pp. 210
€ 18,00 (cartaceo)
Nel suo saggio del 1927 Supernatural Horror in Literature, il maestro americano dell'horror H. P. Lovecraft sosteneva che la più antica e potente emozione dell’umanità fosse la paura, e che la più antica forma di paura fosse quella dell’ignoto. È proprio in questa zona d’ombra, dove la realtà quotidiana comincia a incrinarsi e qualcosa di incomprensibile si insinua nelle pieghe dell’esperienza, che si colloca la raccolta di racconti Visioni notturne in pieno giorno di Matteo Canevari, edita da Robin (2025).
Canevari parte da un’intuizione narrativa semplice ma profondamente perturbante: l’orrore non risiede necessariamente in creature mostruose o in eventi apertamente soprannaturali, ma può emergere all’improvviso dalla normalità più ordinaria. Come nelle migliori tradizioni del fantastico, l’inquietudine nasce quando ciò che credevamo familiare rivela improvvisamente un lato oscuro, e quando l’ignoto affiora sotto la superficie del quotidiano trasmutando il mondo in uno spazio ambiguo e instabile. In questo territorio di confine tra reale e visione, tra veglia e incubo, i racconti di Canevari trovano la loro forza più suggestiva, sviluppando una raccolta che si colloca nel solco della tradizione del fantastico letterario europeo, rinnovata attraverso una sensibilità contemporanea. Le storie che compongono il volume nascono da una premessa semplice e perturbante: che ciò che appare ordinario può improvvisamente rivelare una crepa, e da quella crepa può emergere qualcosa di oscuro, irriducibile, profondamente destabilizzante.
Gli ambienti dei racconti brevi, talvolta brevissimi di Canevari, sono spesso spazi familiari (case, paesi isolati, spazi domestici, accampamenti militari, sale da bagno), ma che progressivamente vengono attraversati da presenze ambigue, percezioni alterate e apparizioni inquietanti. Non si tratta di un fantastico spettacolare o dichiaratamente soprannaturale: l’autore preferisce lavorare su una dimensione più sottile, in cui l’elemento perturbante emerge quasi impercettibilmente all’interno della normalità.
Emerge qui un’affinità con una corrente letteraria che di recente ha acquisito spazio e consenso nel panorama editoriale. Mi riferisco al Weird, che più che essere un genere programmatico è da considerare come una vocazione visionaria che ha da sempre costituito un punto di interesse per la narrativa, come lo dimostra la raccolta curata da Jeff e Ann Vandermeer, dal titolo The Weird: A Compendium of Strange and Dark Stories, pubblicata nel 2012 e inedita in Italia, dove troviamo raccolti autori dalle più disparate epoche e nazionalità, da Angela Carter a Murakami Haruki, da Bruno Schulz a Julio Cortàzar. Il Weird, per utilizzare la definizione che ne dà il compianto filosofo Mark Fischer nel suo saggio-culto The Weird and the Eerie del 2016, è costituito da una presenza, la presenza di qualcosa che non appartiene a quel luogo e che perciò risulta straniero e dunque straniante. Nella raccolta di Canevari le presenze fuori luogo spesso coincidono con lo stesso sguardo dei protagonisti dei suoi racconti, al punto che sembrerebbe quasi che uno dei nuclei tematici centrali della raccolta sia proprio la metamorfosi dell’identità, o finanche la dubitabilità dell’identità stessa come condizione ontologica. Molti dei suoi personaggi – il passeggero intrappolato de “Il discensore”, il protagonista de “La palude di fuoco” che si trova improvvisamente circondato da una distesa di lava senza sapere come e perché, il cosmonauta in rotta di collisione di “Verso il sole” - sembrano avvicinarsi gradualmente alle stesse chimere mostruose che li perseguitano, come guidate da una predestinazione senza via di scampo, a riprova che l’orrore non è mai completamente esterno, ma si configura piuttosto come uno slancio, una risposta alle vocazioni e alle incertezze più intime, una trasformazione interna che diventa correlativo oggettivo, deformazione dell’identità che nasce da ossessioni, paure e desideri repressi. In questo senso, le storie di Canevari suggeriscono che il confine tra umano e mostruoso sia instabile e fragile.
A questo tema si affianca quello dell’alienazione, che attraversa gran parte dei racconti. I protagonisti sono spesso individui isolati, intrappolati in contesti che sfuggono alla loro comprensione. Il senso di estraneità non deriva soltanto da eventi soprannaturali, ma da una percezione crescente di disallineamento rispetto al mondo circostante. La realtà stessa diventa ambigua, come se fosse attraversata da una logica segreta che i personaggi non riescono a decifrare. Non a caso il titolo della raccolta insiste sul rapporto tra visione e realtà. Le “visioni notturne” che irrompono nel pieno giorno rappresentano proprio questa frattura percettiva: ciò che dovrebbe restare confinato nell’incubo invade la dimensione quotidiana, rendendo instabile la distinzione tra sogno e veglia. Canevari sfrutta questa ambiguità con abilità, costruendo racconti in cui il lettore è continuamente costretto a interrogarsi sulla natura degli eventi narrati. Dal punto di vista stilistico, la scrittura di Canevari si distingue per un controllo notevole. La prosa è misurata, essenziale, ma capace di generare immagini di grande forza evocativa, evitando effetti sensazionalistici e costruendo l’atmosfera attraverso dettagli minimi, spesso perturbanti proprio per la loro apparente normalità. Questo tono trattenuto amplifica l’inquietudine: l’orrore emerge senza enfasi, insinuandosi nella narrazione con una naturalezza quasi disarmante.
Matteo Canevari dimostra di conoscere bene le potenzialità del racconto fantastico: la tensione viene costruita progressivamente per poi culminare in un momento epifanico che illumina retrospettivamente il significato della storia. Si riconosce un dialogo con la tradizione del racconto dell’assurdo riconducibile a Dino Buzzati, maestro nel rappresentare l’irruzione dell’inquietante nella quotidianità, oppure alla dimensione visionaria e grottesca delle novelle di Tommaso Landolfi, come anche una certa affinità con l’alienazione kafkiana, soprattutto nella rappresentazione di individui travolti da situazioni incomprensibili. Tuttavia Canevari non si limita a riprendere modelli esistenti. La sua scrittura mostra una sensibilità contemporanea che utilizza il fantastico come strumento di indagine psicologica e sociale. Il perturbante diventa così una lente attraverso cui osservare le contraddizioni dell’esperienza moderna: l’insicurezza dell’identità, la fragilità della percezione, la presenza latente del male nella vita quotidiana.
Matteo Cardillo
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