Una giornata di febbraio è un romanzo breve – o racconto lungo – di Mark Charitonov, traduttore, scrittore e intellettuale a lungo marginalizzato dall’establishment russo.
La scrittura evocativa, dalla forte componente lirica, contribuisce a collocare l’opera nel genere del realismo magico, sebbene la varietà di temi e toni e il valore simbolico di contesti e personaggi favoriscano una pluralità di letture e di interpretazioni, non necessariamente esclusive l’una dell’altra.
Infatti, attraverso l’utilizzo di figure storiche e, nello stesso tempo, di una struttura testuale che sfida i confini tra finzione e realtà, l’opera propone riflessioni filosofiche su identità narrativa, memoria culturale e funzione dell’arte.
Il testo, pubblicato per la prima volta nel 1976, è costruito intorno all’unità temporale di una sola giornata, cioè il martedì grasso dell’anno 1837 (una «giornata folle», p. 43).
Lo spazio è costituito dalla città di Parigi, colta durante i caotici festeggiamenti del Carnevale. Le strade gremite della città in maschera fanno da scenario alla prima e all’ultima parte del romanzo, costituendo la cornice narrativa entro la quale si inserisce il nucleo anche concettuale dell’opera: l’incontro del protagonista Gogol’ con il suo doppio, all’interno di un tipico e anch’esso affollatissimo caffè.
Gogol', prima in compagnia di due amici, poi da solo, si aggira tra la gente travestita, in un contesto fortemente metaforico, quello carnevalesco, caratterizzato da quella tendenza alla deformazione grottesca che della scrittura dello stesso autore è una cifra imprescindibile.
Il Carnevale, immagine della teatralità dei rapporti umani e del mondo alla rovescia, con la sua logica di maschera e ribaltamento, amplifica il carattere comico e insieme tragico della situazione (altro tema gogoliano): dietro la festa si consuma una crisi simbolica, dapprima relativa al solo protagonista, quindi collettiva, come si intuisce dall’apocalittico finale, l’acquazzone che sommerge la città mentre Dio vaga sulla terra «attraverso le tenebre, in un’oscurità primordiale, come nel primo giorno della Creazione» (p. 141).
Nella parte centrale, si diceva, Gogol’ entra nel caffè, all’interno quale si svolge il cuore del romanzo («…entrò nel lussuoso salone scintillante di marmi, cristalli e oro», p. 34).
Anche in questo caso, il contesto appare squisitamente metaforico:
Specchi su tutte le pareti racchiudevano nelle loro cornici dorate una moltitudine incalcolabile di persone sedute a tavoli e tavolini. Le persone reali sembravano imitazioni di quelle riflesse, come quando, per divertimento, si realizzano quadri viventi in onore di dipinti famosi. (p. 34)
L’insistenza sulla presenza di specchi e immagini riflesse, oltre a replicare l’idea della mascherata carnevalesca che si sta consumando all’esterno, prepara e anticipa l’incontro del protagonista con il suo doppio o, meglio, con i suoi due doppi («il suo doppio sdoppiato», p. 70).
Essi, più volte definiti «ceffi» e «impostori», si incarnano in «uomo grasso», «un grassone» (p. 43) e, al contrario, in un uomo molto magro («lo scarno», p. 73; «l’insetto magro», p. 76), che, attraverso storielle, aneddoti e riferimenti simbolici, affrontano temi politici, metaletterari, filosofici, di fronte a un Gogol’ allucinato, confuso e sempre più stizzito («Voi vi state sostituendo a me!»; «Siete pieni d’aria», p. 100).
Nel fiume di parole del loquace doppio grasso, il protagonista coglie la notizia, per lui sconvolgente e traumatica, dell’improvvisa e inaspettata morte di Puškin, avvenuta in Russia appena qualche giorno prima, a seguito di un duello.
«Eh sì, così stanno le cose. Un duello per gelosia. E lei mi parla di letteratura. Ecco che cos'è la letteratura. Sangue che scorre. Un dramma, le dico, degno di Balzac» (p. 56)
In un flashback, inizialmente frammentario, poi più lineare, Gogol’ recupera dalla memoria e ricostruisce un incontro tra lui e il defunto scrittore, un dialogo di nuovo complesso e variegato sulla vita, la morte, la fama, la memoria.
Per Puškin, autore poco gradito al governo zarista e per questo lungamente esiliato, Gogol’ mostra di concepire una sorta di venerazione, mista al senso di colpa per non aver saputo, come lui, restare in Russia, affrontando i pericoli della censura e dell’assenza di libertà:
«Si scalderà in Europa», aveva detto, ridendo, Puškin. «Io invece non riuscirò in nessun modo a venire via di qui, a sradicarmi…» (p. 60 e p. 102)
Insomma, attraverso questo breve, ma denso romanzo, Charitonov ricorda e celebra Gogol’, il quale ricorda e celebra Puškin, creando tra generazioni di scrittori un gioco di specchi non diverso da quello descritto nel caffè parigino in cui lo scrittore delle Anime morte incontra i suoi doppi.
Elide Stagnetti
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