciati nel testo quasi a caso, intrecciati all'interesse del protagonista per i colori: la stessa narrazione, oltre a raccontarci la storia e l'evoluzione nel tempo di specifici colori - ad esempio, il "marrone mummia", i diversi tipi di blu e l'arancio - si avvale di un lessico, soprattutto rivolto all'aggettivazione, che spinge molto sull'utilizzo dei colori come attributi.

Spesso vengono descritti i colori degli abiti, dei capelli, delle case, del cielo.

All'esterno del cimitero cercai una panchina dove accasciarmi a pensare. L'unica che si trovava nei pressi era occupata da un grosso gatto nero che leggeva un libro. Sul piazzale c'era una giostra gialla, con cornici raffiguranti svagati angioletti, sufficientemente malandata da sembrare di un'altra epoca. Ulas amava le giostre e la loro sorniona inutilità, forse perché nessuno ce l'aveva mai portato. Un solo bambino, con un cappottino rosso, girava pensieroso, appollaiato su un dondolante pescione di cartapesta marrone tempestato di specchietti. Improvvisamente sentii, come una specie di freddo flutto salirmi su dietro le orecchie e risuonare nella cassa cranica, il ritornello banale di una canzone di quando avevo dieci anni: «gira il mondo gira...». (p. 22)

Dunque il mestiere del protagonista influenza tutta la narrazione, facendone di fatto un esperto. Allo stesso modo Serapione è lo strumento narrativo attraverso cui l'autore ci fornisce l'assist per parlare di tutto il resto, come se il gattone fosse una specie di profeta e di saltimbanco, e il lettore non capisce mai del tutto se sia un genio o un pazzo, o tutte e due. 

Alla fine verrà fuori che ne è stato della fabbrica di colori proibiti, ma ciò che ci interessa non è più questo (e forse non ci interessava nemmeno al principio): il romanzo è una scusa per parlare di empatia, contemporaneità, di senso della vita, di ciò che succede quando un popolo viene tormentato da una guerra ingiusta, che è sempre ingiusta, a prescindere dall'epoca e dalle motivazioni.

Mescola finzione, autobiografia, reale e surreale, con un tono divertito ma aulico, uno strano mix di registri che rende il romanzo unico. Piacerà molto ai fan di Bulgakov e a chi si interessa del conflitto russo-ucraino contemporaneo.

Deborah D'Addetta