Riflessi inversi. Nella mente di Mariù Pascoli
«In realtà i merletti e le faccende mi annoiano assai, ma non posso fare altrimenti: come farebbe Giovanni senza di me? Però ogni tanto, quando ho del tempo per me, riesco a prendere carta e penna e a scrivere…intendo…buttare giù qualche pensiero, e farlo mi rasserena.» (p. 43)
Quante donne nella storia della letteratura, dell’arte e anche del teatro, sono rimaste nell’ombra, oscurate dalla luce del fratello o del marito più celebre? Quante voci femminili sono state assorbite nella memoria altrui senza possibilità di emergere? La mia mente va sempre al famoso passo di Una stanza tutta per sé, in cui Virginia Woolf immagina la sorte miseranda che avrebbe potuto fare un’ipotetica sorella di Shakespeare, se avesse voluto affermare il proprio genio drammaturgico.
Riflessi inversi. Nella mente di Mariù Pascoli, per certi aspetti, si inserisce in questo solco. Lo scrittore, Enrico Bruschi, compie un’operazione narrativa ambiziosa: restituisce voce alla sorella di Giovanni Pascoli, Maria, detta Mariù, e la pone al centro della narrazione. La voce di lei domina gran parte del libro, soprattutto quando si tratta di ricostruire il passato, alcune vicende familiari e i pensieri più intimi. Nei momenti in cui il racconto segue il presente, Bruschi passa alla terza persona, permettendo di riportare l’attenzione del lettore sulle azioni dello snodo narrativo principale, cioè il viaggio compiuto in treno col feretro del poeta da Bologna, dove era morto, a Castelvecchio di Barga.
Mariù ripete come un mantra in diverse pagine che il desiderio dell’amato fratello era quello di essere sepolto nel luogo che gli aveva donato un po’ di serenità e dove aveva ricostruito il nido familiare con le sorelle Maria e Ida. Quest’ultima, come sappiamo, andrà via da quella casa spezzando quel legame e interrompendo il desiderio di unità che con tanti sacrifici avevano ricostruito.
A Mariù iniziarono a tremare leggermente le mani ripensando alle parole del fratello, quel pomeriggio in cui, stranamente, erano rimasti soli in camera senza essere disturbati dai dottori che per tutto il giorno andavano e venivano, avvicendandosi al suo capezzale. Proprio quel pomeriggio Giovanni aveva voluto convocare il notaio per dettare le ultime sue volontà. Bada Mariù. Bada! L’aveva ammonita. […] Da chi doveva mai guardarsi? (p. 9)
Il lettore si chiederà pagina dopo pagina da chi Mariù avrebbe dovuto guardarsi e prendere le distanze. Da sua sorella Ida, meno timorosa, più seduttiva, più pronta a rivendicare una propria autonomia? O da Raffaele, detto Falino, figura più marginale, ma comunque inserita in questo complesso equilibrio familiare? La risposta non è mai netta, perché il conflitto sta nei silenzi, nelle domande che Maria si pone senza ricevere risposta, nelle scelte non condivise, nelle crepe che non si richiudono del tutto.
La forza del romanzo risiede nella costruzione della voce di Mariù. Lo scrittore riesce a rendere credibile e autonoma la soggettività di un animo delicato e devoto, in tensione forte tra due desideri: da un lato l’urgenza di scrivere versi e di poter lasciare emergere la propria voce e dall’altro, il timore di disobbedire o di arrecare dispiacere al fratello Gvanì, al quale racconta tutto e dal quale si fa spesso correggere le poesie.
È in questa frattura che si accende il sacro fuoco della poesia, che Mariù sente come necessità e Bruschi, in questo passo che ho trovato molto efficace, ne ricostruisce con finezza il momento:
A quel punto capitava sempre un piccolo miracolo: quelle parole si raggruppavano, a due a due, a tre, poi a sei e sette; un accapo, un altro, un punto o un punto e virgola a segnare gruppi come orticelli delle medesime verdure. Quando, dopo tanto faticare, più parole vicine avevano un suono che le accordava l’un l’altra, era felice e la frenesia si quietava. Così organizzate, le trasmettevano un senso di protezione; pensava che se le parole si parlavano tra loro, allora potevano anche ascoltarla, ascoltare le sue pene e rispondere mutando colore col semplice mescolarsi, cambiare di posto, ordinarsi in rime… (pp. 112-113)
Nonostante questo equilibrio precario, Bruschi delinea un personaggio palpitante e autentico, coi suoi conflitti intimi più crudeli, con l’amore viscerale per il fratello e…i suoi segreti, che qui non posso proprio rivelare perché troppo intriganti, rischierei di togliere il piacere della lettura! Nel corso della narrazione sono inseriti con grande fluidità e naturalezza cenni a fatti pubblici e privati ben noti della biografia pascoliana. Non si tratta di inserti didascalici, ma di elementi pienamente integrati nel tessuto narrativo, che rafforzano la credibilità dell’intreccio e ancorano la vicenda a un solido sfondo storico. A dire il vero, da docente di letteratura italiana, confesso senza vergogna che ho trovato difficile distinguere la realtà dalla finzione, lo stesso autore nell’Avviso per il lettore, dichiara che il romanzo «è un’opera mista, dove molti fatti pubblici e privati sono realmente accaduti, altri sono reinventati o inventati di sana pianta. […] Incidentalmente, a questo romanzo potrebbe non essere estranea una certa e poetica verosimiglianza». (p. 6).
Questa verosimiglianza ha reso la lettura davvero intensa e coinvolgente, perché ha restituito a Mariù una voce che non appare più soltanto riflesso, ma una presenza viva e costante. Il linguaggio scelto da Bruschi possiede poi una delicatezza notevole che si accorda perfettamente alla materia narrata. Una vena poetica attraversa la prosa senza mai scivolare nell’enfasi e nella retorica e riesce a delineare un microcosmo familiare fatto di gesti ripetuti, abitudini domestiche, piccoli riti quotidiani. In questo spazio così ben ricostruito trovano posto gli affetti, le rinunce, il ricordo costante dei cari defunti e l’identità stessa di Mariù, spesso sacrificata a quella del fratello.
In un tempo in cui sempre più spesso ci si interroga sulle voci rimaste ai margini della storia culturale, Riflessi inversi dà voce a una creatura raccontata solo di riflesso, riconoscendole la pienezza della propria umanità e lasciando che il lettore finalmente ascolti la sua versione.
Marianna Inserra
