La sparizione di Emma Harte
La sparizione di Emma Harte è un thriller raffinato che fa dell’ambiguità la sua parola chiave e della virtualità il suo centro propulsore: recentemente pubblicato da 8tto Edizioni, nella bella traduzione di Cristina Crescentini, il libro riflette sul ruolo fuorviante che i social media possono assumere di fronte a un fatto criminale, favorendone anche la relativa spettacolarizzazione.
La storia, raccontata con uno stile asciutto, con una paratassi essenziale, prende avvio dalla misteriosa scomparsa della giovane imprenditrice Emma Harte. A raccontarci di una città (Dublino) mobilitata alla ricerca della ragazza è la voce narrante del protagonista, il ventiquattrenne James Lyster, curatore di fotografie presso l’archivio della National Library of Ireland:
Emma Harte è ovunque mentre percorro il mio tragitto verso il lavoro. Il suo volto appare ancora e ancora sui pali dei lampioni e i tabelloni pubblicitari e le vetrine. (p. 13)
Mentre intorno al caso cresce l’interesse mediatico («Il nome di Emma Harte è in tendenza a Dublino», p. 18) e i sospetti si concentrano sulla figura del fidanzato di Emma, scomparso anche lui nei giorni successivi, il lettore, sin dalle prime righe, non può fare a meno di iniziare a nutrire forti dubbi proprio su James.
La sua circospezione nei confronti delle persone che pure frequenta quotidianamente; la sua attenzione nel non lasciare sul web alcuna traccia di sé; la morbosità con cui sbircia nel profilo Instagram della sua ex, che lo ha lasciato da poco per intraprendere un viaggio in giro per il mondo, sono segnali che spingono a credere che il protagonista non sia così innocuo come sembra e che sappia molto più di quello che dice circa gli accadimenti della notte del 25 novembre (quella della sparizione). Perché poi riceve telefonate e fotografie da un misterioso numero di cellulare? Chi gliele invia? È lui il colpevole o qualcuno cerca di incastrarlo? E come mai la polizia gli gira continuamente intorno? Per buona parte della lettura non siamo in grado di rispondere in modo soddisfacente a questi e a tanti altri interrogativi: il narratore risulta infatti reticente, sfuggente ed equivoco.
Il montaggio delle sequenze temporali in cui il romanzo si divide contribuisce ad amplificare questa ambiguità: il racconto della notte della scomparsa, proposto come un flashback, è dilazionato rispetto all’avvio del libro e collocato più o meno a metà. Solo allora gli eventi (e i comportamenti di James) trovano una spiegazione plausibile, ma in realtà essa resta valida soltanto per poche pagine, perché la narrazione continua a beffarci con nuove sorprese e colpi di scena. Tutte le volte che crediamo di aver acciuffato la verità, le nostre ipotesi si rivelano imprecise, le nostre percezioni del tutto fallibili.
«Se non hai fatto niente di male, non hai niente di cui preoccuparti» (p. 303)
Il moltiplicarsi delle iniziative in favore di Emma (ricerche e veglie organizzate da volontari, servizi televisivi, trasmissioni radiofoniche) non solo alimenta il coinvolgimento emotivo del pubblico, ma trasforma la sparizione anche in un fatto politico, scatenando su Twitter opinioni contrastanti e dibattiti accesi circa la sicurezza delle donne, l’opportunità delle loro uscite notturne e il decoro del loro abbigliamento.
La figura della giovane sparita diventa un simbolo di genere, l’emblema della fragile condizione di chi per le strade della città non può mai ritenersi veramente al sicuro:
«Non so perché pensassi che fosse ancora viva» «Non lo sono mai» […] «Non lo siamo mai» (p. 85)
Dal canto suo, in nome di un paradosso che sembra tipico dei nostri tempi, James – non dimentichiamoci che, per chi legge, lui è candidato a essere il colpevole –, dopo aver risposto al tweet di un noto conservatore anticonformista («Rimanete un minimo sobrie, non andate in giro per strada da sole e organizzatevi per il ritorno a casa!», p. 34) , è eletto a rappresentante di schiere di infervorate femministe. La sua risposta è un esempio perfetto dell'ambigua tendenziosità con cui si esprime:
Nemmeno sa ancora se è una vittima, e già la colpevolizza. Disgustoso. (p. 85)
Con le stesse modalità e negli stessi tribunali virtuali, si consuma il processo mediatico contro il ragazzo di Emma, si postano non testimonianze, ma commenti e illazioni spesso fuori luogo e si pronunciano sentenze senza appello: almeno fino a quando il verificarsi di un fatto nuovo nelle indagini non dimostra l’inconsistenza delle ipotesi precedenti e spinge l’opinione pubblica, imperterrita, a ripartire da capo con le sue ingerenze.
Come in un thriller post moderno, pertanto, sembra che la questione più urgente non sia tanto stabilire ‘chi è il colpevole’, quanto piuttosto costruire ‘la narrazione intorno al colpevole’, dal momento che realtà e racconto della realtà viaggiano costantemente su due binari paralleli. Essi sono destinati a incontrarsi solo nella totalmente inaspettata conclusione, con la quale Hughes riesce a spiazzarci, ancora una volta.
Elide Stagnetti
